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«Guardate a Lui e sarete raggianti»

L'intervento della biblista Marialaura Mino all'incontro dei sacerdoti del Vicariato di Piacenza e Gossolengo

Mino volto lr

"Guardate a lui e sarete raggianti,
 non saranno confusi i vostri volti" (Sal 34,6)

Ho preferito far riferimento per il Salmo alla versione CEI del ’74, non solo perché è quella ancora in uso nella liturgia delle ore, ma anche per la traduzione della seconda parte del versetto che, a mio parere, è più vicina al testo ebraico.
Alla lettera: “Guardate a lui e sarete luminosi, i vostri volti non saranno confusi” .
Il verbo ebraico hafar (“non dovranno arrossire”, nella traduzione CEI 2008) in Isaia 24,23 indica l’eclissi, il nascondersi della luna; in Michea 3,7 la vergogna degli indovini.
Nel testo greco della LXX il verbo ebraico è reso con kataischyno, che indica la vergogna, ciò che fa abbassare la testa.
Come non pensare a Caino, quando il Signore gli dice: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta” (Genesi 4,6b-7).
Anche Shoekel ritiene che il verbo hafar “si polarizzi verso il gesto cupo dello sconfitto o del deluso”.
Per quanto riguarda la prima parte del versetto invece, il testo alla lettera suona così: “Guardate a lui e sarete luminosi”.
Il verbo “guardare” (in ebraico: nabat) si riferisce a tre momenti della vita di Mosè, raccontati in Esodo: “Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio” (Esodo 3,6). “Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda” (Esodo 33,8).
Per un contatto non letterale, ma profondamente attinente in quanto a significato: “Quando Mosè scese dal monte Sinai... non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui... Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui” (cfr. Esodo 34,29-35).
Il senso del Salmo qui, alla luce di ciò, è che “il privilegio di Mosè viene offerto ora a qualsiasi membro del popolo: chi contempla Dio, nel tempio o nella preghiera uscirà dall’incontro raggiante” (L. Alonso Shoekel, “I Salmi”; Borla ed., p.592).

Questo versetto potrebbe essere davvero considerato il motto della preghiera contemplativa, un chiaro invito a coltivare la dimensione contemplativa della vocazione e dell’esistenza stessa.
Per un cristiano, evidentemente, “guardare a lui” significa contemplare il volto di Cristo, affinché non debbano essere confusi, vergognarsi, incupirsi, i nostri volti. Dal volto, quello di Cristo, ai volti, tanti e diversi della nostra umanità.
Il rischio potrebbe essere però quello di intendere questo atteggiamento contemplativo in maniera un po’ passiva: ci lasciamo “abbronzare dal sole di Dio” (per quanto questa immagine possa essere molto suggestiva: lo è stata per me che a vent’anni ho sentito usare questa espressione nella grande assemblea dei giovani di Paray-le-Monial ad introdurre il momento dell’adorazione eucaristica, quando ci avevano invitato a “lasciarci abbronzare dal sole di Dio”. Era il 1990, il muro di Berlino era da poco caduto e per la prima volta erano con noi centinaia di giovani dell’Europa dell’Est)...ci lasciamo abbronzare, ci esponiamo a tutta la Kabod, la gloria di Dio (Kabod in ebraico significa anche “peso”, presenza ponderosa e poderosa) ma forse in maniera un po’ superficiale, e poi l’abbronzatura se ne va presto! MinoML lr
D’altro canto, stare davanti, stare dentro il mistero eucaristico; stare presso, stare dentro la Sacra Scrittura, nella meditazione orante della Parola di Dio, lasciandosi illuminare dalla sua presenza, contemplando il mistero della Trinità santissima, comporta certamente una dimensione attiva della vita interiore, un dinamismo che l’apostolo Paolo riassume bene in 2Cor al cap. 3:

“Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli d'Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero” (vv.12-13).
“Il Signore è lo Spirito e, dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore”
(vv.17-18).

