Menu

Essere cristiani
è questione di “zoé”

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18)
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto,
ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo,
ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato;
ma chi non crede è già stato condannato,
perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

La nostra vita e la Parola
Dio ci ha amato. Dopo il tempo di Pasqua l’anno liturgico ci fa vivere tre feste, la Pentecoste, la Santissima Trinità e il Corpus Domini, che raccolgono in sintesi tutto ciò che la comunità cristiana ha vissuto da Natale alla Pasqua. Nel vangelo di Giovanni di questa domenica c’è un’altra sintesi dell’annuncio del vangelo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Tutto parte dell’amore del Padre che precede ogni iniziativa dell’uomo che da sempre cerca di relazionarsi con la divinità di cui ha paura. Il Padre ha dato, ha donato il Figlio. Questo dono chiede di essere accolto. Chi lo accoglie viene introdotto nella vita di Dio, quella vita eterna su cui il vangelo di Giovanni continua a tornare. In greco viene detto che chi accoglie il Figlio ha la αἰώνιον ζωήν (aionion zoèn).
Non si tratta semplicemente di una vita che non ha termine, ma di una qualità di vita particolare, talmente particolare che l’evangelista per darle un nome deve scegliere un termine, zoè, che non né bios, né psychè (che erano i due termini per indicare la vita biologica e quella psichica). È la qualità di vita di Dio, che è comunione di amore, unità e comunione. Chi non accoglie il Figlio non riceve questa vita, e quindi si taglia fuori, si stacca dalla fonte della vita e perisce come è accaduto a Giuda, che viene chiamato “il figlio della perdizione”. Chi partecipa alla qualità di vita di Dio vive l’esperienza della comunione che nella comunità cristiana trova il luogo della sua manifestazione.
La salvezza. Dio quindi non ha mandato il Figlio nel mondo per emettere un giudizio sul mondo, per condannarlo con una sentenza, ma per salvarlo. Così la comunità cristiana non ha il compito di condannare il mondo ma di mostrare la salvezza. In fondo l’uomo che non accoglie l’amore del Padre, il suo dono, si autocondanna: rifiuta la luce e rimane nelle tenebre, rifiuta la grazia e rimane sotto la legge, rifiuta la vita e rimane nella morte.

Noi, nella nostra autosufficienza presuntuosa, siamo sempre alla ricerca di una salvezza costruita da noi, con i nostri sforzi, con i nostri metodi, con i nostri espedienti. Tutte le salvezze prodotte dall’uomo, politiche, psicologiche, affettive, economiche, scientifiche, sanitarie, alla fine mostrano la loro inconsistenza. La salvezza non è uno stratagemma che possiamo escogitare con la nostra astuzia; l’uomo non si salva da solo, riceve la salvezza da un altro, la salvezza è una persona che ci viene incontro, è Dio stesso che, nel suo Figlio, si china su di noi.
Don Andrea Campisi

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente