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Il violino in carcere

"Dis-chiusure" ha fatto tappa alle Novate

violinisti
Il violino sa essere dolce, struggente come un ricordo. Ma pure ruvido come una ferita aperta. O baldanzoso come un bambino che ha voglia di giocare.
Il silenzio pieno di senso del violino con le corde di filo spinato dell’artista greco Jannis Kounellis e la musica vibrante delle mille emozioni dell’animo umano del violino del campo di transito nazista di Terezin hanno dialogato ieri mattina alla casa circondariale di Piacenza tra di loro e con un centinaio di persone detenute.
L’Opera Pia Alberoni ha voluto terminare la mostra “Dis-chiusure” portando alle Novate l’opera nata dal carcere per il carcere. Costruita con un violino realizzato nella liuteria dell’istituto penitenziario di Opera da due detenuti, ha la peculiarità di avere, al posto delle corde, del filo spinato. È collocata in una sorta di gabbia di ferro e volutamente posizionata in orizzontale, come se fosse una bara. Per Kounellis, doveva essere il simbolo della condizione detentiva.
“Una persona può anche trovarsi priva delle sue corde naturali, le corde della libertà. Ma noi tutti abbiamo una cassa armonica interiore che ci permette di suonare la musica della vita”. Strappano un applauso, le parole di padre Erminio Antonello, superiore del Collegio Alberoni di Piacenza, al primo gruppo di persone detenute che hanno scelto di essere presenti all’iniziativa. La musica, linguaggio universale, con la sua bellezza è risuonata nella cappella del carcere per due gruppi di uomini e si è spinta quindi fino alla sezione femminile. Don Ezio Molinari, parroco di San Francesco-San Pietro-Santa Maria di Gariverto prima, padre Erminio Antonello poi, hanno spiegato la genesi di questo strano violino che sembra muto. Matteo Corradini, ebraista e scrittore, con le parole ha ridato vita a forma a strenue esperienze di resistenza del bello nel campo di Terezin, dove morirono 80mila ebrei e molti di più vennero deportati in Polonia nei campi di sterminio. Era ammesso per ciascuno di portarsi da casa un bagaglio di venti chili. E c’era chi in valigia metteva libri, o il violino, anziché cibo o vestiti pesanti. Follia? O non piuttosto la consapevolezza – ha sottolineato Corradini – “che leggere e suonare tengono in vita come il pane?”.
Il suono che potevano ascoltare gli ebrei è lo stesso di oggi. Accompagnato da Maurizio Piantelli alla tiorba, antico strumento della famiglia dei liuti, il violino di Terezin nelle mani di Gian Andrea Guerra ha fatto sentire la sua voce, ora malinconica, ora allegra, ora pacata. Come la vita. “È proprio vero che il violino ingabbiato, con le corde di filo spinato, resterà per sempre muto?”, è la provocazione lanciata da padre Antonello. Le corde del violino di Kounellis fanno male. Dentro o fuori dal carcere, c’è una corda che può essere salvata: la corda del desiderio. “Dentro di noi – ha incalzato il superiore del Collegio Alberoni – c’è un tesoro prezioso di cui nemmeno noi siamo consapevoli. Solo Dio lo sa. È da qui che possiamo partire per rinascere”.
La direttrice della casa circondariale Maria Gabriella Lusi ha partecipato all’intera mattinata, ringraziando l’Opera Pia Alberoni per questa occasione che getta un ponte tra il carcere e il territorio. E il presidente dell’Opera Pia Giorgio Braghieri ha assicurato che si è trattata solo della prima di una serie di altre iniziative che si desidera organizzare in sinergia con la casa circondariale delle Novate.
Barbara Sartori

Pubblicato il 10 maggio 2019.

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