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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-7.14)
La ricompensa viene da Dio
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare
ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto,
perché non ci sia un altro invitato più degno di te,
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”.
Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto,
perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”.
Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena,
non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini,
perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La nostra vita e la Parola
28 2016vagIl posto e la ricompensa sono due questioni al centro del Vangelo di questa domenica. Chi decide quale è il posto che devo occupare nella vita? tutti abbiamo, a volte inconsapevolmente, l’ambizione di occupare un posto dove poter avere rilievo, riconoscenza, stima, onore. Vivere per avere tutto questo è vivere per qualcosa che vale davvero poco. Gesù dice che conviene lasciarsi indicare dal padrone quale posto occupare. “Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto”: non si tratta di sottostimarsi, o di usare una tattica infantile per attirare l’attenzione, ma piuttosto di attendere che sia Dio a indicare la mia posizione, il mio compito, la mia missione.
Una cosa è certa: lo scopo per cui vivere non è quello di scalare posizioni o di lottare per salire sul podio al gradino più alto, come se la vita fosse una grande olimpiade alla fine della quale sarà suonato il nostro inno nazionale. Una società o una comunità dove quello che conta è chi vince è destinata ad autodistruggersi. Ciò che conta è invece sedere a mensa come invitati da un padrone che ci ama e che ci assegna una posizione che è quella che serve al suo disegno, alla comunità che è seduta con noi e alla nostra crescita nella capacità di amare.
“Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. L’umiltà non è un esercizio spirituale fine a se stesso: è la condizione necessaria per poter amare, per non essere costretti a vivere tutto in funzione del nostro tornaconto. La quasi totalità dei rapporti tra gli uomini sono dominati da questa logica di scambio, sia esso un baratto di stima e riconoscenza o di vantaggi economici, favori e complimenti. Gesù durante il pranzo a cui era stato invitato promette la beatitudine a chi ama gratis, senza avere contraccambio dagli uomini.

Anche la ricompensa, quella vera, spetta a Dio. Amare senza attendere e pretendere il contraccambio è un atto di fede: significa riconoscere che la vera ricchezza viene solo da Lui. Come potremmo rinunciare anche a quel poco che possiamo ottenere dagli uomini se non per la speranza di ricevere molto di più da colui che vede nel segreto e ricompensa e che, solo, è in grado di saziare? (cfr. Mt 6, 1-18). Amare coloro che sono poveri, storpi, ciechi e zoppi è quindi compiere un’opera di vita eterna.
Don Andrea Campisi

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