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Enzo Bianchi: «Camminando capiamo meglio la nostra vita umana»

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Si è concluso in Cattedrale il ciclo delle Lectio Quaresimali organizzate dalla Diocesi. L’ultimo incontro, presieduto come sempre da mons. Gianni Ambrosio, ha visto ospite nella serata del 4 aprile frate Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, il quale ha incentrato la propria riflessione sul passo del Vangelo di Luca “I discepoli di Emmaus” (24, 13-35).

IL RITORNO A EMMAUS

Gesù è stato arrestato, processato, condannato a morte e messo in croce: nel giro di una settimana progetti e speranze dei discepoli che per tre anni lo hanno accompagnato sono sfumati. Soli e abbandonati due di loro si apprestano a fare ritorno a casa, a Emmaus, pronti a tornare alla loro vecchia vita. A un certo punto sul cammino Gesù si accosta a loro, ma i loro occhi “sono impediti a riconoscerlo”. Qualcosa è infatti morto in loro: conoscono le Sacre Scritture, ma non gli servono a nulla; hanno ascoltato il Vangelo in Galilea, ma ora sembra solo un'illusione del passato. È giunto loro l'annuncio che Gesù è vivo: ma chi può credere a una cosa del genere? Gesù ascolta, li lascia parlare, e man mano che stanno insieme il cuore dei discepoli comincia ad ardere, essi sentono la necessità che quello «sconosciuto» resti con loro. Mentre cenano, finalmente lo riconoscono: Gesù è con loro e nutre la loro fede.

“SIAMO QUELLI SULLA STRADA”

“Ognuno di noi vive la vita come un cammino il cui termine è sconosciuto – ha commentato padre Bianchi - noi dobbiamo percorrere questo cammino, a volte faticoso, a volte oscuro, a volte luminoso. Questo racconto che abbiamo ascoltato ci presenta una rivelazione – ha aggiunto - Il Signore risorto cammina accanto a noi, sulla nostra strada, ma la strada dobbiamo percorrerla noi senza essere in alcun modo esentati. Il nostro cammino umano è segnato da precise esigenze – ha proseguito frate Bianchi nella Lectio - Innanzitutto ricerca di sé: il racconto ci presenta due persone che soffrono il fallimento di tutta la loro vita, avevano sperato, in nome di questa speranza avevano abbandonato tutto per seguire Gesù, un uomo che aveva qualcosa che veniva da più lontano di lui e andava più lontano di loro. Egli aveva una fede contagiosa, che destava fiducia, speranza e rendeva possibile l’amore. Ma ecco la fine di tutto: il Messia era stato arrestato e crocifisso dal potere imperiale romano. Una fine inattesa che li aveva sorpresi, per questo erano fuggiti, umanamente non c’era altra possibilità che la dispersione della comunità. Ma in questa fuga non potevano che ricercare il senso di ciò che era avvenuto. La ricerca di senso abita il cuore umano – ha affermato - non può inaridirsi per sempre, quando viene meno la speranza ed entriamo nel buco nero della crisi, cominciano a nascere in profondità le domande: Perché? Com’è possibile? A Quale scopo? Questa è la ricerca di senso che ognuno di noi intraprende prima o poi nel cammino della propria vita. Quando le domande premono e ci si mette in cammino poco importa se non è chiaro dove si va, decisivo è alzarsi e camminare. Ogni nostra vita è un cammino lunghissimo che non cessa mai: facendo l’esperienza del camminare ciascuno di noi può aprire davanti a sé la strada, anche perché a volte nessuno sulla strada ci precede. Camminare è una metafora che ci aiuta a capire meglio la nostra vita umana, ma anche la nostra vita di credenti. Gli atti degli apostoli ci dicono che prima ancora di essere chiamati “cristiani” siamo stati chiamati “quelli sulla strada”. Siamo sempre sulla via, facciamo a volte fatica a camminare, ma siamo sempre sulla via, e sulla via possiamo incontrare anche l’Altro, lo sconosciuto, e siamo invitati ad uscire da noi stessi”.

L’ARTE DELL’ASCOLTO

Quando si incontrano degli sconosciuti – ha proseguito padre Bianchi - Gesù ci insegna che la prima cosa è ascoltare. Questo atteggiamento è determinante in ogni nostro incontro: ci mettiamo in una condizione in cui l’altro non sente l’imposizione della nostra presenza, ma sente qualcuno che è disposto ad ascoltare. L’ascolto è un’arte, un’arte essenziale per potere avere delle relazioni e per poter vivere la comunione. Anche in questo Gesù ci era maestro – ha aggiunto – nel brano appena letto egli ascolta ma non si impone, pone loro delle domande. Solo dopo averli ascoltati e aver conosciuto il fallimento della loro speranza Gesù li richiama in quanto incapaci di leggere le Scritture e gli ricorda le parole che egli stesso aveva detto durante la sua vita e aveva affidato ai suoi discepoli. I due non erano stati in grado di fidarsi e di comprendere in profondità le scritture: così ascoltano l’interpretazione fornita da Gesù, che diventa per loro rivelazione.

“GESU’ È RISORTO”

Ma il cammino non è finito – ha poi affermato - da quel dialogo sulla strada si passa all’ospitalità. Nell’ora del tramonto ecco che i due invitano Gesù a sedere alla loro tavola ed a entrare nella loro casa. Ospitalità non impedita dalla paura dello sconosciuto e che riconosce all’altro di essere degno di diventare compagno, colui che mangia il pane con me. Qui la rivelazione giunge al suo compimento: gli occhi non sono più impediti e vedono Gesù, il vivente, il risorto. Siamo ancora in tempo di Quaresima – ha concluso Bianchi - questo non è un tempo chiuso, ma che si apre con la Pasqua. È il giorno in cui Cristo resta sempre colui che è con noi. Il tempo quaresimale è quindi tempo di cammino in cui noi seguiamo il risorto vivente sulle strade della nostra vita e cerchiamo davvero di averlo come colui che ci da il suo corpo e il suo sangue, viatico necessario per il nostro cammino per la Pasqua eterna”.

Federico Tanzi

Pubblicato il 5 aprile 2019

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