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«La missione non è altrove»

ruisi nicola

Don Nicola Ruisi, missionario della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo.

«Ho scoperto la bellezza delle piccole cose quotidiane. E le chiedo scusa se in classe le ho reso la vita impossibile». Giuseppe è un ragazzino delle Medie. Durante il lockdown – tra le riflessioni raccolte dal professore di religione – è emersa la parte più profonda del suo cuore. E, come per lui, per altri compagni le mail del “don” sono diventate occasione di confronto, anche sulle paure e i dolori che si porta dentro, spesso nascosti da una corazza.
Anche questa è missione: mettersi in ascolto, farsi compagni di viaggio di gioie e dolori, comunicando quella speranza che si è incontrata nella propria vita. È quanto sta sperimentando don Nicola Ruisi, sacerdote della Fraternità di San Carlo, da 14 anni “missionario” in Emilia, tra Bologna e Carpi e, dal 2018, a Reggio.

 Nicola Ruisi Davide Maloberti Fausto Arrisi

Da sinistra, don Nicola Ruisi, don Davide Maloberti e il parroco di Podenzano don Fausto Arrisi (Foto Nicola Scotti).

«Non abbiate paura!»

Don Nicola è stato ospite a Podenzano del primo appuntamento della Festa missionaria, che quest’anno si è articolata in una veste speciale per conciliare l’appuntamento di fine estate della parrocchia guidata da don Fausto Arrisi con le regole imposte dal contenimento del Covid-19. Al posto della solita tre giorni di musica, balli, stand e incontri, si è scelto di conservare il “cuore” della festa, ovvero la testimonianza dei missionari, con anche un momento conviviale su prenotazione. Con don Nicola – in un dialogo condotto da don Davide Maloberti, direttore del nostro settimanale – si è parlato della speranza che oggi più che mai ci serve per ripartire dopo i mesi difficili della pandemia, stretti tra ciò che abbiamo attraversato e l’incertezza del futuro.

A fare da bussola, l’esortazione di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!». Un invito rilanciato nel 1978, al momento dell’elezione al soglio pontificio, e più volte ripetuto negli anni successivi.

«Lì ci abitano dei ladri»

Nel ’78  Nicola era un ragazzo impegnato a livello politico nel suo quartiere di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado italiana”, come veniva chiamata, cresciuto con un papà socialista e una mamma profondamente religiosa, dai quali ha il primo esempio di vita “donata”. La ricerca del senso per cui valga la pena spendersi e impegnarsi l’ha sempre accompagnato, fin da quando inizia a frequentare il circolo di Democrazia Proletaria del quartiere per migliorarlo. «Allora non c’erano nemmeno le strade asfaltate», fa notare. La chiesa l’abbandona presto, perché nell’omelia si sente dire una volta che quelli che abitavano dove viveva lui erano tutti dei ladri. «Noi, che eravamo seduti sulle panche in fondo, da quella volta in chiesa non ci siamo più andati». Si mette a lavorare, frequenta la scuola serale. È attivo politicamente, lo affascina la figura di Berlinguer, legge i classici del comunismo e con alcuni amici si mette in viaggio tra Repubblica Ceca, Germania dell’Est, Russia.

«Guarda!»

Vuole vedere con i suoi occhi come quell’ideale di cui aveva letto si era realizzato. Non trova quello che si aspetta. A Leningrado – come negli anni Ottanta ancora si chiamava San Pietroburgo – per strada incontra un ingegnere che, per arrotondare, vende magliette in nero. Nicola ne vuole una con la scritta “CCCP”. Il venditore-ingegnere lo porta a casa sua a prenderla. Si trova di fronte un appartamento dove convivono almeno 15 persone. Il partito a ciascuno dava una quota di metri quadrati. Non è la giustizia sociale che si immaginava. Stessa sensazione in metropolitana a Mosca, nel 1988, quando un ragazzo gli grida, in inglese: «tu non sei russo». Come faceva a saperlo? «Guarda le tue scarpe». In quel momento, Nicola si accorse che tutti ai piedi calzavano lo stesso modello, l'unico che potevano trovare. «Mi rimase impresso quell'invito: guarda! - racconta oggi -. E ho provato a farlo, nella mia vita».

