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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9 forma breve)
“Finché saremo
agnelli, vinceremo”
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue
e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano!
Pregate dunque il signore della messe,
perché mandi chi lavori nella sua messe!
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi;
non portate borsa, né sacca, né sandali
e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui,
altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo
di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.
Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno,
mangiate quello che vi sarà offerto,
guarite i malati che vi si trovano, e dite loro:
“È vicino a voi il regno di Dio”».

La nostra vita e la Parola
25 2016vgLa missione. I discepoli vengono mandati davanti a Gesù, prima che lui arrivi. La missione è questo: preparare la strada perché sia Gesù a venire. Non sono i discepoli che salvano, è Gesù. Gli inviati sono operai, il padrone della messe è un altro. I discepoli partecipano alla missione di Gesù, sono chiamati a collaborare, ad annunciarlo, a indicarlo. Vengono mandati a due a due proprio perché nessuno di loro si presenti come il Salvatore e perché la loro testimonianza è l’amore fraterno, la comunione. I settantadue sono accompagnati da una potenza, “anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”.
Ma questo paradossalmente non è in fondo così importante: quello che conta è che “i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Quello che conta davvero non è la riuscita o meno della missione ma è l’amore del Padre, che Gesù ha rivelato: egli ci ha resi figli di Dio, partecipi della sua vita divina. La gioia dell’appartenenza a Cristo, della condivisione della sua stessa missione è la gioia del discepolo.
Come agnelli in mezzo ai lupi. È un’immagine assolutamente efficace. Un agnello in mezzo ai lupi è davvero fuori posto. Come un tifoso del Real Madrid nella curva del Barcellona, come un pesce fuori dall’acqua, come un eschimese nel deserto del Sahara. È la condizione di chi ha una missione affidatagli da Dio: non deve aspettarsi il consenso del mondo, ma l’incomprensione e forse il rifiuto; porta qualcosa di assolutamente nuovo, fuori dagli schemi consueti e probabilmente troverà disaccordo e contrasti. Un agnello non si impone, non cerca il potere, non ha strumenti per imporsi, ma dipende dalla accoglienza dell’altro. È affidato alla provvidenza, senza appoggi mondani e senza sicurezze, con un solo scopo quello di portare il vangelo.

Diceva san Giovanni Crisostomo: “finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza”. Rimanere agnelli anche in mezzo al mondo, senza lasciarsi trasformare dalle delusioni o dalle riuscite, senza lasciarsi rubare la sapienza del Vangelo dalla presunta intelligenza del mondo.
Don Andrea Campisi

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