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“La vita non finisce qui”: davanti alle reliquie di San Francesco

FOTO assisi 2026

Da pochi giorni si è concluso un pellegrinaggio con oltre 150 piacentini organizzato in occasione dell’ostensione delle spoglie di San Francesco nella città umbra. Il gruppo, guidato da Valeria Perini, responsabile dell’Ufficio diocesano pellegrinaggi, era accompagnato dal vescovo emerito mons. Gianni Ambrosio, dal parroco di Rivergaro don Valerio Picchioni e da don Simone Tosetti, vicario a Castel San Giovanni e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano. Un nuovo gruppo di oltre 50 persone partirà alla volta di Assisi sabato 7 marzo. Proponiamo ai lettori la testimonianza di Riccardo Ghidotti, storico e critico d’arte, tra le guide che hanno preso parte al recente viaggio dei piacentini.

Non avevo intenzione di andare ad Assisi. Non avevo nessuna voglia di vedere le sacre reliquie di San Francesco, mi sembrava una cosa distante dalla mia spiritualità. Ma quando mi è stato chiesto di accompagnare un gruppo come guida per il loro pellegrinaggio, ho deciso di partire. Non avevo idea di come quella visita mi avrebbe cambiato.

Francesco non amava mettersi in mostra

San Francesco, nella sua vita, ha compiuto pellegrinaggi significativi per venerare le reliquie di santi, come quelle di San Giacomo a Santiago di Compostela e quelle di San Pietro a Roma. Questi pellegrinaggi non erano solo un atto di devozione, ma un segno tangibile del suo desiderio di entrare in comunione con i santi che, come lui, avevano vissuto la fede in maniera radicale.

Francesco non amava mettersi in mostra, anzi, avrebbe preferito che il suo nome fosse dimenticato piuttosto che celebrato. Ma se oggi vedesse quanta gente che si raduna per venerare le sue reliquie, sono certo che obbedirebbe, non per se stesso, ma per la gloria di Dio. Perché l’ostensione delle reliquie non è un atto di vanità, ma un invito a riflettere sulla nostra esistenza, un richiamo a guardare la morte con occhi nuovi e a viverla in modo consapevole.

Pensavo che fosse un atto macabro...

E così, camminando per le strade di Assisi, ho visto con occhi diversi la devozione delle persone che si accostano alle sacre reliquie di San Francesco. All’inizio pensavo che fosse un gesto estraneo alla vera spiritualità, come se fosse qualcosa di più legato alla tradizione che alla fede viva. Mi sembrava che esporre il corpo fosse un atto macabro, quasi come una rievocazione del passato. Ma in quel momento, tra la folla, qualcosa è cambiato.

Sorella morte

La venerazione delle reliquie non è un atto di idolatria, ma un atto di fede profonda. Non sono le reliquie in sé a parlare, ma il messaggio che esse portano con sé: la vita non finisce, ma continua attraverso la fede. In un mondo che tende a nascondere la morte, a ignorarla, le reliquie ci invitano a guardarla in faccia, senza paura, come San Francesco fece chiamandola “sorella”. È proprio questa visione che ci aiuta a vivere meglio, a comprendere la nostra esistenza alla luce di un destino eterno.

Una vita vissuta radicalmente nel Vangelo

Guardando le reliquie, non ho visto solo il corpo di un uomo, ma la testimonianza di una vita vissuta radicalmente nel Vangelo. E lì ho compreso che San Francesco non voleva essere celebrato per se stesso, ma per Dio, affinché la sua vita fosse un esempio per noi di come vivere con umiltà e devozione. E oggi, mentre tanta gente si raccoglie per venerare le sue reliquie, Francesco non sarebbe contrario. Siamo noi che, guardando quel corpo, possiamo essere chiamati a riflettere sul senso della nostra vita. Non per il corpo in sé, ma per la speranza che esso rappresenta.

Anche Francesco era pellegrino dalle reliquie dei santi

Nel suo cammino spirituale, Francesco - come dicevo - non si limitò a venerare la morte dei santi in modo teorico, ma compì pellegrinaggi per rendere omaggio alle reliquie. Il pellegrinaggio a Santiago di Compostela, per esempio, lo condusse a venerare San Giacomo, e a Roma, si recò per venerare le sacre reliquie di San Pietro. Questi atti non erano solo un gesto di pietà personale, ma una ricerca di comunione profonda con il mistero di Cristo attraverso la testimonianza dei santi. Francesco, con il suo esempio, ci invita a cercare la santità non solo nelle parole, ma nei segni tangibili che la fede ha lasciato nel mondo, come le reliquie dei santi.

La morte non è un tabù da nascondere

San Francesco ci insegna che la morte non è un tabù da nascondere, ma un passaggio che dobbiamo accogliere con serenità. Forse, proprio l’ostensione delle sue sacre reliquie ha lo scopo di farci guardare la vita con maggiore consapevolezza. Perché è solo quando riconosciamo che la morte fa parte della nostra esistenza che possiamo davvero apprezzare il dono della vita stessa.

Vivere consapevoli della nostra fragilità

E se Francesco fosse stato qui, a vedere la devozione di tanta gente che si raccoglie davanti alle sue reliquie, sono sicuro che avrebbe detto: “Non è per me, ma per Dio”. La sua morte non è mai stata una fine, ma un passaggio verso la vita eterna. E noi, oggi, siamo chiamati a fare lo stesso: a vivere consapevoli della nostra fragilità, ma anche della nostra speranza in Dio, che trasforma ogni momento di sofferenza in un’opportunità di salvezza.

La morte non è mai stata un’ombra per San Francesco, ma un momento di transizione. Così anche noi, oggi, possiamo affrontare ogni giorno come un’opportunità di conversione, di rinnovamento e di crescita spirituale. E grazie alle sacre reliquie, che ci parlano della santità e della vita di San Francesco, possiamo imparare a vivere ogni giorno con più consapevolezza, più speranza, e soprattutto più fede.

Riccardo Ghidotti

Nella foto, il gruppo dei 150 piacentini nei giorni scorsi in pellegrinaggio ad Assisi.

Pubblicato il 2 marzo 2026

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