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Dal Vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
Un popolo nuovo
attorno al Pastore

In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore.
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.
Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono -
vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge,
e il lupo le rapisce e le disperde;
perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
così come il Padre conosce me e io conosco il Padre,
e do la mia vita per le pecore.
E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare.
Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.

Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

La nostra vita e la Parola
buon pastoreIl buon pastore. L’immagine del buon pastore è una immagine che gli ascoltatori di Gesù potevano intendere bene. Ogni villaggio in Israele aveva un unico ovile, custodito da un guardiano, dove ogni pastore alla sera portava il suo gregge. Alla mattina il pastore tornava e chiamava le sue pecore e queste, riconoscendo la voce del loro pastore, uscivano dall’ovile per andare al pascolo.
Il termine che Gesù utilizza per indicare il recinto dell’ovile è però particolare e fa riferimento agli atri del tempio. Quindi Gesù chiama le sue pecore, addirittura le spinge fuori (Gv 10.4) perché escano da un certo modo di vivere il rapporto con Dio e siano libere. Così nel capitolo successivo chiamerà Lazzaro ad uscire fuori dal sepolcro, come le pecore dal recinto. Questo è un pastore che non chiede la vita delle pecore, pronte nel tempio per essere sacrificate, ma dona la vita per loro come darà la vita per Lazzaro: Lazzaro esce dalla tomba ma per questa opera il sinedrio decide di ucciderlo (Gv 11,53). Un pastore disposto a morire per noi: uno che non chiede sacrifici agli uomini ma offre la sua vita perché tornino a vivere.
Non è un mercenario che fa quello che fa per un suo interesse e quindi nel momento in cui c’è da perderci taglia la corda. Qui si parla di qualcuno che ha come unico interesse la vita delle pecore che hanno la vita minacciata da un lupo che vuole rapirle.
La libertà. Gesù quindi offre la sua vita: “nessuno me la toglie, io la do da me stesso”. È questa la vera libertà, quella di donare la propria vita. Adamo nel giardino concepisce e vive la libertà come la possibilità di soddisfare i suoi impulsi, di prendere ciò che lo attira. Gesù vive la libertà come la possibilità di fare dono di se stesso. Non è incatenato a se stesso e al suo amor proprio. Dall’offerta della sua vita nasce un popolo nuovo radunato dalla sua voce: “saranno un solo gregge, un solo pastore”.

Come dice sant’Agostino: Cristo “ha voluto creare un luogo in cui rendere possibile a ciascun uomo di incontrare la vita vera”. Questo “luogo” è il suo Corpo ed il suo Spirito, in cui l'intera realtà umana, redenta e perdonata, viene rinnovata e divinizzata.
La Chiesa stessa è chiamata ad avere il medesimo cuore di Cristo, la sua stessa sollecitudine per le pecore disperse. “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste devo condurre”.
Don Andrea Campisi

Il mondo biblico
Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch’è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto e, al dire di Cristo che è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.

I Padri, nostri maestri
La parola greca che viene tradotta con «recinto», si incontra 177 volte nella Bibbia greca, ma non è mai riferita a un recinto di pecore. Nel maggior numero dei casi (circa 115 volte), indica il vestibolo davanti al tabernacolo o al Tempio. Il termine ricompare anche in un altro punto del quarto vangelo (18,15), dove sta ad indicare il cortile del sommo sacerdote. Quindi l’immagine del recinto va collocata nell'area stessa del Tempio.

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