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Suora e medico al Ps di Piacenza

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Suor Maria Chiara, prima da sinistra in piedi, al Ps di Piacenza ; in basso, con le consorelle in Puglia (è la prima a destra).

È arrivata nella nostra città spinta dalla “inquietudine di dare una mano”, sollecitata dalle richieste di aiuto da Piacenza che rimbalzavano ai primi di marzo nelle chat di WhatsApp degli ex compagni di Medicina e di specializzazione a Modena.
Suor Maria Chiara Ferrari, francescana alcantarina di origini modenesi, 36 anni, in curriculum anni di lavoro al Policlinico “Gemelli” e all’ospedale “San Pietro” dei Fatebenefratelli a Roma, per un mese, dal 12 marzo al 12 aprile - “non a caso, il giorno di Pasqua”, fa notare - ha prestato servizio al Pronto Soccorso del “Guglielmo da Saliceto”.
“Ho trovato un reparto ricoperto di barelle e di bombole d’ossigeno, degli operatori sanitari tramortiti, stanchissimi, eppure estremamente operativi. Un medico e un infermiere avevano perso entrambi i genitori, ma erano lì a lavorare. Proprio là dove la sofferenza è portata al limite, si esprime la bellezza della nostra umanità: è evidente che il bene dell’altro viene prima del mio. Il nostro cuore, in fondo, non è fatto per questo?”.

“Volevo spendere la vita per il bene degli altri”

Dal 4 maggio suor Maria Chiara ha fatto ritorno a Maglie - provincia di Lecce e diocesi di Otranto – dove con quattro consorelle condivide da un anno l’impegno nella Caritas diocesana.
“Volevo spendere la vita per il bene degli altri e mi sembrava che la professione medica incarnasse meglio di altre questa aspirazione”, racconta. Finché - è al quarto anno di Università - non approda ad Assisi col gruppo giovani della sua parrocchia. “Avevamo un cammino di fede bello e la domanda riguardo il mio futuro e la volontà di Dio per me c’era, però mai mi era venuta in mente la possibilità di una consacrazione”.
Nella fraternità delle suore francescane alcantarine che ospitano corsi vocazionali scatta la scintilla. “E se fosse questa la strada?”.

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“La vita stessa ti conduce”
La domanda riecheggia così forte che cerca di ricacciarla indietro. “Poi, come per tutte le scelte d’amore, è la vita stessa che ti conduce. Ho iniziato a camminare con queste suore, colpita dalla loro semplicità, dalla gioia dell’accoglienza che riservavano a chiunque”.
Decide di partire dopo la laurea. “Il professore con cui ho fatto la tesi - che sapeva tutto - mi aveva suggerito di tentare comunque il test di specializzazione. L’ho fatto certa di non entrare; invece mi hanno ammessa”.

“Ogni volta si apriva una strada”
Però la priorità resta il convento. “Era ciò che dava risposta alla mia identità più profonda”.
Lasciare Modena equivaleva a perdere la specializzazione. E lì entra in gioco una segretaria di Facoltà.
“Ebbe l’idea di chiedere al mio prof di mandarmi in convenzione all’ospedale di Assisi. Così ho iniziato la formazione religiosa e la specializzazione in Medicina Interna. La stessa segretaria mi ha poi suggerito di vedere se c’era una borsa libera su Roma, dove avrei iniziato il postulato. C’era... Ogni volta che sembrava dovessi lasciare, si apriva una via”.

“Dio non toglie nulla”
Suora e medico, due vocazioni intrecciate: Maria Chiara fa la professione nel 2014 e si specializza nel 2016. Inizia a lavorare al Pronto Soccorso, un anno fa lascia l’ospedale “San Pietro” per andare a Maglie.
Nel pieno della pandemia, il Signore ha aperto un’altra strada per farle riprendere in mano la professione medica, riportandola, per un mese, in Emilia. “Vedi, Dio non toglie nulla, anzi, restituisce in abbondanza”.

“Le mani e gli occhi dei familiari dei pazienti”
Al Pronto Soccorso ricorda il correre ininterrotto, con i ruoli che saltavano, “i medici che rifacevano le barelle, gli infermieri che cominciavano a intervistare i pazienti perché nel mentre tu ne stavi visitando altri due”.
E poi il dramma dell’isolamento, la paura della morte nell’aria. “Ci credi che in quelle condizioni non ho mai sentito un paziente lamentarsi? Così come non ho mai sentito un operatore sanitario dare una risposta brusca a un malato”.
In Pronto Soccorso non ci sono stanze, non c’è possibilità di caricare il cellulare, “era difficile perfino chiamare i familiari, ma provavamo a farlo il più possibile, sapendo la loro angoscia nell’attesa di avere notizie”.
Dover dire che un papà o una mamma stanno per morire, “e sentirti chiedere di dar loro una carezza, noi sconosciuti che all’improvviso diventavamo mani, occhi e parole dei figli, dei fratelli, delle mogli e dei mariti”.

“L’amore vince sempre”
Essere suora non toglie le domande sul perché.
“Il dolore va sempre a braccetto con un’altra parola: mistero. Dentro l’angoscia che in modi più o meno forti ha abitato il cuore di tutti in questo tempo-limite è arrivato quel gesto meraviglioso di papa Francesco il 27 marzo, con il Vangelo della tempesta domata e l’indulgenza plenaria per tutti, che vuol dire puntualizza la religiosa - perdono e vita eterna per chiunque, se ti sei confessato oppure no, se sei giusto o no, se sei credente o no. Per me quel gesto è stato come dire: l’amore vince, sempre. C’è la morte, c’è il dolore, c’è l’incomprensione, c’è la ferita, ma l’amore vince. E i carri con le bare che che sfilano sono solo un arrivederci”.

Barbara Sartori

Pubblicato il 6 luglio 2020

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