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Il vescovo Vezzoli: «il prezioso servizio offerto dai social»

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Il Vescovo Ovidio Vezzoli, delegato per la liturgia da parte della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna, spiega come in questa situazione di emergenza con l'uso dei social si aprano canali tra la Chiesa e la società.
Il card. Martini introdusse la Lettera pastorale dal titolo “Il lembo del mantello”, dedicata ai mezzi di comunicazione di massa e al loro rapporto con il messaggio di Gesù, con un riferimento ai testi di Marco e Luca (cfr. Mc 5,25-34; Lc 8,42-48) riguardanti la guarigione di una donna malata da tempo attraverso il contatto con il lembo del mantello di Gesù. L’intera Lettera pastorale intende aiutare a rispondere alla domanda: come è possibile che mediante i mezzi di comunicazione di massa si possa entrare addirittura in contatto con la forza salvifica di Gesù? Come è possibile che in presenza di strumenti che trasmettono una comunicazione in una sola direzione e a una massa anonima, si aprano dei canali comunicativi nell’ambito della comunicazione interumana, di quella tra Chiesa e società e di quella tra persone e Mistero divino?

Mons.Vezzoli, in questo particolare momento difficile che stiamo vivendo a causa dell'emergenza sanitaria in atto, molti fedeli stanno seguendo la liturgia, il Rosario e i momenti di preghiera in televisione o in straeming attraverso l'utilizzo di diversi canali comunicativi. Come ritieni opportuno predisporsi spiritualmente ed emotivamente a questa esperienza?
È opportuno richiamare il prezioso servizio che i social offrono a tutti. Già il Concilio Vaticano II nel Decreto sui mezzi di comunicazione sociale Inter mirifica n. 2 sottolineava: «La madre Chiesa riconosce che questi strumenti […] offrono al genere umano validi sostegni perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire gli animi, nonché ad estendere e consolidare il regno di Dio». Oggi siamo nella condizione di apprezzare particolarmente i social in un contesto in cui ai credenti è impedito di partecipare alle celebrazioni liturgiche della Chiesa. D’altro canto il social è solo uno strumento che necessita di un’anima per poter esprimere tutte le sue potenzialità. Questa dimensione è il credente che la può far emergere, salvaguardando alcuni atteggiamenti fondamentali che dispongono ad accogliere il mistero celebrato. Al riguardo, la Costituzione sulla Liturgia precisa al n. 20: «Le trasmissioni radiofoniche e televisive di funzioni sacre, specialmente se si tratta della celebrazione della Messa, siano fatte con discrezione e decoro».
Anzitutto, è prioritario il silenzio interiore ed esterno. Quello interiore dispone all’ascolto e all’accoglienza della Parola proclamata nel contesto liturgico. Quello esteriore è la condizione che crea lo spazio adatto affinché il fedele sia presente all’evento rituale. Se sono necessari decoro e dignità per la celebrazione, non è meno importante per il fedele assumere atteggiamenti che esprimono questa stessa dignità. Collocare un Crocifisso o una icona vicino allo schermo, l’accensione di un cero accanto alla Bibbia aperta, può essere un modo per favorire il silenzio e la dignità della celebrazione alla quale si assiste tramite i social. In secondo luogo, è decisiva l’intenzione ecclesiale che il fedele esprime durante la trasmissione. Non siamo semplicemente da soli davanti ad uno schermo; la Chiesa, comunità dei credenti alla quale apparteniamo in forza del Battesimo, prega, intercede e rende grazie con noi. Infine, l’atteggiamento orante: esso anima l’ascolto della Parola, ci rende partecipi delle preghiere e dei formulari che vengono proposti, ci permette di cogliere i segni e i gesti nella fede e ci aiuta ad unirci, mediante l’opera dello Spirito, all’intercessione della Chiesa. In sostanza, l’esperienza liturgica trasmessa dai social non si improvvisa né per chi presiede né per chi l’accoglie.


Che cosa significa vivere la “comunione spirituale” con Gesù durante la Messa?
È necessario, anzitutto, chiarire il significato dell’aggettivo “spirituale”. Unito al termine “comunione” non ha il significato di “effimero – non reale – virtuale – artefatto”. Al contrario, “spirituale” rimanda all’azione propria dello Spirito, la cui caratteristica è quella di essere Vivificante ovvero, “che fa vivere, che opera in favore della vita”. Comunione spirituale, pertanto, è l’esperienza che lo Spirito, dono del Signore Risorto alla sua Chiesa, suscita nella comunità dei credenti e che si concretizza nel cammino di fedeltà all’Evangelo, di comunione fraterna, di condivisione e di carità. Perciò, la comunione spirituale non è contrapposta alla comunione eucaristica e nemmeno la sostituisce. Comunione eucaristica è la partecipazione sacramentale al Corpo e al Sangue del Signore, la cui vita è donata e offerta nella libertà di amare fino alla consegna di sé. La comunione spirituale rimanda agli atteggiamenti e ai frutti che la Comunione eucaristica richiede e produce, affinché sia partecipazione autentica al mistero della Pasqua del Signore. Lo ricorda Paolo: «Vi supplico, fratelli, per le misericordie di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. È questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1).

