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Vittorio Bachelet, un innovatore nella Chiesa del dopo Concilio

 CortiCandido

Sono passati 40 anni dalla morte di Vittorio Bachelet, un uomo, un cattolico, che ha saputo mettere la sua fede al servizio della società e della vita civile. La sua storia è stata ricordata il 21 febbraio scorso presso il Seminario vescovile in un incontro dal titolo “Vittorio Bachelet a quarant’anni dalla sua scomparsa. Un autentico senso dello Stato e un profondo servizio alla Chiesa”. L’incontro, organizzato da Azione Cattolica, MEIC e ACLI, ha visto l’intervento di mons. Celso Dosi, assistente spirituale del MEIC di Piacenza e di Alessandro Candido, presidente della stessa associazione.

La scelta religiosa. “Bachelet è stato un innovatore, una di quelle persone che per prime negli anni ’60 hanno capito, sulla scia del Concilio Vaticano II, che era necessario un rinnovamento radicale della Chiesa. Ha capito che essere cattolici significava anche essere al centro della politica”. Così parla di Vittorio Bachelet Enrico Corti di Azione Cattolica che è stato, nel ’76, Responsabile giovanissimi e membro della Commissione nazionale giovanissimi insieme a Rosy Bindi, assistente di Vittorio Bachelet alla Sapienza di Roma tra le cui braccia il professore è spirato il 12 febbraio 1980, vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Bachelet muore difendendo e mettendo in pratica quegli ideali di umanità e cristianità al servizio della società che sono sempre stati alla base del suo pensare e del suo agire. Vittorio Bachelet, nato a Roma nel 1926, cresce in un ambiente cattolico che contribuisce alla formazione della sua personalità. Da giovane milita nella F.U.C.I. (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) da cui ha poi origine il Movimento laureati cattolici, divenuto MEIC dal 1980. Dal 1964 è presidente dell’Azione Cattolica, chiamato proprio da Paolo VI; è il periodo del Concilio Vaticano II: “Bachelet è tra i primi a capire che la Chiesa non deve più essere considerata come una struttura gerarchica - dice don Celso Dosi - ma come una realtà comunionale di popoli. Bachelet è stato un autentico testimone del Vangelo nella Chiesa, nel mondo civile, nella società; è stato un annunciatore credibile, capace di trasmettere i valori di una fede che guida i passi di una comunità, mostrando in modo concreto come sia possibile vivere dentro il tempo ordinario con quella capacità di analisi di lettura del tempo e della storia proveniente proprio dal mondo della fede”. La vita di Vittorio Bachelet trascorre nel segno di una scelta ben precisa: la scelta religiosa: “La scelta religiosa - prosegue don Celso - non ha mai voluto significare la rinuncia a impegnarsi nel mondo, ma piuttosto la convinzione che i cattolici sono chiamati a vivere in modo responsabile, di servizio, nei confronti della società la propria vocazione di cittadini onesti, generosi, capaci di stare nel mondo e di agire per il mondo guidati da una retta e matura coscienza. È una scelta d’inserimento pieno nella storia”.

La cultura alla base dell’agire. Il contributo del cattolico Bachelet è determinante anche nell’ambito dell’istruzione. Bachelet è stato docente presso l’Università di Pavia e presso l’Università di Trieste e, dal 1974, professore ordinario di diritto amministrativo dell’Università La Sapienza di Roma e, per un periodo, professore alla LIUISS. Alla base del pensiero di Bachelet, spiega Alessandro Candido, c’è l’idea che non si debba avere paura dello Stato, ma che lo Stato vada servito nella convinzione che anche nel settore più delicato per la vita del Paese, quello economico, possa raggiungersi un punto di equilibrio tra libertà individuali e sociali da una parte, e poteri pubblici dall’altra: “Bachelet - dice Candido - è lo studioso di diritto amministrativo che più di tutti, tra quelli della sua generazione, ha cercato di legare indissolubilmente l’amministrazione alla costituzione”. Radicato senso dello Stato e intensa fedeltà alla Chiesa sono i due elementi che più hanno inciso sulla vita di Vittorio Bachelet. Entrambi gli elementi, sottolinea Alessandro Candido, traggono la loro origine nel periodo della ricerca e dell’approfondimento universitario: “È nel gruppo della F.U.C.I. - dice il presidente del MEIC di Piacenza - che Bachelet viene educato a un pensiero pratico e costitutivo fondato sulla tensione costante di adesione ai problemi reali e concreti della società”.

I giovani senza punti di riferimento. Gli scritti di Vittorio Bachelet sono quasi tutti volti a descrivere la triste condizione degli studenti universitari del suo tempo che usciti dalla guerra si trovano privi di riferimenti solidi nel loro passato e con un futuro incerto davanti. L’università diventa quindi per Bachelet il centro dove il pensiero dell’uomo può costituirsi e, per questo, deve essere libera dal giogo di qualsiasi partito politico, ma allo stesso tempo deve avere un compito rispetto alla politica: “Il compito dell’università per Bachelet - sottolinea Candido - è quello di aiutare i singoli e la collettività a conoscere i veri problemi del Paese, questo significa aiutare a pensare politicamente, cioè pensare da cristiani e agire da cristiani”. I principi fondamentali cristiani, conclude quindi Alessandro Candido, diventano la terza via che Bachelet interpone tra socialismo e capitalismo, perché mettono la persona umana in rilievo rispetto al capitale, facendo del capitale solo uno strumento di vita e di progresso per la società. L’obiettivo che Bachelet si pone però può essere raggiunto solo se la cultura prevale sull’ignoranza, rendendo le persone libere e non rimorchi di una società ingiusta.

Pubblicato il 25 febbraio 2020

Mariachiara Lunati

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