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Cosa vuol dire prendere sul serio quel Bambino?

Messa Natale incensagiusto

In questo Natale 2020 segnato dalle restrizioni imposte dal Covid, si è aperta l'occasione per prendere sul serio le attese e le speranze del nostre cuore. Lo ha evidenziato a più riprese il vescovo mons. Adriano Cevolotto nelle omelie che hanno caratterizzato le celebrazioni della notte, dell'aurora e del giorno di Natale nella Cattedrale di Piacenza e nella Concattedrale di Bobbio, ma anche alla casa circondariale delle Novate. Un "percorso" per meditare sul mistero dell'Incarnazione che riproponiamo nei principali passaggi ai lettori nell'ottava di Natale che la Chiesa ci invita a celebrare.

Basta la salute? È nato per noi il Salvatore, non un guaritore

"Un bambino che nasce alla periferia dell'impero è insignificante per i dati statistici, ed invece è decisivo per la storia. Stiamo andando fuori di testa perché non riusciamo più a programmare la prossima settimana, il prossimo mese, la prossima estate... Non ci rendiamo conto che la logica che sta alla base del bisogno di controllare, a lungo andare, alimenta l'ansia e l'incertezza genera paura", ha sottolineato il Vescovo nella messa "in nocte" (qui il testo integrale). L'ossessione del nostro tempo è "basta la salute". Ma, avverte mons. Cevolotto, si tratta di un inganno, che proprio l'emergenza sanitaria sta portando a galla. "Questo ‘idolo’ ci sta portando all’incapacità di accettare il limite - annota -. Il limite temporale della vita: dobbiamo morire tutti; il limite della medicina: non tutto si riesce a curare; il limite che è la costitutiva debolezza e fragilità umana: volere non è potere. Se ciò a cui tendiamo è la ricerca della salute è perché l'orizzonte è unicamente l’oggi e il qui, da preservare da qualsiasi nemico. Di fatto abbiamo ridotto, quando non l'abbiamo eliminato, un ‘oltre’ che si apre e che non dipende da noi. Abbiamo realmente bisogno che il Signore ci apra un futuro. Che apra il cielo, chiuso sopra la nostra testa".


Ecco perché l'annuncio che il Vangelo rilancia - "nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore" - è fondamentale. "Chi ci è dato non è un taumaturgo, cioè un guaritore, colui che ci rimette in salute. È un Salvatore: uno che salva la persona e l'esistenza dal baratro della morte. Che salva perché apre un futuro di vita oggi e dentro la morte, ogni morte. Salvatore perché rende stabile, in Dio, la nostra vita e non in balìa della precarietà che sperimentiamo. E questo Salvatore - fa notare il Vescovo - è un bambino: colui che per vivere ha bisogno che qualcuno si prenda cura di lui. Il nostro Dio entra così nella storia: im-potente perché non ci impauriamo, non ci difendiamo, non mettiamo avanti ragioni per sentirlo concorrente alla nostra felicità e alla nostra libertà. È un bambino che deve crescere, che chiede di crescere".

