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Si è conclusa la «Due giorni» del clero

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“Comunione e missione: questa è l’anima della nostra realtà ecclesiale, questa è la grazia che ci è data”. Il vescovo mons. Gianni Ambrosio ha aperto con queste parole la due giorni di formazione del clero e dei diaconi permanenti tenutasi nella Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni mercoledì 26 e giovedì 27 settembre. In questa occasione mons. Ambrosio ha festeggiato i 50 anni di sacerdozio con una messa nella chiesa di San Lazzaro, alla presenza anche di mons. Claudio Giuliodori, assistente generale dell’Università Cattolica. Il primo incontro ha visto protagonista mons. Daniele Gianotti, vescovo di Crema, che ha aiutato il clero piacentino a riflettere sul tema della Chiesa missionaria, quest’anno spunto principale dell’azione pastorale nella diocesi.
Introducendo l’intervento, mons. Ambrosio ha illustrato le linee guida del lavoro che ci attende, riproponendo i temi emersi dall’ultimo convegno diocesano: “Due immagini ci hanno aiutato a riflettere sulla nostra natura di comunità cristiana - ha detto -: quella del mosaico, che ci ricorda che, pur essendo molti, ciascuno offre la sua vita per far emergere una figura unica, e quella del pellegrinaggio, per cui siamo tutti una cosa sola, un popolo in cammino verso la Gerusalemme celeste, nella pienezza di comunione con Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.”“Forse - ha continuato - un difetto della nostra Chiesa oggi, e di tutto il mondo occidentale, è quello di essere diventata troppo stanziale: difendiamo il nostro posto, i nostri diritti, e ci fermiamo, dimenticando che siamo in cammino verso una meta precisa”.

LA FRAGILITÀ DELLA CHIESA

Ma cosa significa questa esortazione alla comunione e alla missione a cui la diocesi ci sta invitando? Il vescovo Gianotti, studioso esperto nell’ambito teologico, è stato pronto a rispondere. Lo strumento che ci permette di comprendere meglio queste due dimensioni - ha così iniziato il suo intervento - è il libro degli Atti degli apostoli: qui l’intreccio fra comunione e missione è costante, e può aiutarci a capire molto di quello che sta accadendo oggi, perché quelle prime comunità cristiane sono in diretta continuità con la nostra. Per quanto riguarda la comunione - ha continuato -, gli Atti fanno vedere quanto questa sia difficile per noi cristiani: le prime comunità sono spesso esposte alla fragilità, e Luca non ha nessuno scrupolo a mostrarci litigi e discussioni: queste cose sono sempre esistite nella Chiesa e ci saranno sempre, quello che è importante è che la corsa della parola possa continuare, che la parola continui il suo cammino, senza perdere di vista la meta, proprio come ci ha ricordato il vescovo Gianni. Le parrocchie - ha continuato approfondendo questo punto -, ad esempio, sono comunità cristiane aperte a tutti, e per questo non possono avere la stessa forza di comunione che ha un’associazione o un movimento. Ma sarebbe pericoloso trasformare una parrocchia in un organismo movimentistico, perché così si perderebbe la sua caratteristica principale: l’apertura all’altro. La parrocchia allora deve sapersi trasformare, sì, ma in senso missionario, adattandosi alle forme di partecipazione “fluida” - gente che frequenta, che non frequenta la vita parrocchiale…- che oggi la caratterizzano, per sconfiggere quella plasticità di cui papa Francesco ci parla nell’Evangelii Gaudium.

FIGURE DI MEDIAZIONE

Altro tema fondamentale toccato da mons. Gianotti è stato l’intreccio fra comunione e missione in relazione con le singole persone della comunità cristiana. Sempre negli Atti - ha spiegato - si nota la contrapposizione fra una predicazione più tradizionalista e identitaria, e una più aperta al nuovo, fattore molto attuale anche oggi. Ma nelle prime comunità erano presenti figure, come ad esempio - per citarne solo due - Aquila e Priscilla, coppia di sposi compagni di San Paolo nella sua predicazione, capaci di mediare fra le diverse parti: vere figure comunionali che, con la mediazione, facilitavano la missione. Ecco, mi chiedo – ha aggiunto se anche oggi non possano nascere vocazioni simili nella comunità: dal Concilio di Trento in poi la Chiesa si è un po’ concentrata sulla centralità dei sacerdoti, ma in realtà è il parroco stesso che deve saper puntare su ogni membro della comunità perché insieme, mettendo insieme gli apporti di ciascuno, si possa far crescere la comunità e progredire nella missione.

Alberto Gabbiani

Pubblicato il 28 settembre 2018

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