Intanto è evidente il richiamo all’Esodo, al volto raggiante di Mosè che scende dal Sinai e anche al nostro Salmo, non tanto di tipo letterale ma di significato.
Vorrei partire dai vv. 12-13: Paolo qui sottolinea la differenza con la Prima Alleanza, per la quale Dio rimane presenza gloriosa ma inaccessibile, tanto che solo Mosè può avvicinarsi alla manifestazione di questa Gloria e tornando in mezzo al popolo deve coprirsi il volto per indicare da un lato l’insuperabile distanza tra quella Presenza e la nostra comprensione – cosa che resta evidente anche per noi oggi, da un punto di vista ontologico, fondamentale – ma d’altro canto quel velo indica anche la distanza tra Dio e l’uomo e tra Mosè e il popolo d’Israele.
Paolo intende mettere in evidenza il salto, la novità che l’evento di Cristo ha determinato “una volta per tutte” (in greco: ef’apax, cfr. Ebrei cap. 9,12ss.), nella storia ma anche nella dimensione celeste, divina della realtà.
C’è un realtà terrena ed una realtà divina che sono state trasformate, per sempre, perché l’evento dell’incarnazione si riflette eternamente nella Trinità.
Per questo Paolo dice: “Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza (in greco: “pollè parresìa”) e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto”, dove “velo” è in antitesi con “pollè parresìa”.
L’uso del sostantivo parresìa è veramente strano qui: di parresìa Paolo parla anche altrove e si tratta di un termine caro soprattutto a Luca, negli Atti degli apostoli, dove indica il dono dello Spirito per la vita ordinaria della Chiesa.
È la franchezza, il coraggio, l’amore alla verità e il farsi un tutt’uno con il vangelo che è una caratteristiche dei testimoni, degli evangelizzatori, di Paolo in particolare (cfr. Atti 28,31).
La particolarità è che qui si usa il rafforzativo pollè: molta franchezza!
Inoltre parresìa si contrappone al velo di Mosè.
Là, nella Prima Alleanza, era necessario nascondere e nascondersi, qui nella Nuova, al contrario, si sta con molta libertà.
Ma da dove deriva questa parresìa, questa libertà interiore?
L’apostolo lo dice appena sotto, ai vv. 17-18 “Secondo l’azione dello Spirito del Signore” perché “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà”.
Infatti secondo l’agire dello Spirito Santo, siamo trasformati “di gloria in gloria”, mentre riflettiamo l’immagine gloriosa del Signore risorto, così da diventare sempre più simili a Lui.
Dunque questo dinamismo di cui parlavamo non fa leva sulla nostra volontà tout court, ma è un dinamismo dovuto allo Spirito del Signore. Ricordiamo che dynamis è l’altro nome dello Spirito in Atti; forza dinamica, potenza che mette in movimento.

Infatti, a conferma di questo ai vv. 5-6 dice: “Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera (in greco: “gramma”) uccide, lo Spirito invece dà vita”.
Sembra un po’ di sentire il Paolo della lettera ai Galati!
La maledizione della Legge, la schiavitù del precetto, da un lato e dall’altro la libertà dei figli di Dio (cfr. capp. 3-5 di Galati).
Qui addirittura si dice “la lettera uccide”!
Una dimensione legalistica, “letterale”, che appiattisce la Parola sul comandamento, sul precetto, sulla lettera appunto, e quindi riflette, ci rimanda continuamente al nostro peccato, alla nostra mancanza, a quello che è mancante... è possibile anche quando si predica il Vangelo.
È possibile essere cristiani ed avere un volto abbattuto, cupo.
È possibile appartenere alla Chiesa senza sperimentare la libertà dei figli di Dio.
È possibile essere ministri (diakonous) di Cristo, magari anche ministri ordinati, rimanendo sotto il velo, nascondersi e nascondere.
Cosa?
Il vangelo.
La buona notizia.
Cristo, il vivente.
Noi sappiamo che anche il vangelo può essere ridotto a pura “lettera”, che inchioda l’altro al suo limite, che non lo libera.
Anche per me poteva essere così, per molti di noi, quando ci siamo trovati in situazioni di fragilità personale, in cui la Chiesa ancora fatica a stare accanto, a testimoniare l’accoglienza prima di tutto.
Ma quando abbiamo fatto esperienza della comunione in Cristo, della misericordia che salva e libera, allora l’annuncio del vangelo è stato per noi Resurrezione.

Come dice Paolo nella Prima lettera ai Corinti: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore” (1Cor 1, 27b-30).
Pensate che proprio in questo testo di 1Cor troviamo un contatto letterale con il nostro salmo!
Il famoso verbo greco della confusione, dell’essere confusi e abbattuti.
Solo che qui è il Signore che confonde la nostra forza e la nostra sapienza, che abbatte le nostre certezze.
Così è stato per me.
Lo benedico perché nel togliermi quello che credevo solido e forte mi ha reso più forte e anche l’esperienza dello stare ai margini, del sentirsi ai margini per un periodo di tempo, è stata un grande dono.
Infine, ancora l’apostolo Paolo ci aiuta a concludere, con 1Cor 13,12-13: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”.
È solo nella comunione che nasce dalla carità che conosciamo veramente il volto di Dio, che siamo sottratti alla confusione, all’abbattimento, alla tristezza e alla solitudine.
Nella comunione dell’amore che è riflesso dell’eterna gloria della Trinità, in noi e tra noi
.

Pubblicato il 16 aprile 2019

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