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Ma è vero che di cultura non si mangia?

saccoCivesGruppo

È vero che di cultura non si mangia?
Il professor Pierluigi Sacco, che è docente di economia della cultura all’Università IULM di Milano e consigliere speciale del commissario europeo per la cultura, pare non essere d’accordo.
Durante la lezione di Cives presso l’Università Cattolica il docente ha condiviso con i partecipanti una riflessione sul ruolo della cultura nella nostra società. “Dobbiamo ragionare sulla capacità che la cultura ha di creare valore economico ma anche valore sociale - riferisce Sacco - attraverso di essa possiamo trovare un modo innovativo di affrontare grandi sfide come la coesione sociale, i cambiamenti climatici, il rapporto tra salute e benessere. La cultura non deve essere vista solo come un’occasione d’intrattenimento del fine settimana, ma come un elemento dell’esperienza umana che contribuisce in maniera decisiva al nostro saper affrontare le difficoltà del tempo in cui viviamo, esiste infatti un rapporto molto forte tra partecipazione culturale ed innovazione”.

saccoCives1Il professor Sacco spiega che esistono tre regimi di produzione della cultura, il primo è quello del mecenatismo ed la forma più antica e non si può confrontare con il mercato nè con condizionamenti esterni. Il secondo è quello dell’industria culturale: editoria, musica, radio e televisione, cinema, video giochi, e dell’industria creativa, come moda e design, comunicazione pubblicitaria, architettura, industria del gusto, settori che insieme fatturano in Europa più del doppio d’industria automobilistica.
Il terzo regime è rappresentato dai nuovi modelli di produzione culturale basati sopratutto sulle piattaforme digitali, come i social media, che hanno la capacità di connettere le persone tra di loro e sono mezzi dei quali stiamo imparando solo ora a conoscere le potenzialità.
“Ci troviamo di fronte ad una realtà complessa - continua Sacco - ma sono molti i settori culturali e ricreativi in grado di produrre impiego, in Italia non siamo stati in grado di farli crescere e di essere innovativi. L’innovazione è la capacità di trasformare la scoperta in un processo che produce valore economico e per far ciò un paese ha bisogno di ricercatori, d’imprenditori, di un sistema banche che sostiene, di una pubblica amministrazione che facilita e di un’opinione pubblica che reagisce positivamente e con curiosità alle nuove proposte. La principale barriera a tutto ciò è data dalle paure di ciò che è nuovo, dalla sperimentazione d’idee e dal rischio che ciò può comportare".
"La cultura è una piattaforma d’innovazione perché ci permette di essere pronti a sperimentare - ha proseguito Sacco -. Il ruolo fondamentale della cultura è dunque quello di cambiare gli atteggiamenti delle persone e di renderli più innovativi. Valorizzare il patrimonio artistico e culturale di un paese non significa metterlo a reddito, ma difenderlo e garantirlo alle prossime generazioni perché esso è cibo per la mente, che ci permette di tornare ad essere innovativi e propositivi come nel rinascimento”.

In conclusione il professor Sacco sottolinea l’importanza della partecipazione attiva dei cittadini, nel tentativo di far uscire il meglio di ciò che un territorio può offrire e la necessità di tornare a sperimentare cominciando proprio a livello locale.

Stefania Micheli

Pubblicato il 22 novembre 2019

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