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Il Concilio tra noi. La Chiesa guarda al futuro

Don  Cignatta: la riforma in atto in diocesi segue il percorso tracciato da papa Francesco

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La Congregazione per il Clero ha reso nota, nei giorni scorsi, l’Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, promulgata il 29 giugno. Il documento tratta il tema della cura pastorale delle comunità parrocchiali, dei diversi ministeri clericali e laicali, nel segno di una maggiore corresponsabilità di tutti i battezzati.

Il Dicastero per il Clero, sollecitato da diversi Vescovi, ha sentito la necessità di elaborare uno strumento canonico-pastorale per aiutare le diocesi a compiere un processo di conversione pastorale che è già stato avviato in alcune Chiese come quella di Piacenza-Bobbio. A novembre in Cattedrale hanno preso ufficialmente il via 38 Comunità pastorali in cui è stato articolato l'ampio territorio diocesano suddiviso in sette vicariati.

Il testo vaticano sottolinea il ruolo del parroco come “pastore proprio” della comunità, ma viene anche valorizzato e posto in luce il servizio pastorale connesso con la presenza nelle comunità di diaconi, consacrati e laici, chiamati a partecipare attivamente, secondo la propria vocazione e il proprio ministero, all’unica missione evangelizzatrice della Chiesa. Il documento della Congregazione ricorda che “nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto” nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno. Ne parliamo con don Paolo Cignatta, parroco al Preziosissimo Sangue e San Corrado a Piacenza e vicario episcopale per il coordinamento degli Uffici e dei servizi pastorali.

DON CIGNATTA

       Un'opera di rinnovamento ecclesiale in atto

La diocesi di Piacenza-Bobbio sta vivendo la fase di cambiamento di cui parla il documento vaticano?

La diocesi è in cammino da tempo su quelle che sono le indicazioni che scaturiscono dal magistero di papa Francesco volto ad accompagnare le comunità in una rinnovata prassi pastorale capace di confermare l’impegno missionario al servizio dell’evangelizzazione.

Il desiderio è che si intraprendano processi di rinnovamento nei quali sempre di più le nostre comunità diventino centri propulsori dell’incontro con Cristo. A questa domanda mi sento di rispondere affermativamente, nel senso che le nostre parrocchie sono luoghi di accoglienza e spazi d’ascolto.

Forse dobbiamo ricercare di più una reale corresponsabilità tra i diversi ministeri che compongono il tessuto comunitario, ordinare maggiormente la vita ecclesiale perché ognuno possa trovare il suo posto nel rispetto della vocazione battesimale che sta vivendo. Il fatto che, malgrado le fatiche, la nostra diocesi abbia intrapreso un cammino di riforma a servizio delle comunità parrocchiali e diocesana, dice, ancor prima dei risultati, che nella nostra Chiesa ci sono tante forze buone ancora capaci di guardare al futuro con fiducia.

        Un lungo cammino a partire dal Sinodo diocesano

La seconda parte dell’Istruzione si apre con l’analisi delle strutture parrocchiali e delle diverse forme di “ripartizione” nella diocesi. Innanzitutto - si spiega – esse dovranno seguire il fattore-chiave della prossimità, tenendo conto dell’omogeneità della popolazione e delle caratteristiche del territorio. La scelta delle Comunità pastorali in diocesi è dunque in linea con queste indicazioni?

Sì, è stata una consolante conferma il riscontrare che le indicazioni dell’Istruzione di fatto coincidono con i criteri alla base del processo di ripensamento del tessuto ecclesiale della nostra diocesi. Certamente dovremo recepire le determinazioni più specifiche date dal documento, il quale illumina aree della riforma diocesana rimaste in ombra.

Il lavoro condotto nella nostra Chiesa ha alle spalle un percorso lungo anni che pone le sue radici addirittura nell’ultimo Sinodo diocesano alla fine degli anni '80 e nell’istituzione delle Unità pastorali nel 2001. Negli ultimi tre anni abbiamo approfondito ciò che ci sembrava essenziale per continuare, in questo preciso momento storico, la missione evangelizzatrice delle nostre comunità. Siamo andati alla fonte della ministerialità diffusa nelle nostre parrocchie attraverso la riscoperta del dono battesimale e  abbiamo concretamente agito sulle strutture.

