Menu

logo new2015 okabbonamenti banner 750

Storia del giornale

2 - Le origini, gli anni di Gregori e il fascismo

“Il Nuovo Giornale” quotidiano. Rapporti difficili con il fascismo

7centenario2Nel dicembre del 1909  “La Favilla” annuncia la nascita di un quotidiano cattolico piacentino, è “Il Nuovo Giornale” che  inizia le pubblicazioni il 6 gennaio 1910. Tra le due testate  c’è realmente continuità. Non si tratta, quindi, di una chiusura, ma di un cambio di guardia interno. Infatti il 18 dicembre 1909, con il titolo “Il Nuovo Giornale di Piacenza”,  “La Favilla” aveva  annunciato l’uscita del quotidiano cattolico. Perché un titolo simile? “Per non ledere diritti di terzi”. Di questa testata si sta parlando, sul piano organizzativo, da circa un mese.
L’iniziativa è stata preparata nei dettagli: il nuovo quotidiano avrà una propria tipografia con una stampatrice  capace di 1.200 copie l’ora ed una macchina compositrice. Per i tempi si tratta di novità tecniche importanti. La sede è in via Garibaldi 60, accanto a quella della Posta (attuale sede della Provincia). Molte le indicazioni pratiche. Ad esempio ai nuovi corrispondenti viene offerto, in sintesi, un piccolo manuale di comportamento. Dovranno essere: “Attenti, pronti, oggettivi, concisi…”. “Il corrispondente non dimentichi di essere un cronista, pertanto riferisca i fatti come sono. Quanto alle impressioni, generalmente parlando, dica quelle del pubblico, non le sue personali”.  Meglio non si potrebbe esprimere un direttore moderno. Anzi!
Con “Il Nuovo Giornale” il settore della  stampa cattolica  ha ormai raggiunto una propria stabilità, anche se non mancheranno i cambiamenti, date le prove a cui il Novecento sottoporrà la nuova testata. Primo direttore è l’avv. Agostino Mittiga, ma la vera anima del giornale è don Gregori che in  seguito assumerà la guida della redazione in prima persona.
Restiamo al primo numero. In apertura un articolo di saluto a firma del direttore; titolo: “Cominciando”. “Il nostro giornale – dopo un periodo fecondo ed alacre di sforzi poderosi e continui – vede finalmente oggi la luce e corona con un pratico successo l’attesa che amici ed avversari avevano su l’opera nostra”.
Vi sono alcuni passaggi in cui Mittiga si concede un po’ di retorica e poi entra nel vivo: “Ai nostri tempi il giornale è una forza: lo è per gli avversari della Chiesa: dev’esserlo anche per noi. E’ un’arma che bisogna imbrandire e temprare in ogni momento. Ma è anche un’arma pesante che i muscoli e il coraggio di un solo, non bastano a maneggiar con  sveltezza e facilità.  Bisogna che tutti quelli i quali hanno con noi una fede e sanno che questa fede non è inerzia molle di animi imbelli, ma coraggiosa estrinsecazione di vita attiva e feconda – ci assistano con l’opera loro”.
Più avanti: “Nessuna mira bassa  ed innominabile di guadagno, nessuna losca ambizione di supremazia ci ha spinti. Abbiamo sentito che avevamo un dovere e questo dovere vogliamo compiere. Lo compiremo questo dovere in tutta la sua interezza, senza paure e tentennamenti, senza acrimonie vane e logomachie inutili. I nostri avversali leali si rassicurino”.
“Noi usciamo per combattere in piena luce non contro gli uomini che ci avversano, ma contro le loro idee malvage che tante infelicità han disseminato ne disseminano tuttavia nel mondo”.
“Vi sono uomini che dobbiamo difendere dalla lebbra più triste: dalla corruzione dello spirito, che si spande attorno ammantandosi di arabeschi e di ori falsi e luccicanti.
“… Il nostro programma non è che quello di tutti i cattolici d’Italia e del mondo: per la carità e per il bene, sempre, con ogni sforzo. Dinanzi a questo proposito le persone scompaiono perfettamente. Assalitori, non di anticipato volere ma se le necessità vi si costringeranno, useremo quella nobiltà di mezzi che ci è abituale”.
“Assaliti ci difenderemo con ogni sforzo maggiore usando rispetto per la lealtà degli avversari, smascherando senza esitazione e pentimento coloro che avranno creduto di rendersi  forti con la menzogna e con la vigliaccheria”.
Già abbiamo accennato che la direzione passerà poi a Gregori, vi sarà anche una parentesi con Angelo Maria Zecca, un prete letterato, ma all’inizio degli anni Venti, quando lo scontro con i due schieramenti opposti, da un lato i socialisti e dall’altro i fascisti, si fa più duro, la redazione è guidata da Gregori.
