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Sei Carabinieri arrestati e caserma sequestrata

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“Faccio fatica a definire questi soggetti «Carabinieri»”. Queste le parole del procuratore capo Grazia Pradella nell’esporre alla stampa i crimini commessi dai militari dell’Arma dei Carabinieri della caserma “Levante” di via Caccialupo.

Cinque militari in carcere, uno agli arresti domiciliari, tre con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, uno con obbligo di dimora nella Provincia di Piacenza, e l’intera caserma sotto sequestro i risultati di un’indagine durata sei mesi e condotta dal pm Matteo Centini sulla base di intercettazioni telefoniche e telematiche.

I capi d’accusa

Tristemente lunga la lista dei capi d’accusa: spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni aggravate, peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici connessa ad arresti falsati, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, truffa ai danni dello stato.

Gli illeciti più gravi sono stati commessi in pieno periodo di lock-down, con totale disprezzo delle più elementari regole di cautela disposte dal Governo.

“Fra i comportamenti ascrivibili ai militari - ha dichiarato il procuratore - c’è il tentativo quasi spasmodico e giornaliero di approvvigionamento di sostanze stupefacenti per il territorio di Piacenza durante il periodo di lock-down; in più, il contatto con spacciatori di alto livello, l’attività di staffetta con automobili per il trasporto di stupefacenti, e la custodia di stupefacenti presso la propria abitazione da parte di un militare per conto degli spacciatori di più alto livello. Inoltre, si registra anche un’attività di spaccio per conto proprio da parte dei militari”.

Una rete di carabinieri per assicurare hashish durante il lock-down

Che cos’è successo in sintesi nella caserma di via Caccialupo?

“Nel momento in cui - ha spiegato -, a causa delle misure imposte dal lock-down, diventa difficile, se non impossibile il rifornimento di stupefacenti per la piazza di Piacenza - in particolare parliamo del tipo hashish -, entra in azione la rete composta dai cinque militari ora in carcere, che cercano di reperire le sostanze sequestrandole ai pusher che non fanno parte della rete dei loro informatori, e che non vengono da loro protetti. Solo una parte dello stupefacente sequestrato veniva consegnato alle autorità: una parte veniva data in piccole dosi, unitamente talvolta a somme di denaro, ai confidenti che avevano fatto la soffiata, e una parte era consegnata direttamente ai pusher di fiducia per la commercializzazione sul territorio piacentino”.

L’attività di intercettazioni telefoniche è stata anche compendiata da servizi di osservazione con grande impegno da parte degli agenti che hanno operato nell’indagine, ed è stata anche avvalorata da operazioni di sequestro.

Minacce e torture per i piccoli spacciatori

Il procacciamento di sostanze stupefacenti da parte della rete di militari indagati ha comportato condotte gravissime ai danni di piccoli spacciatori del territorio: “Ultimi tra gli ultimi - ha detto la dottoressa Pradella - che non avrebbero mai osato denunciare alcunché all’autorità giudiziaria. Non solo, infatti, gli indagati tentavano di procacciarsi sostanze, ma cercavano anche di sembrare più bravi di altri eseguendo più arresti. Ma questi arresti si basavano sempre su circostanze inventate e falsamente riferite dapprima oralmente, poi per iscritto al Pubblico Ministero di turno. Il tutto accompagnato da manifestazioni di autoesaltazione da parte dei militari, più furbi e più bravi di colleghi «incapaci» di altre caserme, che invece lavorano con correttezza e dedizione non solo a Piacenza, ma anche nel territorio circostante. Tutto questo è veramente degradante per l’Arma dei Carabinieri, che è sempre stata connotata da una forte coesione morale”.

Gli arresti illegali compiuti

 Il procuratore ha poi elencato gli arresti illegali commessi dai carabinieri sotto accusa, fra i quali risultano un pusher percosso in modo violento il 27 marzo 2020, e minacce a uno spacciatore e alla madre con intenzione di procurarsi lo stupefacente il 3 aprile.

Spicca il caso dell’8 aprile 2020: “Siamo davanti a reati di sequestro di persona e tortura, con modalità impressionanti - ha esposto il procuratore -: il soggetto è stato picchiato con schiaffi e pugni in tre riprese diverse perché sospettato da parte dei carabinieri di possesso di stupefacenti sulla base di informatori propri. L’arresto è preceduto da un episodio che merita di essere menzionato perché dimostra la spregiudicatezza di questi militari: gli accusati si sono appostati davanti alla casa del presunto spacciatore, e hanno visto uscire un soggetto extracomunitario, un libero cittadino estraneo ai giri di spaccio. Dopo averlo minacciato e percosso gli hanno sottratto il portafoglio e il telefono; il soggetto si è allora recato alla caserma mostrando i segni delle percosse e pretendendo la restituzione dei suoi oggetti. Gli stessi militari lo hanno ancora minacciato e hanno insistito per avere informazioni sullo spacciatore, e, dopo avergli restituito il maltolto, lo hanno cacciato a calci - abbiamo le fotografie -. Si trattava semplicemente di una persona, ancora ignota, che aveva l’unica colpa di essere uscita da uno stabile dove i carabinieri incriminati pensavano abitasse uno spacciatore”.

“Lo spacciatore - ha continuato -, in realtà, era una persona che viveva con altri soggetti e nella cui casa sono stati trovati 24 grammi di hashish, contro la quantità superiore a 1 kg di cui i carabinieri sotto accusa avevano parlato in caserma. Il soggetto è stato percosso e torturato senza la flagranza di reato e senza la sicurezza che fosse effettivamente lui a detenere la droga, che è stata poi divisa in 8 dosi dai carabinieri per poter fingere l’attività di spaccio”.

Ai fatti è da aggiungere l’arresto di un soggetto di origini sudamericane il 2 maggio 2020 che è stato trattato con particolare durezza, con l’esposizione al pm di fatti sul suo conto mai realmente accaduti.

Avevano potere anche sui colleghi

Durante il periodo di lock-down sono anche state rilasciate autocertificazioni firmate e controfirmate dai carabinieri sotto accusa per permettere egli spacciatori sotto loro protezione di passare in Lombardia.

I carabinieri sotto accusa non avevano potere solo sui piccoli spacciatori, ma persino su alcuni colleghi: “Significativo l’episodio della festa conviviale di Pasqua - ha spiegato il procuratore - quando, a casa di uno degli accusati, contro le ordinanze restrittive in vigore ad aprile, si è formato un assembramento di circa 10 persone. Una vicina di casa ha chiamato i carabinieri al 112 che, arrivati, si sono scusati con il collega e si sono offerti di procurargli il file della donna che lo aveva denunciato così da poterla riconoscere”.

L’onestà e la lealtà dell’Arma

Il procuratore Pradella ha stabilito che alle indagini partecipino anche tre appartenenti al gruppo ROS di Bologna, per dare un segnale sulla bontà ed efficienza dell’Arma dei Carabinieri che, ha dichiarato, “Non merita questo disonore perché svolge con onestà e lealtà il proprio lavoro tutti i giorni”.

Alberto Gabbiani

Pubblicato il 22 luglio 2020

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