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Messa «in Coena Domini»: il silenzio che inaugura il tempo nuovo

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“Proviamo a pensare ad una società di persone efficienti, di uomini e donne che sanno produrre, il cui valore personale e sociale è legato alle performances di cui sono capaci. Saremmo in balia delle prestazioni (mai sufficienti), della esasperata competitività, di egoismi ancora più esasperati. Del culto della forza e della bellezza. Una vera e propria disumanizzazione collettiva”. Sono le parole pronunciate dal Vescovo mons. Adriano Cecolotto, la sera del 2 aprile, nella Messa “in Coena Domini”, in cattedrale a Piacenza, concelebrata dal vescovo emerito mons. Gianni Ambrosio, dal vicario generale don Giuseppe Basini, dal Capitolo della Cattedrale e dai padri scalabriniani.
Fin dalle prime parole della liturgia, si è fatto memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio: quel gesto con cui Gesù, nell’ultima cena, offre il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino. Un dono che non appartiene solo al passato, ma continua a farsi presente, sera dopo sera, nella vita della Chiesa.

Il tempo che ricomincia dalla Pasqua

Nell’omelia, mons. Cevolotto ha guidato l’assemblea dentro il significato più autentico della Pasqua, la Pesach ebraica, parola che racchiude l’idea di un passaggio decisivo. «Inizio dei mesi» e, al tempo stesso, «ultimo mese dell’anno»: una soglia che chiude e apre, che compie e inaugura.
Per Israele, ha ricordato il vescovo, la Pasqua segna l’avvio di un “nuovo corso delle cose”: non una conquista, ma un dono ricevuto. Il tempo stesso del popolo nasce da quella liberazione, da quel passaggio dalla schiavitù alla promessa. È Dio che interviene, che sottrae il tempo alla sua semplice successione cronologica e lo introduce in una dimensione altra, il “tempo di Dio”.
È in questa prospettiva che il Triduo Pasquale si rivela come il compimento definitivo: in Cristo - ha sottolineato il presule - il tempo ricomincia davvero. Non più solo memoria di un evento, ma presenza viva di una salvezza che si rinnova.

I piedi, racconto di una vita

Ma è stato nel gesto della lavanda dei piedi che la riflessione si è fatta ancora più concreta e toccante. Mons. Cevolotto ha invitato a guardare proprio lì, ai piedi: la parte del corpo che porta i segni del cammino, della fatica, degli incontri e delle separazioni. I piedi raccontano una storia. E con il passare degli anni, diventano fragili, bisognosi di cura.

In una società che fatica ad accettare la vecchiaia - spesso ridotta a perdita, inutilità, peso - il gesto di Gesù - per mons. Cevolotto - appare in tutta la sua forza controcorrente. Egli si inginocchia sulla fragilità, la riconosce, la accoglie. “Gesù in questo gesto - ha detto il vescovo - ricorda a tutti che il suo Amore non dipende da quello che gli possiamo assicurare con il nostro fare e la nostra efficienza, ma che il suo Amore da sempre si è piegato su ciò che eravamo, su ciò che siamo e, possiamo contarci, su ciò che diventeremo. Il suo Amore, ormai dato, è all’inizio di ogni vicenda umana, è capace di salvare i nostri piedi e i nostri cuori, rendendoli partecipi della sua vita offerta”.

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Nella foto, il rito della lavanda dei piedi: mons. Cevolotto ha lavato i piedi a dodici anziani.

Il gesto che parla più delle parole

Nel rito della Lavanda dei piedi (Mandatum), questo messaggio ha preso forma concreta. Mons. Cevolotto ha lavato i piedi a dodici anziani - tra loro un presbitero e alcune religiose - in un clima di intensa partecipazione. Un gesto semplice, eppure capace di restituire senso alle parole del Vangelo: amore, umiltà, servizio. Non un simbolo distante, ma una consegna: ciò che Gesù compie, i suoi discepoli sono chiamati a vivere.

Dal pane condiviso al silenzio della notte

Al termine della celebrazione, la processione eucaristica ha condotto il Santissimo all’altare della reposizione. Non un “sepolcro”, ma un luogo di custodia e adorazione, memoria della veglia di Gesù nel Getsemani. I fedeli si sono fermati in silenzio, prolungando la preghiera oltre il rito.

Non c’è stato un saluto finale. Nessuna conclusione, perché la liturgia non si è chiusa, ma è continuata nella notte, nell’adorazione silenziosa, nell’attesa…
Così, nella quiete della Cattedrale, è iniziato un tempo diverso. Un tempo che non si misura in ore, ma in gesti che salvano, in parole che restano, in un Dio che ancora passa  e trasforma la storia.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 3 aprile 2026

Nella foto, la messa in Coena Domini in Cattedrale presieduta dal vescovo Cevolotto.

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