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La croce non è una maledizione

abbracciocroce

Si può mediare rimanendo veri, ci ricorda la Parola di oggi, profondamente attaccati alla verità, senza temere persecuzioni e calunnie.
Chi ha seguito Gesù Cristo ha trovato in lui un padre. Per noi deve essere un conforto quando abbiamo così paura di esporci, di dire la verità per le conseguenze che questo comporta e per quello che gli altri diranno di noi; ma forse abbiamo bisogno di attaccarci di più a Gesù per avere coraggio di leggere la verità anche su noi stessi.
Oggi nelle letture si parla di Anna, donna sterile, il cui marito le riserva sempre la sua parte speciale nonostante la sua condizione considerata penalizzante. Anna apparentemente aveva tutto: un marito che la adora e non le faceva mancare nulla, né umanamente né sentimentalmente. Ad Anna però mancava un figlio, come se questo significasse essere stata toccata da una maledizione.
In realtà il Signore con questa privazione vuole portare la donna nella profondità di se stessa per mostrarle che il vero rapporto incrinato è quello con la sua identità e con la sua interiorità e quindi con Dio.

 

Tante volte nella nostra vita abbiamo già la nostra parte: abbiamo soldi, investimenti, una buona eredità, un ruolo, ma siamo tristi.
Qual è il posto di Dio che decidiamo di conservare dentro di noi? Non bastano i beni e le parti che ci toccano e non bastano nemmeno gli affetti: tocca scendere in fondo a se stessi come richiesto ad Anna e capire che la mancanza del figlio in realtà è una mancanza di fede in quello che Dio ha disposto per lei.
Anna non vorrebbe quella croce, ma il Signore la fa passare per un cammino di purificazione.
Il Signore a volte per anni ci assegna una croce troppo pesante, che fatichiamo a portare perché non ci rende merito e ci avvita alla colpa.
È una questione di fede.
Quante volte il Signore non ci toglie da certe situazioni che ci mortificano o da certe debolezze che ci scoraggiano, ma lascia le spine nella nostra carne. Lo fa perché quello che ci chiede è totale abbandono a lui. Molto probabilmente se ci venissero tolte certe penitenze, abbandoneremmo Dio e non ci rivolgeremmo più al Tabernacolo ritenendoci noi onnipotenti.
Passare attraverso la mancanza ci invita a gridare al Signore e ad attaccarci a lui vivendo un rapporto di fede vera.
Forse anche noi come Anna pur avendo tutto, abbiamo quella stessa sua spina nella carne che non dà pace, fa piangere come piange Anna.
La nostra croce è un richiamo a una fede purificata e troverà sollievo solo rivolgendoci sinceramente a Dio.
La croce, gli anni difficili che hanno segnato la nostra vita, è manifestazione di misericordia, di comunione profonda con Dio, fino a portarci a dire “il segno di una grazia infinita”.
La vocazione comune a tutti è una vocazione all’amore: sbagliare su questo, è sbagliare su tutto
.

Estratto dalla Lectio mattutina
di madre Maria Emmanuel Corradini,
abbadessa del Monastero benedettino di San Raimondo,
del 13 gennaio 2020, 1Sam 1,1-8

a cura di
Gaia Leonardi


Pubblicato il 21 gennaio 2020

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