La mangiatoia: Dio viene a condividere ogni situazione di vita

Questa buona notizia del Natale è per tutti, ha poi richiamato mons. Cevolotto nella messa dell'aurora celebrata alla casa circondariale delle Novate (qui il testo integrale). Ma è davvero così? "Quando diamo qualche briciola di amore noi chiediamo per lo più delle garanzie: che cioè uno abbia dimostrato di meritarsi almeno un po’ quel bene - riflette -. Si può sprecare il bene? Con quel bisogno che c’è e quella poca disponibilità sul mercato? Eppure il Natale è proprio questo. E nel racconto evangelico ascoltato c’è la conferma, se ancora ne fosse bisogno, che l’annuncio degli angeli è incondizionato. La conferma sono proprio i pastori. A quel tempo infatti non avevano alcuna considerazione. C’era in corso un censimento, ma non sono per nulla interessati a farsi registrare. Né nessuno si interessa di censirli: vivono all’aperto, nomadi, e quindi senza residenza, ma soprattutto a Cesare non interessano affatto: non pagano le tasse e non sono reclutabili. Perché a questo serve il censimento: sapere quanti devono pagare le tasse all’imperatore e su quanti può far conto per il suo esercito. Allo stesso modo sono ignorati anche dall’ordinamento religioso ebraico perché non osservando i precetti della Legge sono naturalmente impediti di essere salvati e quindi di partecipare al popolo d’Israele".
L'annuncio raggiunge per primi  quelli che tutti, sul piano civile e religioso, trattavano da esclusi. "Proprio per questa scelta di Dio nessuno può sentirsi estraneo all’annuncio che il Salvatore è nato per noi, per me. Grazie a quello che chiamo l’amore tenace del Signore, al quale non è indifferente la mia indifferenza". In Gesù deposto nella mangiatoia - non certo un luogo dove dignitosamente si possa adagiare un neonato - si riflette di nuovo la volontà di Dio di riscattare l’uomo e la sua condizione. "Non è raro anche oggi che i bambini vivano la loro infanzia in un ambiente sociale e familiare che sa tanto di mangiatoia. Forse - aggiunge mons. Cevolotto - è capitato anche a qualcuno di voi. Sono condizioni che segnano la vita. Gesù per condividere ogni tipo di infanzia, anche quella più povera e indifesa, nasce in una stalla e viene deposto nella mangiatoia. Il nostro Dio ha conosciuto e abitato (e continua ad abitare) i luoghi più marginali della storia. È certo che non ci potrà essere condizione nella quale non si possa trovare il Signore. Il Natale è uno dei nomi della misericordia. Non dimentichiamolo".

Perché allora restiamo insoddisfatti di fronte a questo annuncio?

Resta un'ultima domanda da affrontare. Il Vescovo l'ha posta nella messa del giorno di Natale (qui il testo integrale). "Può un neonato sostenere le attese che abbiamo riposto in questa festa? O, se vogliamo, alla luce di quello che celebriamo sono corrette le nostre attese? Forse dovremmo interrogarci se quello che aspettiamo ha senso oppure no... Nel giorno di Natale abbiamo investito tante attese: attesa di serenità (rispetto alle molteplici preoccupazioni che ci assillano), attesa di pace (rispetto alle tensioni e ai conflitti vicini e lontani), attesa di vicinanza e di ricongiungimenti (rispetto alla lontananza e ai rapporti sfilacciati o alle assenze prolungate). Ho l’impressione che abbiamo posto un grosso investimento su una giornata (“ti auguro di passare un bel natale”), quasi che non sappiamo chiedere di più al Natale". Anche in questo disorientamento, si rinnova l'annuncio che “il Verbo si è fatto carne”."Cioè - spiega il Vescovo - l’annuncio di un Dio che continua appassionatamente a curvarsi sulla nostra umanità. E questo Amore, che mi piace chiamare tenace, è un gesto, un atto permanente. Il Suo abbassamento non viene più ritirato, non può essere smentito. Per nulla e per nessuno. Non dipende dall’uomo. È Luce, è Vita, è Dono. Ha in Lui la sorgente e il motivo di essere confermato". È un annuncio che abbiamo ascoltato tante volte, eppure - osserva mons. Cevolotto - "continuiamo ad essere insaziabili, insoddisfatti, reclamiamo sempre Sue nuove manifestazioni".

Per un vero "buon" Natale

Cosa cambia prospettiva? La nostra risposta a questo amore. "ll Natale, mistero dell’Incarnazione, non si esaurisce nella conoscenza di qualcosa che riguarda Lui e noi, perché, ed è qui la forza di quello che celebriamo, Egli ci coinvolge nell’evento. Ci chiede di credere. Ci chiede la fede, ci chiede di accoglierlo. In questo modo la sua vita ci viene comunicata, e, nella Grazia egli ci trasforma nel Suo Amore (“A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio...”). Figli come Lui, il Verbo fatto carne, come lo è stato Lui. Nel Natale possiamo sperare molto di più che passare una bella giornata: può diventare la ripresa di un cammino di figli/e rigenerato dall’accoglienza di questo bambino. Dall’affidarsi alla verità della sua vita, delle sue parole, delle sue decisioni. La condizione è di farlo crescere in noi, di permettergli che tutto di noi sia plasmato da e in Lui".

Pubblicato il 29 dicembre 2020

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