I giornalisti cattolici vengono più volte aggrediti, lo stesso direttore è vittima della violenza fascista. Si legge nel libro “Giornalisti all’ombra del duomo”: “E’ un crescendo: diversi preti vengono aggrediti, ma non solo; il 27 ottobre, alla vigilia della “marcia su Roma”,  nuova aggressione alla  testata cattolica (questa volta ci va di mezzo il redattore Umberto Del Ciglio) e così si giunge al 30 novembre 1922 quando viene reso pubblico il cambio di tutto il vertice del quotidiano cattolico (negli ultimi tempi, però, la redazione aveva seguito con uno stile diverso la presa del potere di Mussolini e i motivi li spiegherà con il suo articolo di addio lo stesso direttore uscente).
Mentre Gregori pubblica in prima pagina un articolo di fondo intitolato “Un salto nel buio”, in seconda apre con le sue dimissioni: “In limine… mortis”. Per la sua importanza, sia per conoscere l’uomo sia per capire il passaggio nella vita del giornale, è il caso di leggere quasi integralmente l’articolo: “Quando, fra poche ore, questo numero del ‘Nuovo Giornale’ vedrà la luce, io avrò cessato definitivamente di esserne il Direttore.
“Dico ‘definitivamente’, perché le mie dimissioni datano dal giorno otto Ottobre; e mi lusingo che i lettori del ‘Nuovo Giornale’, almeno i più attenti ed assidui, se ne siano avveduti”. Precisa di aver assunto l’incarico nel settembre del 1920, ribadisce i principi di giustizia nei quali ha sempre creduto e ai quali si è uniformato. “Ma ho dovuto convincermi che oggi il mio pensiero non è più all’unisono con quello della maggioranza; la mia è una mentalità ormai sorpassata, la quale viene accolta dai più con un sorriso  tra l’ironico ed il compassionevole”.
“Ora il rimanere in un ufficio in cui si ha il dovere di adoperarsi a formare l’opinione pubblica è sciocchezza per chi comprende  che i  criteri ai quali si ispira sono passati di moda, e per conseguenza non saranno mai divisi dagli uomini del suo tempo”.
“Per me, che questi criteri li ho imparati sulle ginocchia materne e li ho coltivati per mezzo secolo colla ostinazione del montanaro, il cambiarli oggi è impossibile. Piuttosto che rappresentare la malva, ho preferito apparire l’ortica; molto meno mi adatterei a fare la parte del girasole”. Precisa che per lui è ormai impossibile cambiare modo di pensare e, convinto di prendere una decisione non solo lecita, ma doverosa,  si dimette.
Alla dichiarazione di Gregori fa seguito quella del suo redattore, don Colombini, che lascia anche lui il giornale. Il sacerdote dichiara di condividere le parole della direzione e aggiunge alcune sue considerazioni venate di ironia: “Non mi duole di abbandonare la lotta; ho sempre avuto un senso nostalgico per i pacifici, che mi illudo possan essere beati. Non serbo rancore per nessuno. Ci tengo a dichiararlo specialmente a quelle anime, pie e non pie, che si sono date premura di affliggere più di una virtù cristiana, vagheggiando quel giorno felice, nel quale avrei deposto la penna”.
Dopo Gregori il giornale sarà diretto da Angelo Maria Nasalli Rocca, che lascerà  il posto a Silvio Celata,  Luigi Balduzzi e ad altri giornalisti che si muovono nell’orbita del quotidiano “L’Avvenire d’Italia”. La testata piacentina  affronta il periodo fascista in un primo tempo aderendo, sul piano politico, alla causa dei popolari, poi si limiterà alla pastorale affidandosi, per le scelte politiche, al già citato fratello maggiore di Bologna. Alla fine giunge la guerra, il giornale per alcuni mesi sospenderà le pubblicazioni, ma con il ritorno della democrazia, dopo le direzioni di Adeliso Massari e di Amedeo Ghizzoni, affronterà i problemi della società con rinnovato vigore. Questo riguarda soprattutto la direzione del giovane don Ersilio Tonini, ma ne parleremo nella prossima puntata.
In breve i cambi di periodicità: a parte la parentesi del 1918 quando, per motivi economici, esce solo una volta la settimana, la testata mantiene la cadenza quotidiana fino al 1926 quando diventa bisettimanale; nel 1932 passa  settimanale ed è con questa periodicità che giunge ai nostri giorni.

