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Don Borea, un padre anche per noi oggi


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A 76 anni dalla morte di don Giuseppe Borea, fucilato a 34 anni dai nazifascisti, Piacenza ha ricordato il sacerdote con una messa nella chiesa del cimitero urbano presieduta da don Giuseppe Basini, parroco di Sant’Antonino e vicario episcopale per la città. L’iniziativa, promossa dai Partigiani Cristiani e dall’Anpi, ha visto la presenza, fra gli altri, il vicesindaco avv. Elena Baio in rappresentanza del Comune di Piacenza, dell’avv. Corrado Sforza Fogliani, presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza, e del nipote don Giuseppe Borea insieme a diverse persone del Comitato che segue da vicino la riscoperta della figura del sacerdote. Al termine della celebrazione è stata deposta una corona di alloro nella cappella della Casa del clero “Cerati” all’interno della quale è sepolto don Borea.


Nel solco tracciato dai martiri giapponesi del ‘500
Don Basini nell’omelia ha legato il ricordo di don Borea a quello dei primi cristiani martiri giapponesi, Paolo Miki e compagni, alla fine del ‘500, la cui memoria liturgica si celebra proprio il 6 febbraio.
“Nel corso dei secoli e ancora oggi sono numerosi i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici cristiani perseguitati e uccisi perché ritenuti un inciampo da regimi totalitari di varia matrice ideologica e da fondamentalismi religiosi. E questo fu il caso anche di padre Paolo Miki, primo gesuita giapponese, ucciso nel 1596 a 41 anni insieme ad altri 25 compagni. Insieme a loro venne crocifisso su un’altura presso Nagasaki. Prima di morire, invitò tutti a seguire la fede in Cristo e perdonò i suoi carnefici. Nel 1862, tre secoli dopo, papa Pio IX lo proclamò santo”.


“Perdono di cuore anche a voi che dovete sparare”
Un gesto - ha sottolineato don Basini - lega in modo stretto le due figure del gesuita Paolo Miki e di don Borea: prima di morire hanno entrambi perdonato i loro carnefici nella speranza che il loro martirio fosse occasione di bene per coloro che sarebbero venuti dopo di loro. Sono significative a questo proposito le ultime parole di don Borea: “Muoio innocente. Perdono di cuore a coloro che mi hanno fatto tanto male e anche a voi che dovete sparare. Spero che il mio sacrificio giovi alla patria nostra. Stasera sarò in paradiso, pregherò per tutti e perché Iddio faccia sorgere giorni più sereni e più belli per l’Italia”.
“E così è stato - ha proseguito il Vicario cittadino - perché da oltre settant’anni il nostro Paese, seppur in mezzo a tensioni e mille contraddizioni, ha potuto godere di un sistema democratico, di un tempo di pace e di progresso economico e sociale”.

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Il bisogno di padri
La testimonianza di don Borea - sintetizziamo il pensiero di don Basini - deve essere per tutti noi stimolo a fare anche della nostra vita un’opera di bene. Chiediamo al Signore di essere aiutati anche noi ad avere nel cuore la stessa speranza e lo stesso desiderio di compiere il bene a favore di tutti, senza distinzioni di parte. Don Borea è stato “padre” per la sua comunità di Obolo, fino al dono totale di sé. Oggi papa Francesco, in occasione dell’Anno dedicato a San Giuseppe, ricorda spesso che “il mondo (come la chiesa) ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto”.

 
La citazione del prof. Cassese: serve passione
Don Basini ha citato al termine dell’omelia il prof. Sabino Cassese: nel suo ultimo libro “Una volta il futuro era migliore” afferma che abbiamo bisogno di persone capaci di alimentare una ragionevole speranza, quella stessa speranza che anche don Giuseppe ha cercato di realizzare. “Ecco tre spunti dal libro: «Primo. Partecipare attivamente alla vita della comunità in cui si vive, perché il futuro dipende anche da noi e la logica centrifuga porta all’isolamento che è sempre inefficace». Don Giuseppe ha saputo partecipare alla vita della Chiesa e della comunità civile del suo tempo, fuggendo la tentazione di isolarsi per difendersi”.
“«Secondo. Coniugare l’utopia con il senso concreto del percorso. Questo vuol dire guardare avanti, considerare quel che il futuro può offrire». Il coraggio dell’immaginazione e la forza dell’amore aprono nuovi percorsi e aiutano a superare gli ostacoli. Don Giuseppe ha saputo sognare un mondo migliore, animato dalla forza del Vangelo, rispondendo al male con un bene più grande… fino all’ultimo”.
“«Terzo. «Come ha scritto Stendhal, ‘la vocazione è avere per mestiere la propria passione’, cioè bisogna avere una passione e farla diventare una vocazione. Qualunque scelta resta senza vita se non è animata da una passione, che diventi impegno e vocazione. E questo vale per tutti». Che Dio ci aiuti quindi a essere persone appassionate, disponibili a mettere seriamente in gioco la nostra vita, a farlo con coraggio e coerenza, per costruire adesso un mondo più giusto e più umano di quello che stiamo vivendo”.

Pubblicato il 6 febbraio 2021

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