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Il dialogo sul Cantico dei cantici: cristiani ed ebrei a confronto

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Il Cantico dei Cantici non è solamente un’allegoria dell’amore verso Dio. Nell’Ebraismo sacro e profano sono inscindibili e la sfida è quella di portare le cose quotidiane a livello di sacralità. Anche nel cristianesimo la bellezza dell’amore umano deve essere vista come qualcosa di divino. È questo il messaggio emerso nella XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei svoltasi il 12 gennaio, all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, che aveva come tema il dialogo sul libro del Cantico dei Cantici con gli interventi del rabbino di Milano Elia Ricchetti e il biblista della Diocesi di Piacenza-Bobbio don Paolo Mascilongo, moderati dal Pastore Nicola Tedoldi della chiesa evangelica metodista di Piacenza-Cremona e con il contributo artistico del Trio Nefesh. Un momento di approfondimento biblico che ha permesso di conoscere meglio il Cantico dei Cantici e far crescere un clima di reciproca stima, accoglienza e collaborazione tra cristiani ed ebrei.
“Siamo di fronte ad un breve scritto biblico su cui sono stati riversati fiumi di inchiostro con commenti di tutti i tipi”. Così ha esordito il rabbino Ricchetti che ha sottolineato come il testo non è semplicissimo; infatti ci sono parole che qui compaiono l’unica volta in tutta la Bibbia.
“La prima impressione che si ricava - ha aggiunto il rabbino - dalla lettura in ebraico del Cantico, è una grandissima musicalità, un ritmo molto cadenzato, adatto al canto e al ballo, costante in tutta l’opera”. Si tratta indubitabilmente di una poesia amorosa e i commentatori ebraici più recenti sono convinti che sia lo stesso re Salomone ad aver raccolto dei canti popolari antichi e riordinandoli in un unico testo. Il Cantico quindi, secondo il ministro del culto ebraico, esprime il valore morale, sano e pulito di un amore anche fisico su cui non si deve avere nessun tabù. La riprova sta nel fatto che è accolto nel canone biblico.
La lettura allegorica degli ebrei interpreta tutto questo come l’amore tra Dio e Israele. “Ma parole così dolci e sensuali sono soltanto un’allegoria? Come si può vedere un Dio cosi descritto in sembianze umane?” Si è chiesto Ricchetti. Allora si torna ai dubbi e per il rabbino rimanere nel dubbio è la più grande prova che l’autore potrebbe essere proprio Salomone, la cui saggezza inarrivabile avrebbe preso queste canzoni per incitare Israele all’amore verso Dio. “Nell’Ebraismo inoltre - ha concluso Ricchetti - c’è pochissima distanza tra sacro e profano e le immagini del Cantico, in cui compaiono i seni l’ombelico, si tramutano in una profonda e sacra poesia che ci porta ad inebriarci, a salire di livello godendo delle cose di ogni giorno”.
Anche don Paolo Mascilongo si è inserito in questo dialogo sul Cantico sottolineando le splendide parole del testo che esprimono un amore di grande intensità. “Come mai un poema di questo tipo è entrato nel canone biblico?” Il sacerdote piacentino si è posto questo interrogativo e ha descritto una delle soluzioni trovate dal mondo cristiano, a cominciare dai Padri della Chiesa per arrivare ai grandi mistici come S. Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, che è la lettura allegorica. Però, come nel mondo ebraico, anche i teologi contemporanei parlano di altri tipi di esegesi al di fuori dell’allegoria che spesso risulta eccessiva. Quindi per don Mascilongo se il Cantico fosse anche solo la celebrazione di un amore umano, bello, pulito e gioioso, questo sarebbe già un motivo sufficiente per mantenere nella Sacra Scrittura questo testo. L’affettività, il legame, la dolcezza sono fondamentali ed è bene che la Bibbia ne parli, per cui il Cantico diventa simbolo dell’amore umano salvato e redento dal peccato. “Facciamo bene a leggere e meditare il Cantico - ha concluso Mascilongo - perché dentro a questa tenerezza raccontata in maniera così appassionata scopriamo come l’amore umano diventa divino e l’uno è tramite per arrivare all’altro”.

Pubblicato il 15 gennaio 2020

Riccardo Tonna

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