(2 - continua)

 

Gli anni dello scontro tra cattolici e comunisti

Dopo la parentesi della guerra dal 1947 al 1953 la redazione è guidata da don Ersilio Tonini, il futuro cardinale

17cen

La seconda guerra mondiale porta anche difficoltà economiche e il Nuovo Giornale dal 17 febbraio al 23 marzo 1944 è quindicinale. L'11 agosto 1944 cessa le pubblicazioni. Il 27 gennaio 1946 esce un numero unico per l'ordinazione del vescovo piacentino Carlo Boiardi, poi silenzio. Il giornale torna in edicola il 15 febbraio 1946 e lo dirige  don Amedeo Ghizzoni.  Ma non è l’uomo giusto per i tempi. Il 3 gennaio 1947 il sacerdote annuncia che lascia la direzione. Saluta i lettori e si dice di essere in attesa che il direttore incaricato abbia terminato le formalità burocratiche. Ricorda che il 26 dicembre 1945 era stato contattato dal vicario generale Italo Sgorbati, aveva accettato per un breve periodo e quindi ora attende il sostituto.

E il sostituto è un giovane prete che  era rientrato da Roma dove aveva compiuto gli studi giuridici: è don Ersilio Tonini, il futuro cardinale. Il sacerdote firmerà il suo primo giornale il 7 marzo 1947. L'autorità diocesana, visti i tempi in corso e soprattutto quelli che si preannunciano, evidentemente chiede al giornale di ricoprire un ruolo poco in linea con le caratteristiche direzionali di Ghizzoni, mentre si adattano molto bene alla figura professionale di don Tonini. Che il nuovo direttore abbia un passo del tutto diverso e originale lo si avverte subito con l’articolo che pubblica sul primo numero: non fa programmi, ma passa all'azione. Parliamo del testo che l'autore titola "Scacco al re. Attenti alla regina". Scrive tra l’altro il nuovo direttore, prendendo spunto dal gioco degli scacchi, che “qualcosa di simile può avvenire oggi a noi che combattiamo il Comunismo. Sì, esso è nemico della Fede, nemico abile, armato, minaccioso. Ma non solo, ecco lì un altro che gli è alleato: il Capitalismo. ossia la “ricchezza ingiusta”, la mammona. Alleati Comunismo e Capitalismo? Sì, alleati, anzi fratelli. E’ materialista il Comunismo che tratta l’uomo come un essere affamato di solo pane. Ma materialista è pure il Capitalismo che riconosce in pratica solo i valori economici. Il primo innalza a mito la classe proletaria, l’altro la classe più fortunata; ambedue portano alla dittatura di una classe sull’altra”. Ovviamente questo è un enunciato che il direttore Tonini poi mette in pratica con molto buon senso, pragmatismo e lungimiranza.