«Tutto è crollato col Muro di Berlino»

Il crollo del Muro di Berlino nel 1989, la ragazza che lo lascia – «le avevo chiesto di sposarmi ma lei non si sentiva di legarsi tutta la vita a qualcuno» - il film "Mission" con la scena del perdono e l’Inno alla Carità che gli innescano nuove domande. Poco alla volta per don Nicola la sete di giustizia e verità trova la sua risposta nell’incontro con Gesù Cristo attraverso la testimonianza di un missionario in Siberia - «cosa glielo faceva fare?» -  e l'incontro con alcuni sacerdoti, tra cui il fondatore di Cl don Luigi Giussani. Diventerà prete nel 1998, in missione prima in Siberia, quindi in Messico e poi in Canada. Lui aveva sempre pensato alla missione tra gli emarginati. In Canada si trova in una terra di antica evangelizzazione che però aveva dimenticato la fede. Giovanni Paolo II lo aveva indicato ai cristiani come compito preciso: riportare Cristo in questi Paesi che avevano cancellato le loro radici cristiane.

Missionario in Emilia

Così, quando viene trasferito in Emilia, don Nicola si accorge sempre più quanto sia vera questa esigenza di ascolto, vicinanza, condivisione nel nome di Cristo. E anche durante il lockdown – che lui ha vissuto con altri quattro confratelli ed il vescovo di Reggio Emilia monsignor Massimo Camisasca, ex responsabile della Fraternità sacerdotale di San Carlo di cui fa parte – ne ha avuto conferma.«Ho riscoperto la preghiera e in particolare l'Adorazione eucaristica. Mattina dopo mattina, mi accorgevo che ero raggiunto da uno "sguardo", accolto, perdonato». Ecco perché lo slogan "Andrà tutto bene” rimbalzato in ogni dove durante la quarantena non era sufficiente.  La speranza cristiana, quel «non abbiate paura» di Giovanni Paolo II, nasce da altro. E non censura la croce.  «Resta la fatica, ma la speranza della Resurrezione non svanisce. Me lo ha testimoniato mia mamma, malata in fase terminale: soffriva, ma era serena perché sapeva da Chi stava andando».

festa missionaria Podenzano

I partecipanti all'incontro con don Ruisi in oratorio a Podenzano per la Festa Missionaria (Foto Nicola Scotti).

«Missione è anche solo condividere il pianto e il sorriso»

Don Nicola non ha scordato di quand’era un ragazzo inquieto e assetato di “per sempre”. La sua ricerca continua anche ora, che è sacerdote. La differenza è nell’incontro che ha fatto. «Io - rilancia - ho intuito la profondità della speranza cristiana quando ho cominciato a guardare le cose da un’altra prospettiva: quella di Dio. Il dolore, il pianto, la fatica, la fragilità, le catastrofi naturali... non sono ostacoli alla conoscenza di Dio, ma occasioni per entrare di più nel suo mistero. Diventano ostacoli quando decidiamo noi come deve andare la vita, a partire dai nostri preconcetti, da una nostra idea e non dalla realtà». Questa riflessione vale anche per la missione. «La missione non è altrove. È missione anche, semplicemente, condividere con le persone incontrate la gioia e il dolore, il pianto e il sorriso; le circostanze vissute nello Spirito di Cristo, con fede, carità e speranza, sono la missione».

La Festa Missionaria continua domenica 6 con suor Maria Luce Galgano

Il prossimo appuntamento sarà domenica 6 settembre con la Messa Missionaria alle ore 10.30 in chiesa e alle 11.30 in oratorio la testimonianza di suor Maria Luce Galgano, 43 anni, originaria di Castel San Giovanni, monaca trappista a Vitorchiano, in partenza con alcune consorelle per fondare un nuovo monastero in Portogallo, a Palaçoulo.

Barbara Sartori

Pubblicato il 2 settembre 2020.

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