Ora abbiamo il quadro d’insieme, potremmo dire, il progetto nelle sue direttrici portanti; il cammino che ci attende è la reale attuazione del progetto. La pubblicazione dell’Istruzione è da accogliere come un dono che la Chiesa ci offre per continuare nel processo di revisione. Nel documento vaticano possiamo ritrovare indicazioni utili a chiarire punti rimasti “sospesi” nell’istituzione delle Comunità pastorali.

La bella sintonia che possiamo riscontrare tra il documento della Congregazione per il Clero e i documenti della nostra diocesi credo si possa attribuire al fatto che entrambi nascono dall’avere come punto di riferimento l’esortazione apostolica di papa Francesco “Evangelii Gaudium” e le indicazioni che il Santo Padre a più riprese ha offerto alla Chiesa nel sollecitare una riforma ormai non più procrastinabile.

       L'azione dei diaconi

I diaconi non bisogna considerarli “mezzi preti e mezzi laici”, afferma l’Istruzione citando papa Francesco, né vanno visti nell’ottica del clericalismo e del funzionalismo. Qual è in concreto il loro compito?

La vocazione diaconale è quella di custodire il “servizio” nella comunità cristiana. Il servizio che assume almeno tre sfaccettature: quella della Parola, della liturgia e della carità.

Si potrebbe affidare a loro una parrocchia?

L’Istruzione della Congregazione per il clero chiarifica la questione, prima di tutto nei termini: risulta illegittimo parlare di “affidamento” o di “presidenza” da parte di un diacono. Quanto piuttosto di partecipazione all’esercizio della cura pastorale. L’affidamento pieno di una parrocchia è una peculiarità propria del ministero sacerdotale che compete al parroco. Il termine usato per il diacono nel documento è "cooperatore". Il Vescovo, secondo il suo discernimento, può affidare ufficialmente alcuni incarichi ai diaconi sotto la guida e la responsabilità del parroco.

I consacrati testimoni della "radicale sequela di Cristo" 

La Congregazione per il Clero riflette anche sui consacrati ed i laici all’interno delle comunità parrocchiali. Dei primi si ricorda non tanto il "fare”, quanto “l’essere testimoni di una radicale sequela di Cristo”. Le religiose, che sono una parte importante della Chiesa, non possono quindi avere un ruolo di guida nella comunità ecclesiale?

Cosa intendiamo per guida? Se si intende affidare la presidenza di una parrocchia ad una religiosa, no. Il documento sottolinea come i consacrati partecipano alla missione evangelizzatrice della parrocchia in primo luogo con il loro “essere” testimonianza di una radicale sequela di Cristo. Anche la religiosa partecipa alla cura pastorale ma la guida, intesa come presidenza, è solo del presbitero parroco.

I laici e la liturgia 

Dei laici si sottolinea la partecipazione all’azione evangelizzatrice della Chiesa. A loro può essere affidato il ministero del lettorato e dell’accolitato. Potranno guidare la Liturgia della Parola e il rito delle esequie, amministrare il battesimo e assistere ai matrimoni?

Il documento chiarisce che si tratta di eccezioni nel caso sia impossibilitata la presenza di un ministro ordinato. Solo in alcune regioni del mondo l’impossibilità della presenza di un ministro ordinato si protrae per lungo periodo tanto da dover ricorrere a questa forma straordinaria in modo abbastanza stabile. Per ora, nel nostro contesto, la necessità che laici amministrino i sacramenti indicati non è ancora attuale.

Da noi in certi luoghi della diocesi si praticano già da anni le celebrazioni della Parola in attesa di presbitero; primariamente sono affidate ai diaconi, ma dove non sono presenti, anche a laici e religiose. Tenendo conto che un sacerdote può celebrare un massimo di tre messe festive e di due feriali, le possibilità che dischiude l’Istruzione vanno incontro ad una variegata gamma di esigenze delle nostre comunità. Il ricorso alla forma straordinaria della liturgia della Parola in attesa di presbitero è da considerarsi confermata come prassi percorribile tenendo conto delle precedenti indicazioni del Magistero.

