Menu

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,27-30)
Grazie a Dio siamo liberi

In quel tempo, Gesù disse:
«Le mie pecore ascoltano la mia voce
e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno
e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti

e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo una cosa sola».

La nostra vita e la Parola
liberta vivereIl pastore. L’immagine del pastore e delle pecore a noi ascoltatori un po’ superficiali suggerisce scene bucoliche poco aderenti alla realtà di cui Gesù sta parlando. Il discorso sul pastore nel capitolo 10 di Giovanni è invece un discorso per molti versi drammatico che segue la guarigione del cieco nato presso il tempio di Gerusalemme. Siamo in un momento di forte contrasto di Gesù con le autorità religiose: dopo l’incontro con l’adultera, che viene sottratta alla lapidazione, per due volte è proprio Gesù che i giudei vogliono lapidare, e l’ultima volta che raccolgono pietre è proprio dopo il discorso sulle pecore e sul pastore.
Come mai queste reazioni così violente contro Gesù? Gesù parla di se stesso come di un pastore che chiama la sue pecore ad uscire da un recinto. Nel capitolo successivo chiamerà un’altra pecora ad uscire da un altro recinto, Lazzaro. Teniamo conto che nei paesi il recinto era comune per tutti i greggi dei diversi pastori. Al mattino ogni pastore chiamava le proprie pecore che, riconoscendo la voce, uscivano dal recinto. Il recinto di cui parla Gesù non è un recinto qualsiasi, ma è il tempio di Gerusalemme e Gesù chiama per nome a una ad una le sue pecore e le conduce fuori, le spinge ad uscire.
Gesù porta fuori gli uomini da una religione che non dà vita, che è solo oppressione di una legge e di sacrifici e non un’alleanza di vita. Riti e tradizioni e leggi non salvano l’uomo.
Le mie pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce”: ci sono infatti alcuni che non fanno parte del gregge di Gesù. Sono quelli che non lo ascoltano, legati ad una religione dove sono loro che con la loro osservanza credono di conquistare la benevolenza di Dio e così rifiutano il dono che viene loro offerto. Ma fuori da quel recinto è Gesù che dà la vita, la vita eterna, cioè la vita di Dio: “io dò loro la vita eterna”. Essere pecore di Gesù non significa entrare in un altro recinto con regole e leggi ancora più pesanti di prima (“avete udito che fu detto... ma io vi dico...”), ma, al contrario, implica il ricevere la vita da lui: non darsi la vita da se stessi né prenderla dal mondo, ma riceverla. Non è nelle possibilità umane, per quante buone opere l’uomo compia, entrare in una relazione di comunione con il Padre: il peccato e la morte sono un muro invalicabile per l’uomo. Solo Dio, nel suo Figlio morto e risorto, ha attraversato questo muro e ha chiamato le pecore dalla morte, le ha prese per mano e le ha condotte fuori. Lui è infatti il pastore che ha dato la vita per le pecore, è morto per loro per poterle liberare.

Don Andrea Campisi

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente