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Mons. Paglia: «Perché la morte è nostra sorella»

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“La morte è colei che fornisce un senso alla vita, perché tutto comincia da lei e dal timore che ne proviamo”: così il dott. Massimo Toscani, presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano, durante il secondo appuntamento del ciclo di conferenze “Le ragioni del torto”, tenutosi nella serata del 30 ottobre nell’auditorium della Fondazione, affida a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, il compito di difendere questa “voce indicibile: in quanto nessuno che l’ha provata può parlarne”.
Un compito arduo, basti pensare che la società ne è così spaventata da avere una doppia reazione davanti alla Fine del tutto: “vengono a scontrarsi da un lato l’invadenza della morte, nei telegiornali e sui quotidiani – spiega mons. Paglia –. dall’altro l’impossibilità a parlarne, non riusciamo o meglio preferiamo non esprimerci anche di fronte a lutti familiari”.
Eppure, proprio alla vigilia della festività dei nostri defunti, in cui milioni di persone si recheranno meccanicamente ai cimiteri, occorre anzitutto difendere l’indispensabilità di rifletterci: cosa che secondo Paglia, autore del libro “Vivere per sempre”, edito lo scorso anno da Piemme, il clero dovrebbe tornare a fare più spesso.
“Rivendico l’importanza della morte anzitutto perché ci ricorda quanto siamo fragili e limitati, non possiamo metterci al posto di Dio. Credersi immortali, non accettando il limite intrinseco della vita, porta anche a pretendere di essere padroni assoluti degli altri: oggi purtroppo è lo sviluppo tecnologico che ci insinua nella mente tale pericoloso sentimento; la scienza ha spinto l’uomo fino a creare la macchina di ibernazione, con la quale i tecnici scienziati si illudono di sconfiggere quel limite che ci rende umili, perché ci ricorda che siamo tutti uguali”.
Mons. Paglia ha quindi spiegato il secondo motivo per cui va difeso quello che secondo i cristiani è solo un preambolo alla vera vita: “è stata l’angoscia che ha portato Sartre a dire che l’esistenza umana è una parentesi tra due nulla; un’angoscia che ci attanaglia, ci provoca a pensare come sia possibile che tutte le cose belle siano solo una parentesi? Come accettare di sparire? Questo sentimento è riuscito a generarlo il serpente nel cuore di Adamo e Eva, che impauriti di finire in niente hanno preso quella mela che avrebbe loro permesso di essere come Dio. Perdonati per questa tracotanza, vestiti dal Signore, ormai avevano nel cuore l’angoscia della morte. Solo la fede ci può salvare da questo sentimento: S. Francesco d’Assisi, quando ha capito di non avere più forze, ha preso il suo Cantico e ha aggiunto quella strofa in cui ringrazia il Signore per la sorella morte, scagionandola da ogni torto: lei era quel limite che lo avrebbe introdotto in un’esistenza senza limiti, che gli avrebbe fatto conoscere il mistero della Resurrezione. Questo deve fare la Chiesa, come san Francesco diffondere anche ai non credenti il messaggio che Dio ha preparato per tutti cieli e terre nuovi, quando saremo accolti dalla celeste Gerusalemme”.
Cosa aspettarsi allora dalla morte, una volta discolpata? “Il vero torto che l’uomo deve pagare, l’Inferno, se lo crea lui stesso, è una dimensione terrena immanente – ha concluso mons. Paglia – attendere la morte vuol dire aspettare l’incontro con Dio. Tutti, fedeli e non, saranno travolti dalla sua misericordia, ci attende un sorriso di gioia perché incontreremo un Padre che, ancora prima di sapere quali sono i nostri peccati, ci avrà già perdonati”.

Pubblicato il 31 ottobre 2019

Camilla Quagliaroli

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