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Piacenza e Covid-19: «I malati non erano un numero»

gotico

 

La lunga notte del coronavirus non ha impedito che nel cielo di Piacenza tante stelle continuassero a brillare. Uomini e donne che durante la fase più acuta dell’emergenza, con il loro lavoro il loro impegno, hanno mantenuto viva una fiammella di fede e speranza, nonostante tutto. Ecco perché alla vigilia della festa del santo patrono, che vedrà insignita del premio “Antonino d’Oro” la città di Piacenza, la parrocchia di Sant’Antonino - in collaborazione con il Comune e il settimanale Il Nuovo Giornale - ha deciso di dare voce a quattro di loro, in un incontro andato in scena nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Gotico. 

Protagonisti della serata, rinominata simbolicamente “Di notte si vedono le stelle. Racconti per ricordare e ripartire al tempo del coronavirus”, sono stati il direttore del Pronto Soccorso dell’ospedale di Piacenza, Andrea Magnacavallo; il presidente del Comitato provinciale della Croce Rossa Alessandro Guidotti; l’infermiera Eleonora Fernandi e la dirigente scolastica Elena Camminati, sorella di don Paolo, uno dei sei sacerdoti della nostra diocesi stroncati dal virus.

Una conversazione a cuore aperto, moderata dalla giornalista de Il Nuovo Giornale Barbara Sartori, per non dimenticare quello che è stato ma soprattutto per trovare gli appigli da cui rialzarsi, ora che la tempesta si è placata. Perché, come ha sottolineato mons. Ambrosio nei saluti introduttivi, “sappiamo che questa ferita c’è, ed eccome, nel nostro cuore, ma è necessario trovare insieme quella forza, quel coraggio, quella luce che possa illuminare il cammino di tutti noi”. “La festa di Sant’Antonino sia auspicio per ripartire - ha poi detto l’assessore Federica Sgorbati, presente in rappresentanza dell’Amministrazione comunale -: siamo una grande città, fatta di persone dal grande cuore”.

“Il virus ci ha colti di sorpresa, decisivo il lavoro di squadra"
Dopo un breve intermezzo musicale a cura dei Mahlerinetti, giovane quartetto di clarinettisti, si è quindi entrati nel vivo dell’evento, con la parola che è passata al primario Magnacavallo, il quale ha ripercorso le prime settimane della pandemia. “Quando il virus è arrivato siamo stati tutti colti di sorpresa - ha affermato -. Nel periodo più intenso, ovvero le prime due settimane di marzo, il pronto soccorso è stato trasformato interamente in area di cura, riempita di barelle e di pazienti attaccati all'ossigeno. La situazione era molto dinamica e i posti letto per i nuovi pazienti in arrivo sembravano non bastare mai. Sono stati giorni caratterizzati da uno sforzo enorme, anche sotto il piano emotivo”. 

Ma come mantenere un rapporto umano col paziente in un contesto di questo genere? “L’aspetto relazionale - ha sottolineato - è stato comunque preservato, anche se con alcune criticità, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di mettere in contatto i pazienti più gravi con i loro parenti”. Decisivo per superare l’emergenza il grande lavoro di squadra di tutto il personale sanitario. “Questa situazione - ha detto il primario - ci ha portato a collaborare ancor di più di quanto facessimo normalmente. Personalmente ho gestito un gruppo coeso, con obiettivi chiarissimi; ci sono stati inevitabili momenti di cedimento emotivo e di sconforto, ma ci siamo sempre sostenuti a vicenda”.

a cura del Servizio Multimedia Pastorale

“I malati non erano solo un numero" 
Infermiera nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Piacenza, anche la ventottenne Eleonora Fernandi ha combattuto in prima linea contro il coronavirus. “Dopo tre anni di lavoro negli hospice - ha raccontato - avrei dovuto essere abituata ad avere a che fare con la sofferenza e il fine vita, eppure questa emergenza mi ha sottratto alcuni cardini fondamentali a cui appoggiarmi. Innanzitutto l’assistenza psicologica al malato è stata, necessariamente, messa da parte, perché era fondamentale concentrarsi solo sulla sua cura a livello fisico; in secondo luogo, l’assenza della famiglia è stato un ulteriore elemento inedito e davvero problematico. Mancava anche la possibilità di avere una piena comunicazione con i pazienti, sia dal punto di vista verbale - molti di loro indossavano i rumorosi caschi per la respirazione -, che non verbale, ovvero tutta quella serie di gesti che sostengono la relazione”. 

“Per mantenere intatta la dignità dei malati - ha continuato - abbiamo quindi cercato di dare loro un nome, impedendo che diventassero solo un numero. Li abbiamo inseriti in dei frammenti di storia che apprendevamo, poco a poco, in vari modi; con le chiamate e videochiamate dei familiari, ma anche con gli oggetti che mandavano loro: un peluche di un nipotino, il braccialetto di una mamma, un album di foto. Abbiamo cercato di essere di sostegno fino alla fine, nonostante di tempo non ce ne fosse molto. Non dimenticherò mai - ha ricordato commossa - le parole della figlia di una paziente per cui ormai non c’era più nulla da fare: “Dia una carezza alla mia mamma, è come se la stessi portando io”.

Croce Rossa: "non potevamo tirarci indietro"

Il suono delle ambulanze, che straziavano il silenzio della quarantena nella prima fase dell’emergenza, è qualcosa che rimarrà tragicamente impresso nella memoria di tutti i piacentini. Su quei mezzi, tanti volontari che, nonostante il rischio, non si sono mai fermati. “In quei giorni ho coordinato persone che facevano turni di dodici ore e praticamente vivevano in sede - ha raccontato Alessandro Guidotti di Croce Rossa-. In tre mesi abbiamo fatto circa 3700 trasporti covid: c’era tanta paura ma non potevamo tirarci indietro”. 

Il volontariato ha avuto - e continua ad avere - un ruolo fondamentale anche nel campo sociale, contro le nuove fragilità che il lockdown ha fatto emergere. “Croce Rossa si è occupata di portare i farmaci a casa dei malati, soprattutto anziani, e di consegnare borse viveri a chi si trovava in condizioni di disagio - ha spiegato Guidotti -. Per implementare questi servizi, abbiamo anche lanciato un appello per volontari temporanei che è andato ben oltre le aspettative e con un grande riscontro tra i giovani, i quali hanno dimostrato grande voglia di aiutare”.

“Ritroviamo legami buoni”
Nelle parole intime e commosse della sorella Elena, la serata si è conclusa con il ricordo di don Paolo Caminati. “Se c'è una cosa che possiamo tenerci di lui è la dimensione orizzontale della fede - ha detto -: vita e fede, infatti, non viaggiano su binari diversi. È stato un costruttore di comunità, ci ha insegnato che una meta si raggiunge sempre in modo condiviso; in questo senso, alla luce dell’esperienza tragica che ha colpito la nostra città, possiamo imparare da lui l’importanza della cura vicendevole, di ritrovare legami buoni”. 

Per superare lo sconforto della perdita, importante per Elena Caminati anche la chiamata di papa Francesco: “E’ stata una carezza, un abbraccio, una consolazione. La testimonianza di una Chiesa ancora capace di parole buone, di un Vangelo che riesce ancora a parlare agli uomini e le donne di oggi”.

Federico Tanzi

Pubblicato il 4 luglio 2020

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