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«Il mio Dante in cerca di Dio»

 il regista pupi avati (Foto Ansa Sir)

Immaginate Dante sdraiato sul mosaico pavimentale di San Vitale a Ravenna, di notte. La luce del mattino illumina la basilica e i suoi mosaici, e Dante lì, sdraiato, “vede” il Paradiso, scrive gli ultimi versi del suo capolavoro. È una scena del copione di “Vita di Dante” per come l’ha immaginata Pupi Avati, regista bolognese (padre di tanti capolavori come “Regalo di Natale”, “Il papà di Giovanna”, “Gli amici del Bar Margherita”, per citarne solo alcuni) . Ravenna e mosaici protagonisti quindi per la prossima fatica cinematografica, a cui lavora da 18 anni e le cui riprese dovrebbero cominciare a novembre. “Un progetto molto molto ambizioso – racconta – da far tremare i polsi” e che non lascia da parte la spiritualità di Dante e quel Dio che ha “cercato tutta la vita”.

I 700 anni dalla morte del Sommo Poeta

  Avati, sabato 5 settembre partono a Ravenna le celebrazioni per il 700 anniversario della morte di Dante, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Potremo concluderlo con il suo film su Dante Alighieri?

Lo spero. Il coinvolgimento di Rai Cinema e la Film Commission Emilia-Romagna Toscana sono già stati attivati. Abbiamo anche il protagonista, Sergio Castellitto che interpreterà Boccaccio. Ora aspettiamo il contributo del MIbact per essere pronti a iniziare a girare in novembre e a finire per il Settecentesimo, nel settembre 2021.

— Che Dante racconterà?

Un Dante seducente, ragazzo, vicino: un personaggio nel quale possiamo identificarci, malgrado la sua dimensione enorme, incommensurabile. Quella che emerge dal Trattatello in Laude di Boccaccio è un dante meno repulsivo di quello che si può studiare a scuola che non è stata in grado di trasmetterne la freschezza, la grandezza.

Alla poesia attraverso il dolore

Cosa dice all’uomo di oggi la “Vita di Dante”?

Dante Alighieri è un uomo che è arrivato alla poesia attraverso il dolore: prima perde la madre, poi si innamora di Beatrice che però sposa un altro e successivamente muore, poi entra in politica, viene condannato alla decapitazione e allora va in esilio. È costretto ad accattonare ospitalità e arriva a Ravenna dove vive gli anni del completamento della sua opera, nell’illusione che possa restituirgli la sua Firenze. Nei mosaici e nella pineta vede il Paradiso. Il dolore gli insegna la vita.

È sempre così? Il dolore, ad esempio quello dei mesi scorsi legato al dramma dell’emergenza sanitaria, insegna la vita?

Direi di sì: le persone più sensibili che ho incontrato nel mio ambiente sono quelle che hanno alle spalle l’incontro con il dolore, perché hanno come una consapevolezza della loro fragilità dell’essere umano che le accomuna agli altri.

La figlia, suor Beatrice

Ci saranno anche riferimenti alla spiritualità di Dante e alla Commedia come opera che parla di Dio?

Sì, attraverso il pretesto di Beatrice, Dante racconta un percorso verso l’elevazione, verso una visione di quel Dio che ha cerca per tutta l’opera e per tutta la vita.

Che ruolo avrà nel suo film la figura di suor Beatrice, la figlia di Dante, monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi?

Nel film la si vede anziana quando Boccaccio la cerca, mandato da Firenze, per consegnarle 10 fiorini d’oro come risarcimento per i patimenti subiti dai suoi concittadini. Boccaccio poi raccoglie informazioni sul poeta parlando con chi l’aveva conosciuto e ricostruisce appunto la vita di Dante. Suor Beatrice è quindi la custode della memoria, l’unica dei figli a rimanere a Ravenna dopo la morte di Dante.

Il ruolo di Ravenna

- E Ravenna è solo una scena nella trama del film oppure ha un ruolo?

Ravenna ha un grande significato simbolico e realistico: la pacificazione di Dante avviene qui, qui viene accompagnato verso i cieli da Beatrice. Ho immaginato Dante sdraiato sul pavimento di San Vitale di notte che si ispira ai mosaici per scrivere gli ultimi versi del Paradiso.

  “Vita di Dante” Sembra un’opera ai cui tiene molto… L’opera della vita?

Un’opera certamente molto molto ambiziosa, da far tremare i polsi.

    Daniela Verlicchi

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Pubblicato il 3 settembre 2020

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