Pensare e lavorare insieme 

L’Istruzione riflette anche sugli organismi parrocchiali di corresponsabilità ecclesiale, i diversi Consigli tra cui quello per gli Affari economici; tutti però sono a carattere carattere consultivo. Per diventare operative, le proposte, che nascono dai Consigli, devono essere accolte dal parroco di cui viene sottolineato il ruolo di “pastore proprio” della comunità. C’è ancora un certo verticismo in queste indicazioni?

No, è la dottrina del Concilio. Il cardine della teologia di comunione, su cui si basa lo strutturarsi della Chiesa, è la corresponsabilità: tutti i fedeli contribuiscono, secondo il loro carisma, al processo di discernimento sulle decisioni da prendere.

Il parroco nella comunità ha il compito specifico di presiedere a tale processo e di assumere la decisione finale. Potremmo dire che il parroco non è compreso tra i membri del Consiglio ma lo presiede, ne è il presidente. Il parroco ha la necessità di essere consigliato e la comunità tutta ha la necessità di essere presieduta. Ora la questione è come si vive il compito di consigliare e il compito di presiedere.

A proposito del “consigliare” nella Chiesa, bisogna finalmente mettere fine a un falso dualismo espresso dalla coppia consultivo/deliberativo. Se la partecipazione dei fedeli assume un profilo “solo consultivo”, si potrebbe ritenere che tale contributo mantenga un valore solo facoltativo, quasi decorativo. In realtà, poiché il consiglio è un dono dello Spirito, e non già una prestazione del singolo, il pastore non può che sentirsi, per così dire, obbligato sulla strada da prendere in presenza di consigli saggi, ben ponderati e spirituali, tesi a promuovere il bene della comunità.

La Chiesa è una democrazia? E' una comunione 

La Chiesa, per sua natura, non può essere democratica?

La Chiesa è più di una democrazia, è una comunione. Mi pare improprio  attribuire alla Chiesa l’essere una democrazia o l’essere una monarchia, Mi sembrano metri di giudizio lontani dall’esperienza ecclesiale. È come se chiedessi se una famiglia è una democrazia… è molto di più: è una comunione. Ovviamente la comunione è tale se dona libertà, corresponsabilità, partecipazione, responsabilità.

L'attenzione nell'uso del denaro

La vita sacramentale non va mercanteggiata - raccomanda l’Istruzione - e la celebrazione della messa, così come le altre azioni ministeriali, non può essere soggetta a tariffari, contrattazione o commercio. Si esortano i presbiteri ad offrire un esempio virtuoso nell’uso del denaro, attraverso uno stile di vita sobrio e un’amministrazione trasparente dei beni parrocchiali. La Chiesa piacentina sta seguendo questo stile?

Nella nostra diocesi ho sempre riscontrato un atteggiamento corretto e rispettoso nella celebrazione dei sacramenti. Le messe e i sacramenti non sono “comprabili”, non hanno un prezzo, una tariffa. Ci mancherebbe! Se ci fossero parrocchie che applicano tariffari alle messe, ai sacramenti o ai sacramentali sarebbe un errore primariamente teologico; la grazia di Dio è un dono sempre.

Ma mentre si chiede, giustamente, ai presbiteri trasparenza nell’uso del denaro, bisognerebbe anche educare tutto il popolo di Dio a rendersi corresponsabili anche dei bisogni materiali della comunità cristiana. Riscontriamo in molte comunità una diminuzione delle offerte dei fedeli e purtroppo le necessità strutturali crescono sempre di più.

Sarebbe bello se in ogni parrocchia il bilancio fosse, oltre che pubblico, anche "partecipato", cioè presentato alla comunità e discusso insieme. Non tanto per scoprire chissà quali tesori nascosti, ma proprio per crescere in consapevolezza e quindi in corresponsabilità.                                                                                                     

R. T.

Pubblicato il 30 luglio 2020

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