La preghiera è un’esperienza da vivere personalmente ed interiormente, e non solo davanti a uno schermo. La lettura della Bibbia e la Liturgia delle Ore come possono essere di aiuto al fedele in questa situazione?
Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato che l’esperienza cristiana non si esaurisce in modo esclusivo nella celebrazione eucaristica. La Costituzione sulla Liturgia al n. 7 precisa: «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa […]. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro […], sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti […]. È presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega, loda e canta». Questa è la vigilanza necessaria da mantenere di fronte alla tentazione di ridurre tutta la vita di fede alla sola celebrazione della Messa. La lettura, l’ascolto e la meditazione della Parola, la Liturgia delle Ore sono segni inequivocabili della presenza viva ed efficace del Signore nella sua Chiesa. Del resto la testimonianza della prima Chiesa di Gerusalemme in At 2,42 è eloquente: «Erano assidui nell’ascoltare la catechesi degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere». Va ribadito, che la lettura e l’ascolto della S. Scrittura, da soli o in comunità (lectio divina) è esperienza di comunione ecclesiale e di incontro con il Signore della Parola. La Liturgia delle Ore, in particolare Lodi e Vespri, è preghiera della Chiesa, nella quale i credenti sono in comunione con il Risorto che «Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio» (S. Agostino, Esposizione sui Salmi, 85,1).

In quanto credenti, laici e consacrati, e di cui molti in prima linea nell’aiuto ai malati e ai bisognosi in questa situazione di crisi, come possiamo essere testimoni di speranza e fede per il prossimo?
In tempi difficili diversi atteggiamenti, reazioni e pensieri si affacciano alla nostra vita. Vi è la superficialità e l’ingenuità di chi afferma che “Tutto andrà bene”. Si tratta di una forma di rimozione del problema, che allontana la nostra responsabilità affidandosi ad un generico destino che, si spera, cambi il corso delle cose. Vi è, poi, la reazione del cinico che prende le distanze da ciò che accade, gioca a fare il filosofo ritenendosi “oltre e altro” rispetto agli eventi che interpellano gli umani. È la reazione di chi afferma che, in sostanza, non vi è nulla di nuovo sotto il cielo e che bisogna accettare con rassegnazione quanto accade perché è una realtà che ci supera sempre. Altri, ancora, reagiscono gridando alla disfatta, alla dissoluzione di tutto, affermando che nulla sarà più come prima. Costoro disegnano scenari apocalittici, sconvolgimenti cosmici, orizzonti di paura e di disfatta irreparabile. È un altro modo per fuggire dalla realtà e inabissarsi in una incognita del tempo senza speranza, fatto di annientamento e di macabra desolazione. Altri, ancora, si ergono a moralisti a basso prezzo affermando che questo tempo di crisi è una opportunità, un tempo prezioso per rendersi conto della nostra fragilità e della nostra pretesa di onnipotenza e che ci impone un modo altro di vivere. Il vizio di questa posizione consiste nell’ostentazione di una lettura della realtà, che minimizza la sofferenza e la fatica delle persone. Il credente, in tale contesto, non si erge a giudice che emette sentenze di condanna o di assoluzione; egli non va alla ricerca di un responsabile ultimo al quale imputare la colpa definitiva della situazione in atto. Il discepolo dell’Evangelo non fa né il profeta di sventura né si atteggia ad ingannevole venditore di soluzioni facili e immediate. Il credente sceglie di restare nella compagnia degli umani condividendo le loro fatiche, i loro dubbi, i loro silenzi e le loro paure, ma senza lasciarsi «rubare la speranza». Adesso ci è dato di comprendere appieno l’ammonimento insistente di Papa Francesco, rivolto a tutti: «Non lasciatevi rubare la speranza». Il discepolo non fugge; egli rimane fedele a questa storia umana, volgendo senza stancarsi lo sguardo al suo Signore crocifisso e risorto dai morti, fondamento ultimo della sua speranza e della sua libertà. Ha visto bene il Concilio Vaticano II quando, nella Costituzione sulla Liturgia annota al n. 9: «La sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa». La risposta del cristiano in tempi difficili parla il linguaggio della speranza e della condivisione nella carità.

Pubblicato il 31 marzo 2020

Martina Pacini
 Settimanale diocesano di Fidenza: Il Risveglio

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