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Noi e l’Ecce Homo

 Noi e l'Ecce Homo

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Lo scandalo di un Dio che piange

“Ecce Homo: è un uomo che piange, anzi, di più, è un Dio che piange, che si commuove e non lo nasconde, perché la sua partecipazione alla sofferenza è totale e il suo sguardo sulla sofferenza è profondo e disarmato. Il dolore è così grande che è trasparente, come l’acqua delle lacrime”. Noi e l’Ecce Homo: con Itala Orlando, coordinatrice di servizi sanitari, riflettiamo sul mistero della sofferenza di fronte al dipinto di Antonello da Messina che ha guidato la Quaresima diocesana.

“Le afflizioni non si possono evitare, non del tutto. Siamo intrinsecamente segnati dalla fragilità in quanto esseri umani. Ma le ferite fisiche e mentali non tolgono automaticamente vita. Ogni mattina l’infermiera inizia il suo turno prendendosi cura dell’igiene dei pazienti affidati a lei – esemplifica Orlando –. Sono persone gravissime, il loro corpo è ferito profondamente, non parlano, non camminano, non mangiano, respirano aiutate da una cannula tracheostomica. L’igiene del mattino è lunga e delicata. I pazienti sono in ordine, puliti, profumati, accarezzati. I loro corpi sono curati, si fa di tutto per evitare piaghe, anche un piccolo arrossamento. La cura è un gesto di grande rilevanza etica, proprio perché è un gesto ben fatto, con precisione tecnica, con metodo e dedizione. È il corpo bello dell’Ecce Homo, la sofferenza c’è realmente, ma il corpo non è deturpato, trasmette luce, nonostante le ferite, nonostante il sangue. La luce viene da dentro e nello sguardo si riflette il gesto di cura, ogni santo giorno. La cura concreta restituisce dignità al corpo, gli conferisce valore. Anche se quell’uomo, quella donna, quel vecchio non sentono o non capiscono, non si dismette nemmeno per un secondo la loro umanità. Il loro valore esige il rispetto che si ha per Dio, che, lo crediamo, abita quella piccola persona ferita, inerte, bloccata nella gabbia di un corpo deficitario. Quella vista può fare senso, ma soprattutto ha un senso. Il nostro sguardo può annullare l’altro e ridurlo alle sue deiezioni o ri-generarlo nella sua umanità. Questa possibilità dà vita, dà speranza, dà consolazione. Vorremmo che fosse così per ciascuno di noi, in ogni situazione di limite, quando la fine si trasforma in una nuova nascita. E di fronte a questa verità si può anche piangere, questa volta di gioia”.

Leggi l’intervista sullo speciale nell’edizione di venerdì 25 marzo 2016 

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