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Padre Albanesi: riscopriamo il Battesimo

albanesi

Nessuno di noi ha ricordi del proprio battesimo, essendo avvenuto, per la gran parte degli italiani, da neonati. Eppure, per il cammino cristiano, quetso sacramento è la base di tutto. Ne parliamo con il teologo padre Nicola Albanesi, docente al Collegio Alberoni e visitatore provinciale dei Padri della Missione.

    Papa Francesco invita spesso a scoprire la data del proprio battesimo. Ma perché è così importante questo sacramento?

Più che importante è fondamentale, perché segna il passaggio, in maniera definitiva, in una forma di vita nuova, quella cristiana. La fede in Cristo, viene sigillata nel battesimo. E nel battesimo il credente viene introdotto pienamente nel tessuto ecclesiale, entra a far parte della comunità cristiana come membro riconosciuto e accolto!

Negli atti degli apostoli, nei primi discorsi missionari, si riproduce questo schema: kerygma, conversione, battesimo. Pietro e gli altri apostoli annunciano la buona notizia. La fede nasce dall’annuncio. In chi accoglie l’annuncio, sorge la domanda: “e ora che cosa dobbiamo fare?”. “Fatevi battezzare”, è la risposta degli apostoli. L’annuncio del Vangelo fa sorgere la fede che apre al credente un nuovo mondo: una percezione nuova di sé e della vita in relazione a Cristo. In chi accoglie l’annuncio nasce l’esigenza di cambiare stile di vita. Ecco allora la risposta: il battesimo introduce in una nuova forma di esistenza, segnata dall’appartenenza a Cristo dentro la Comunità cristiana.

Ecco allora si spiega come il Papa insista nel valorizzare la data del proprio battesimo. Ha invitato anzitutto a conoscerla per festeggiarla in analogia al compleanno. Anzi, l’uso antico, era proprio quello di festeggiare la data del proprio battesimo, come la “vera nascita”, e non quella del proprio compleanno. È famoso il divieto di Origene ai suoi catecumeni di festeggiare il compleanno, argomentato dal fatto che in una festa di compleanno, Salome ha chiesto ad Erode la testa di Giovanni il Battista.

E siccome nel battesimo viene imposto un “nome” – e nell’antichità il nome degli adulti veniva cambiato – con il tempo si è aggiunto l’uso di festeggiare il proprio onomastico, facendo memoria del santo protettore. Questo uso è sopravvissuto fino ad oggi nella vita religiosa. Quando si entrava in monastero o in una forma di vita religiosa, si cambiava nome, e da quel momento in poi si festeggiava il nuovo onomastico e non il proprio compleanno. Oggi, in molti ordini religiosi, non si cambia più nome. Tuttavia è rimasto l’uso di festeggiare l’onomastico e non il compleanno.

2) Qual è il messaggio vitale contenuto nel battesimo?

È il passaggio ad una forma di vita nuova. Nel battesimo c’è un prima e un dopo. Un prima, dato da una vita senza il riferimento a Cristo, una vita irrisolta che esige di essere “salvata”. E un dopo, segnato da un “incontro che salva”. Il discriminante è Cristo.

Una vita senza il riferimento unico e necessario a Cristo – perché solo in Cristo c’è salvezza – è una vita in attesa del proprio compimento. Simone Weil ha scritto una bellissima riflessione su questo punto contenuta in un piccolo libricino intitolato “Attesa di Dio”. Descrive una esistenza in “stato di invocazione”. Penso che tante persone, al di là dell’indifferentismo religioso o del rifiuto esplicito del religioso, o del rifiuto del cristianesimo come religione, siano alla “ricerca” di un senso. Magari questa ricerca di tipo religioso è vissuta in una maniera implicita, dentro la ricerca della verità, della giustizia, di una solidarietà da ritrovare, di un significato da dare alla vita.

Ora il battesimo fa passare dall’implicito all’esplicito! Da una fede implicita ad una professione di fede esplicita; dallo stare fuori, o sulla soglia della Chiesa, ad una piena appartenenza ecclesiale; da una ricerca di significato ad una missione da compiere.

    Padre Raniero Cantalamessa parla del battesimo come “sacramento congelato”. Che cosa si può fare per scongelarlo?

L’immagine di una realtà congelata veicola l’idea di un dono inattivo, non sfruttato, non vissuto pienamente. La sfida è quello di “riscoprirlo” come “dono”, tesoro nascosto, perla preziosa. Di fatto lo si scongela attraverso la catechesi, la formazione cristiana.

E’ ormai da almeno 50 anni, dal dopo Concilio, che si parla di catechesi per adulti, di formazione permanente alla fede, di catecumenato e neo-catecumenato, di spiritualità battesimale. Il cammino neocatecumenale per esempio, ha centrato tutto il suo itinerario di iniziazione cristiana come “riscoperta del proprio battesimo”. Ha dato tanti frutti di conversione, di famiglie ricostruite e ora di famiglie missionarie, di vocazioni presbiterali e religiose. Ma anche diverse nuove comunità monastiche (soprattutto di origine francese) hanno proposto un rinnovamento della vita religiosa tutta centrata sulla spiritualità battesimale. Tanti ordini religiosi dopo il Concilio hanno rivisto la stessa formulazione dell’emissione dei voti religiosi, che considera la vita consacrata come una specificazione della consacrazione battesimale e non più come “speciale” consacrazione che si aggiunge a quella battesimale. Lo stesso nuovo rito del matrimonio, che ha molto opportunamente aggiunto la memoria del battesimo prima della manifestazione del consenso, manifesta questo movimento di “ritorno al nucleo essenziale della fede”.

Riscoprire il proprio battesimo significa tornare alla fede relativizzando la religione. Mi sembra che sia urgente riscoprire la bellezza della fede cristiana oltre la stessa religione cristiana!

Pubblicato il 4 marzo 2019

 

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