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Nella morsa del rimorso

Amarsi29

L'esperienza del perdono di sé può avvenire in tanti modi. Ricordo che una delle più profonde esperienze in questo senso la feci durante un momento di preghiera durante un ritiro.
Eravamo stati invitati a rimanere sulla parola del vangelo di Giovanni dove si racconta di una donna, colta in flagrante adulterio, che alcuni farisei trascinarono a forza nel tempio dove Gesù stava insegnando (Lc 8, 1-11).
Questo tipo di preghiera consiste nell'immaginare di entrare in una parola del vangelo, immedesimandosi in un personaggio della scena. È un'esperienza profonda di incontro con Gesù, perché spesso succede che quello che viviamo con la nostra immaginazione, guidati dallo Spirito Santo, finisce per produrre effetti profondi nel nostro cuore: d'altronde Gesù è vivo, e si fa davvero presente ogni volta che ci mettiamo in preghiera.

Una preghiera speciale

Quella volta si trattava di una preghiera guidata: la persona che conduceva quel momento ci invitò a chiudere gli occhi, ad entrare nella scena e a prenderne parte. Chi avrei scelto di essere?
Potevo scegliere di essere uno dei farisei, se sentivo di dover perdonare una persona che mi aveva offeso; o la donna, se avevo bisogno di ricevere perdono.
In quel momento sentii di dovermi mettere nei panni della donna. A quel tempo facevo fatica a perdonarmi un errore compiuto mesi prima. Non riuscivo a capacitarmi del fatto che avessi potuto sbagliare in quel modo. Non l'avevo fatto apposta, ma il danno ormai era fatto. Me ne vergognavo.
E così eccomi lì, in mezzo al tempio, circondata da gente che evidentemente non aveva nessuna intenzione di rimandarmi a casa libera e perdonata. I loro occhi – potevo vederli bene – erano di disprezzo e di condanna. Ciascuno teneva in mano una grossa pietra. A un cenno non avrebbero esitato a scagliarmela contro. Guardai meglio e vidi che Gesù non era tra loro.

Nella morsa del rimorso

Gesù non mi guardava dall'alto al basso come tutti gli altri, anzi. Dopo che quegli uomini erano arrivati e lo avevano interpellato sulle mie sorti, si era seduto per terra e con il dito aveva iniziato a scrivere nella polvere.
“E allora? - lo incalzavano i miei accusatori - che ne dobbiamo fare di questa donna?”. Io sapevo cosa avrebbe dovuto fare. Avevo sbagliato alla grande. Mi sarei meritata di scontare il mio errore a lungo. E in effetti la mia condanna era già iniziata: il rimorso e la vergogna infatti negli ultimi tempi avevano preso ad assalirmi ancora più spesso. Quando meno me l'aspettavo mi stringevano nella loro morsa e sembravano non avere alcuna intenzione di mollare la presa.
Anche i farisei sembravano voler fare lo stesso con Gesù. Lo incalzavano e pretendevano una risposta. Ed ecco che allora lui smise di scrivere, alzò la testa e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.

“Neanch'io ti condanno”

Vidi che gli sguardi delle persone intorno a me erano cambiati. Al posto della condanna, nei loro occhi potevo vedere ora delusione e confusione. Uno a uno se ne andarono, lasciando cadere la loro pietra.
A quel punto avrei dovuto provare sollievo, ma la vergogna e il rimorso erano ancora lì e non riuscivo a capire perché. Fu in quel momento che mi resi conto che non se ne erano andati tutti. Con la sua pietra, tenuta ben stretta nella mano, c'ero ancora io.
Non c'era delusione o confusione nel mio sguardo. C'era condanna. C'era rabbia e disprezzo nei miei occhi, e ora quegli stessi sentimenti li potevo sentire anche dentro, mentre si era materializzata tra le mie mani una grossa pietra. Era come se ci fossero due me: ero io quella con la pietra in mano ed ero ancora io quella che Gesù stesso ora mi chiedeva di perdonare.
Gesù infatti si era alzato e stava accanto a me, chiedendomi di perdonare me stessa insieme a lui. Mentre mi parlava sentivo che la mia mano allentava la presa ma la pietra era ancora lì.
Fu solo quando iniziai a pronunciare insieme a Gesù le parole: “Neanch'io ti condanno, va' e d'ora in poi non peccare più”, che mi accorsi che nelle mie mani non c'era più nulla. Erano libere. Ero libera. Corsi ad abbracciare me stessa insieme a Gesù.
Dopo quella preghiera i sentimenti di vergogna e rimorso per quell'errore non si ripresentarono più.

29 - Continua
La prossima tappa sarà online lunedì 12 ottobre

amarsi autore L'Autore

Letizia Capezzali è pedagogista. Laureata presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e con una specializzazione in Pedagogia Clinica, lavora da oltre 15 anni in ambito educativo.
A vent'anni fa un'esperienza forte di Dio che le stravolge la vita e la porta ad entrare a far parte della Comunità Magnificat, comunità di alleanza del Rinnovamento nello Spirito presente in tutta Italia e con missioni aperte in diverse parti del mondo.
All'interno della sua comunità è attualmente responsabile della Fraternità di Milano e si occupa di formazione e accompagnamento spirituale.
Collabora al settimanale di Piacenza Il Nuovo Giornale per il quale ha scritto numerosi articoli e un fascicolo della collana I Testimoni della Fede dedicato a Giuseppe Berti.

Pubblicato il 9 ottobre 2020

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Le tappe già pubblicate

1. Un percorso per scoprire come imparare ad amare

2. Una scoperta sorprendente

3. «Non sei abbastanza», una grande bugia

4. «Mio padre è il padrone del mondo»

5. Amàti sempre. Così come siamo

6. Il perdono che guarisce

7. Il nostro Barabba

8. Rumore, rumore, rumore

9. Nella tenda con Gesù

10. Perdonare fa bene

11. Profugo e ricercato a 2 anni

12. Tu sei prezioso

13. I linguaggi dell'amore

14. Lasciarsi perdonare

15. Amàti nelle nostre miserie

16. Trovare il bene anche nelle difficoltà

17. Inutili rivendicazioni

18. Il nostro «condominio»

19. Amare sé per amare gli altri

20. Mettere in sicurezza il cuore

21. Un lavoro paziente

22. Emozioni e sentimenti

23. Osservare i sentimenti

24. "Io mi arrabbio perché io..." 

25. Le nostre "spie" interiori

26. Comunicare i sentimenti

27. I sentimenti "insistenti"

28. Jordan e il perdono

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