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Il carcere dialoga con la città

La festa della Polizia penitenziaria, occasione di relazione con il territorio

peni

Ha avviato una collaborazione con il Cpim Emilia, che già in altre strutture penitenziarie sta lavorando con la sua équipe sugli autori di reati sessuali. Sono state istallate postazioni perché i detenuti che vivono lontano dalle loro famiglie possano avere l’opportunità di video-colloqui. Sono in cantiere interventi per migliorare e ristrutturare gli ambienti, a favore del personale come della popolazione carceraria, perché anche dove si vive e si lavora contribuisce a creare un clima collaborativo e di crescita.


Sono solo alcune delle novità in corso nella casa circondariale di Piacenza, “perché il carcere è una organizzazione vivente e bisogna lavorare tanto sulla dignità della vita delle persone ristrette come sulla dignità di chi in carcere lavora”. La dottoressa Maria Gabriella Lusi, che dirige dal marzo scorso l’istituto delle Novate, parla con il “pragmatico ottimismo” che la caratterizza alla festa annuale del corpo della Polizia penitenziaria, che per la prima volta nella nostra città si è svolta fuori dalle mura del carcere. Un segno che evidenzia il desiderio di dialogare sempre più con il territorio, per far fronte a una sfida complessa com’è quella di una casa circondariale dove il turn over è altissimo: dal 2018 ad oggi – ha spiegato la comandante del Reparto di Piacenza Maria Teresa Filippone – si contano oltre 1.700 tra entrate ed uscite. “È come se, in una squadra di calcio, cambiassero 4 titolari su 11”, è l’esempio efficace usata dal commissario coordinatore per sottolineare come il ricambio continuo non solo rappresenti una mole di lavoro sul piano pratico-burocratico, ma anche di gestione negli inserimenti dei detenuti nelle sezioni. “Il rischio è che anziché creare amalgama nascano delle tensioni”. Nel suo appassionato intervento la comandante Filippone ha voluto chiarire il ruolo dell’agente di polizia penitenziaria, che non è solo quello di custodia e di garante dell’ordine, ma – ha precisato – consiste anzitutto nell’ascolto, “perché è ascoltando che possiamo sollevare chi ci è accanto”.
Oltre all’alto turn over, nella casa circondariale delle Novate l’altra sfida è quella multiculturale: il 70% circa dei 490 detenuti sono stranieri, con abitudini, lingue, mentalità differenti. È in crescita inoltre la fascia di persone ristrette con problemi di dipendenze, ma anche dei senza fissa dimora che, per questo, non possono – anche se ne avrebbero i requisiti – accedere alle misure alternative. In un contesto di “umanità complessa” che porta “bisogni complessi” – fa notare la direttrice Lusi – è fondamentale il clima di collaborazione e passione tra le professionalità che operano in carcere, ma anche il rapporto con l’esterno, dalle istituzioni al volontariato. L’invito a coltivare “l’amicizia civile” lanciato dal Vescovo per la festa del patrono Sant’Antonino viene ripreso dalla dottoressa Lusi come metodo anche per chi lavora nell’Amministrazione penitenziaria, secondo gli obiettivi fondanti posti dall’articolo 27 della Costituzione e nell’ottica di una pena che rieduchi e che diventi dunque prevenzione alla recidiva. Ovvero fattore di sicurezza sociale.

Barbara Sartori

Pubblicato il 10 luglio 2019.

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