Nei primi anni della ripresa, dopo la pausa imposta dalla guerra, il giornale deve avere diversi problemi organizzativi come dimostrano i vari cambiamenti di sede. Il 3 gennaio 1947 la direzione e la redazione riprendono l’attività in corso Vittorio Emanuele 169, mentre l’amministrazione è in via Legnano 1, presso la Libreria Silvotti. Cambia anche la tipografia: stampa lo Stabilimento Tipografico Piacentino, quello dei fratelli Prati di “Libertà”. Il 27 giugno 1947 troviamo la direzione e la redazione in via Prevostura 9, mentre l’amministrazione resta in via Legnano. L’impostazione è quella annunciata da don Tonini con il suo primo articolo e, per dimostrare che alle parole seguono i fatti, ad esempio inaugura e mantiene una pagina dedicata al lavoro.

Il 21 maggio 1948 nuovo cambio di sede: la direzione e la redazione si trasferiscono in via San Giovanni 7, a Palazzo Fogliani; il 9 luglio dello stesso anno troviamo direzione, redazione e amministrazione riunite in Via Legnano (si tratta evidentemente di una soluzione ponte), mentre con il numero del 14 gennaio 1948, l’anno del grande impegno politico, la direzione e la redazione sono di nuovo in via San Giovanni 7. L’amministrazione resta in via Legnano presso la libreria Silvotti. E’ anche il mese, questo, in cui una delegazione del “Nuovo Giornale” si reca a rendere omaggio a Pio XII: il Papa fa una foto con il gruppo e il settimanale  pubblica foto e articoli in prima pagina il 22 gennaio 1948.

Per quanto riguarda la logistica, in questi anni non si rilevano cambiamenti: arrivano firme importanti tra cui quelle di Giuseppe Botti e Giancarlo Torti. Si giunge così all’8 maggio 1953 quando don Tonini, nominato parroco di Salsomaggiore, firma l’articolo “Congedo” e lascia il giornale. E’ un abbandono più formale che reale in quanto il sacerdote continuerà, con la sua figura carismatica, a influenzare l’attività della redazione anche perché vi lascia due amici-allievi che continuano a muoversi alla sua ombra: sono Dante Formaleoni e don Giuseppe Venturini.

Lo stesso Cardinale, ricordando in seguito i suoi anni da giovane direttore alla guida del Nuovo Giornale, ha avuto modo di sottolineare come il Novecento sia stato un'epoca  straordinaria, in quanto vengono a maturazione tutti i vizi tra cui le dittature. Ora le democrazie si stanno estendendo in tutto il mondo. Per quanto riguarda il ‘48, è stato un anno di grandi cambiamenti con il passaggio da un paese governato ad uno di governanti. Altra considerazione: un paese nazionalista diventa progressivamente europeo. Questo lo si sentiva anche a Piacenza. 

Un altro tema di quel periodo – sono sempre ricordi del card. Tonini - riguarda l'economia con i lavoratori che rivendicavano la prima linea. E l'alternativa era tra due modelli: l'americano e il russo. Questo scontro è stato avvertito anche a Piacenza, compresi i comizi in piazza. E' stata un’epoca di coraggio. Tutto era percorso da un fremito popolare con la partecipazione di ambo le parti. C'era passione. A Piacenza non c'è mai stato un atto di violenza, mai una minaccia, mai una sopraffazione.

La stampa in questa battaglia ha avuto il suo ruolo: “Il Nuovo Giornale” da  una parte e dall'altra “Il Martello” e “Battaglie Democratiche”. “Tra me e Clocchiatti - ha ricordato il Cardinale - c'era un rapporto fraterno, anche nelle battaglie. Mai una tensione: merito di Ernesto Prati e della sua “Libertà”. Grandi dibattiti, anche sul divorzio, ma in una sostanziale correttezza”.

“La nostra Piacenza ha conosciuto un fenomeno culturale notevolissimo, il cineforum. La nostra città ha vissuto quell'epoca intensamente, però nella discrezione. Forse in tutta la regione la nostra provincia è stata la più cauta. Un dibattito acceso senza che nulla offendesse il rapporto fraterno. Mi disse  Clocchiatti: ‘Monsignore, fra quarant'anni vedremo chi avrà ragione’. Nessuno ha avuto ragione. Sono solo felice di aver dato il mio contributo al fianco della nostra gente che ha partecipato perché voleva il cambiamento”.