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La Via Crucis del Papa scritta dai detenuti

pozza

L’annuncio l’ha dato direttamente Papa Francesco, cogliendo un po’ tutti di sorpresa, con una lettera personale al direttore delle quattro maggiori testate del Veneto (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”, “Il Corriere delle Alpi”), Paolo Possamai: le meditazioni della prossima Via Crucis 2020 sono state preparate dalla parrocchia della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Quattordici stazioni, quattordici storie intrecciate con la vita delle persone lì detenute, gli agenti di Polizia Penitenziaria, gli educatori carcerari, i volontari, coloro che amministrano la giustizia. Con chi, soprattutto, il carcere lo subisce, come le famiglie delle persone ristrette, le vittima di reato, chi è stato per anni accusato ingiustamente. A raccogliere e scrivere le meditazioni sono stati don Marco Pozza, teologo e cappellano della Casa di Reclusione Due Palazzi, e Tatiana Mario, giornalista e volontaria, che raccontano la loro esperienza in un momento assai difficile per il Paese alle prese con l’emergenza Coronavirus e con le proteste nelle carceri. Li abbiamo raggiunti telefonicamente.

— Le carceri italiane sono in ebollizione. Che messaggio vuole dare ai tanti detenuti che stanno vivendo questo momento di emergenza per la diffusione del Coronavirus?
Don Pozza: Le difficoltà della vita in carcere e le restrizioni ancora maggiori che in questi giorni sono state attuate per scongiurare il diffondersi del Coronavirus all’interno dei penitenziari, devono essere affrontate alla luce di un senso di responsabilità e di unità nazionale al quale ciascuno di noi è chiamato. Sono tanti i detenuti che hanno compreso il momento che il Paese sta attraversando e, pur con fatica, si stanno adeguando alle indicazioni per garantire prima di tutto la loro salute e quella delle loro famiglie. A tutti vorrei rivolgere un appello a una maggiore concordia e, anche se difficile per ovvie ragioni, a quella serenità interiore ed esteriore cui bisogna aspirare.

— Perché il mondo del carcere come tema centrale della Via Crucis 2020?
Don Pozza: Il carcere è un mondo caro a Papa Francesco. Sin dall’inizio del suo pontificato ha acceso le luci in questo scantinato della società che sono le patrie galere. La sua mossa vincente è stato il Giubileo Straordinario della Misericordia: il fatto di poter gustare, nella porta della propria cella, una porta-santa da attraversare è stata un’intuizione davvero profetica. Quel gesto, così semplice e pieno di drammatica poesia, ha sancito un amore profondo tra il Santo Padre e il mondo di chi abita e frequenta le carceri. Il fatto, poi, che il centro si capisca meglio dalla periferia – uno dei quattro principi a cui si rifà il Papa – rende più chiara questa scelta.

— E l’idea di fare scrivere le meditazioni proprio al vostro carcere com’è nata?
Don Pozza: Tempo fa, lavorando ad un altro progetto, gli ho fatto leggere un testo scritto da un ragazzo detenuto: la scrittura, in carcere, è terapia, salvezza, per qualcuno una passione. Il Papa mi guarda, e mi dice: “Mi piacerebbe che, quest’anno, la Via Crucis del Venerdì Santo mi aiutaste voi a comporla”. In quell’attimo ho avvertito la felicità di tutta la gente che abita in carcere. Il suo desiderio, però, era anche un altro: “Non la vorrei scritta solo dalle persone detenute: mi piacerebbe il racconto di una società coinvolta nel lavoro di recupero”. Poi mi guarda: “Il mondo delle vittime, prima di tutto”. In quel suo sguardo c’era tutta la sua visione d’insieme.

— Come avete organizzato il vostro lavoro per riuscire, poi, a scrivere le quattordici meditazioni?
Mario: Dapprima abbiamo individuato, nella moltitudine di storie a disposizione nel mondo che ruota attorno al nostro carcere, le storie che, a nostro parere, meglio si abbinavano ai titoli delle stazioni. La proposta, poi, l’abbiamo rivolta alle quattordici che hanno accettato di lasciarsi coinvolgere. Il brano di Vangelo che proponevamo di meditare assieme è diventata la strada per entrare nelle profondità di se stessi, ripercorrendo la propria biografia personale. Tutti, senza eccezione alcuna, hanno saputo raccontarsi senza paura, pur lasciando che il dolore e la fatica facessero la loro parte.

— Quali emozioni si provano ad aiutare il Papa nella stesura di una Via Crucis?
Mario: Ci siamo sentiti davvero privilegiati e anche responsabili. Abbiamo imparato una volta di più a camminare in punta di piedi nelle vite degli altri, rispettandone il silenzio e accogliendo con discrezione anche le lacrime di cuori lacerati e vite straziate dal dolore, dal giudizio, dall’indifferenza. Ne abbiamo ricavato un grande insegnamento: anche dietro alla sofferenza più nera, si cela sempre un barlume di speranza, piccolo o grande che sia. Basta cercarlo, basta acconsentire di lasciarsi attraversare da quella scintilla. Dietro ogni meditazione c’è una storia, un nome. Nessuno di loro, il Venerdì Santo, avrà su di sé le luci della ribalta perché i nomi non verranno pronunciati. Non tanto per restare anonimi, ma perché il desiderio condiviso è stato quello di diventare la voce di tutti: di ogni persona detenuta nel mondo come di ogni persona vittima di reato, di ogni giudice o magistrato, di ogni volontario, di ogni agente di Polizia Penitenziaria come di ogni educatore.

— Come nasce l’amicizia che lega il mondo della vostra Casa di Reclusione con il Santo Padre?
Don Pozza: Questa vicinanza così particolare risale a domenica 6 novembre 2016, mentre si stava per concludere il Giubileo delle persone carcerate. La mia vita personale e quella del nostro carcere sono state travolte da una telefonata del Papa, giunta improvvisa, e dall’incontro avvenuto pochi minuti dopo. Nessuno, quella sera, poteva immaginare che nulla sarebbe stato come prima. È nata così quest’amicizia affettuosa che, nel tempo, si è andata rafforzando. Non c’è volta nella quale noi due ci troviamo che Francesco non mi chieda: “Come stanno i nostri amici? Salutameli, vi porto nel mio cuore. Se hai bisogno di qualcosa, ci sono, lo sai”. Questa sua vicinanza ci fa sentire “in una botte di ferro”, come diciamo in Veneto.

Riccardo Benotti

Pubblicato il 18 marzo 2020.

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