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Dalla parte degli ultimi

“Impariamo di nuovo a piangere davanti alle disgrazie del mondo”: l’intervento di mons. Zuppi in occasione delle manifestazioni antoniniane

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Parla senza troppi giri di parole, come un parroco delle periferie, mons. Matteo Zuppi nella serata del 3 luglio, tradizionalmente organizzata in occasione dei festeggiamenti antoniniani. E, infatti, di periferie l’arcivescovo di Bologna ha una certa esperienza, se si pensa che, prima di essere destinato alla cattedra che fu di San Petronio, era parroco presso la popolosissima Torre Angela (circa 60.000 abitanti), nella periferia romana.

Dalla parte degli ultimi. Per questo, quando gli viene chiesto che volto abbia per lui il povero, mons. Zuppi non ha un attimo di esitazione: “I poveri non sono una categoria sociologica, sono coloro che incontriamo per strada: uomini a cui dei banditi hanno sottratto metà della vita, mentre l’altra metà gliela sottrae giorno dopo giorno la nostra indifferenza”.
Interrogato su come fare per rapportarsi a essi, mons. Zuppi innanzitutto mette in discussione la logica del dazio, che fa degli atti di carità un gesto faticoso ma necessario per garantirsi un accesso più rapido al Paradiso: “Dobbiamo pensare – spiega il prelato – che nel momento in cui doniamo al povero, stiamo sì perdendo qualcosa del nostro ma, allo stesso tempo, stiamo anche scoprendo qualcosa di nuovo, di inestimabile valore. Anche il concetto di volontariato non è propriamente cristiano: provate a chiedervi se, andando a trovare vostro padre in ospedale, reputereste di fare del volontariato. No di certo, perché si tratta di vostro padre. Questo stesso rapporto, basato sull’amore, è ciò che dobbiamo instaurare con i poveri: abbandonare la logica del dazio e sposare quella, davvero cristiana, della gratuità”.

Riscoprirsi umanisti. L’arcivescovo di Bologna si dimostra altrettanto chiaro quando si tratta di approfondire i rapporti tra l’Europa e i Paesi del Terzo Mondo: “Una persona comincia a invecchiare – afferma il relatore – quando si accontenta di conservarsi così com’è senza introdurre più alcun cambiamento. È la stessa cosa che sta facendo l’Europa: con un indice di natalità bassissimo e i porti chiusi, l’Europa rischia di diventare un museo, bellissimo certo ma pur sempre un museo. L’Africa, invece, è tutto il contrario: produce una pressione che è impensabile arrestare. Per questo motivo occorre provare a far funzionare le cose di qua e, insieme, investire di là”.
In questo senso, la Comunità di Sant’Egidio, di cui mons. Zuppi è Assistente ecclesiastico generale e su cui, perciò, torna più volte nel suo intervento, è impegnata in Africa soprattutto in due serie di progetti: quelli dedicati all’educazione e quelli dedicati alla salute. Ma, al di là delle grandi opere, l’arcivescovo di Bologna ci tiene a precisare il piccolo ma non meno importante contributo che chiunque può fornire: “Davanti alle tante disgrazie del mondo siamo come narcotizzati. Dovremmo invece recuperare il senso dello scandalo di fronte alla sofferenza”.
A questo proposito, il relatore ricorda un episodio legato alla visita di papa Francesco a Lampedusa. In quell’occasione, il pontefice spiegò che i popoli occidentali, di fronte a certe disgrazie, si sentono come spettatori, protetti da una bella, ma fragile, bolla di sapone. Come fare dunque per uscire dalla bolla? Papa Francesco rispose in modo lapidario: “piangere”. È lo stesso umanesimo che anche mons. Zuppi invita a riscoprire per evitare che eventi come quelli di cui si sente parlare ogni giorno cadano nella più diffusa indifferenza.

Roma-Bologna e ritorno. Del suo ruolo come arcivescovo, mons. Zuppi spiega che, nell’arco di cinque anni, si è impegnato soprattutto a ricreare quello stesso rapporto familiare che aveva con la comunità quando ero parroco.
“Della mia romanità – aggiunge – porto a Bologna un po’ di sana relatività, che non significa relativisimo: la relatività positiva è quella che ci consente di evitare eccessive drammatizzazioni sicuri che ad aggiustare tutto, in ultima battuta, ci pensa il Signore. Di Bologna, invece, apprezzo soprattutto la sua grande capacità di accogliere, che si traduce in mille piccoli, semplici, concreti gesti di solidarietà”.

Federica Villa

Pubblicato il 5 luglio 2018

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