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Mons. Ponzini, il ricordo di Manuel Ferrari

ponzini cittadimnaza

Conobbi mons. Domenico Ponzini nell’estate del 2003. Da tempo il nostro parroco a Campi era malato e soprattutto negli ultimi mesi aveva spesso bisogno di essere sostituito per la celebrazione domenicale. Quando mons. Ponzini saliva in seminario a Bedonia spesso si offriva in aiuto ai sacerdoti della valle senza mai trascurare l’appuntamento alla messa delle ore 11 nella sua amatissima Isola di Compiano.

"Accettai quella proposta con entusiasmo"

Una domenica mons. Ponzini salì a Campi per sostituire il nostro parroco e li lo incontrai per la prima volta. prestavo maldestramente servizio di ministrante, davo una mano come potevo. Lui apprezzò quell’impegno disinteressato. Mi chiese qual era stato il mio percorso di studi e si disse interessato alla mia prossima laurea in architettura e alla mia passione per il restauro. Dopo qualche mese mi comunicò che all’ufficio beni culturali della curia da lui diretto, era necessario inserire la figura di un architetto in quanto la conduzione su base volontaria non era più sostenibile, la burocrazia stava crescendo, era richiesta maggior specializzazione nella conduzione delle pratiche e nei rapporti con il Ministero per i Beni Culturali. Scelsi di accettare, non certo convinto che questo sarebbe stato il mio percorso professionale. A distanza di quasi vent’anni da allora non posso che pensare che lui invece lo intuì lucidamente. Questa era senz’altro una delle sue doti migliori. Saper anticipare i tempi, sapersi porre in ascolto, saper leggere nel cuore delle persone. Le qualità umane sono andate di pari passo con quelle dell’uomo di cultura. Le due unite gli sono valse quell’autorevolezza e rispetto che l’intera comunità piacentina e parmense gli hanno tributato per anni e continueranno a fare nel tempo.

Un lavoro svolto con competenza

Direttore dell’ufficio beni culturali da lui fondato nel 1979 e che ha retto fino al 2006, ha lavorato instancabilmente per la promozione e valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiale, della cattedrale in modo particolare. La sua attenzione è sempre stata rivolta a rintracciare i segni della fede nella storia, non in senso antiquario o nostalgico ma piuttosto con il desiderio di fornire al presente strumenti utili a formare un’ identità di comunità capace di guardare al futuro. Per far questo si è servito della sua formazione archivistica che gli ha consentito di setacciare i principali archivi delle chiese del territorio, le visite pastorali che conosceva in maniera minuziosa, oltre che della sua biblioteca personale di oltre 5000 volumi sui temi della religione, cultura, arte del nostro territorio. In qualità di direttore dell’ufficio beni culturali ha avviato la catalogazione del patrimonio mobile custodito nelle oltre 700 chiese della diocesi, una campagna di lavori che si sarebbe conclusa solo un ventennio più tardi e che ha portato ad una sistematica conoscenza oggi molto utile alla tutela e valorizzazione. Fondamentale il suo lavoro nella riscoperta di tante figure religiose del territorio che si sono storicamente distinte con vite spese per gli altri e grandi gesti di carità. Penso in particolare al fondamentale lavoro sulla resistenza piacentina, che per la prima volta ha consentito di indagare figure di sacerdoti che hanno offerto le loro vite per la salvezza delle comunità che gli erano affidate.
Un’ attenzione particolare ha rivolto alla musica promuovendo la costituzione di una scuola diocesana, oltre che la costruzione del nuovo organo della cattedrale e sostenendo la formazione di musicisti e mantenendo con essi un costante dialogo. Lo stesso dialogo lo ha promosso con gli artisti, sempre nel tentativo di porsi come committenza attenta, soprattutto in ragione degli adeguamenti presbiterali delle nostre chiese perlopiù realizzati a partire dal Concilio Vaticano II, fino alla fine del secolo scorso. Potrei ancora ricordare la sua particolare conoscenza del territorio, legata alla sua lunga esperienza come cerimoniere dei vescovi Malchiodi, Manfredini e Mazza. Quante volte mi ha raccontato aneddoti che li riguardavano. Così vivi da rendermi la sensazione di averli conosciuti. E da tutti, seppur nella loro diversità, raccontava di aver tratto un qualche insegnamento e di averne fatto tesoro nella vita.

"Bisogna conoscere anche la geografia"

Era solito ripetermi che per imparare la storia bisognava prima conoscere la geografia. E lui la geografia della diocesi la conosceva davvero dettagliatamente, strada dopo strada, borgo dopo borgo, un monte dopo l’altro. Da questa conoscenza, unita alla competenza di ricerca archivistica, l’idea di recuperare gli antichi cammini della fede in diocesi. Fondamentale il suo contributo per il rilancio del Cammino degli Abati e di altri tracciati che dalla pianura attraversano gli appennini verso il mar Ligure e verso Roma. Quando cominciai il mio servizio in ufficio la sua preoccupazione fu quella di farmi immediatamente conoscere il territorio della diocesi. Ricordo con nostalgia il piacere di attraversare valli e colline con la sua instancabile guida che non lasciava mai nulla senza risposte, per raggiungere i territori di confine. Amava dire che a quelli andava dedicata la maggior attenzione, che la montagna non andava abbandonata.

Una festa fatta rinascere

E proprio in riferimento alla montagna concludo con un ultimo pensiero e ricordo personale, così come ho iniziato. Torno allora all’alta val Taro. Torno alla sua amata Isola, dove nacque e alla quale rimase legato fino alla fine. A Isola si festeggia la figura si San Terenziano a cui è associata una millenaria fiera. Ponzini si offrì come parroco di questa piccola comunità, viaggiando per anni ogni fine settimana da Piacenza fin lassù. Gli piaceva poter tornare tra i suoi monti, sentiva una certa nostalgia per quelle terre nelle quali aveva mosso i primi passi e la sua formazione. Scelse di impegnarsi per la rinascita della festa religiosa e della fiera. Come suo solito partì ancora una volta dagli archivi. Scovò tutti i paesi dai quali i pellegrini s’incamminavano per partecipare alla fiera e prese contatti con tutti i sindaci dei comuni di provenienza per invitarli a portare simbolicamente una lampada votiva in offerta a San Terenziano. Con orgoglio raccontava la tanta pazienza nell’aver fatto rinascere una fiera che era caduta nell’oblio. Poco dopo si rattristava dicendo: “chissà finito io se qualcuno continuerà”.
Questo fu il suo rammarico negli ultimi anni. Quando gli si chiedeva come stava rispondeva: “da vecchio”. Con il tono di chi ha dato ciò che poteva con il presagio che il mondo stava radicalmente cambiando. Che quella società regolata da Stato e Chiesa non esisteva più. Che tutto si stava trasformando in maniera imprevedibile e repentina.
Senz’altro questi pensieri ora non lo rattristano più. A noi rimane il suo ricordo, gli scritti che lascia, le opere di carità. Rimane il suo lavoro instancabile multidisciplinare e poliedrico. Rimane il ricordo di un uomo appassionato e attento ad una molteplicità di dimensioni religiose, civili, sociali, che ha amato e servito la chiesa piacentino-bobbiese.


 

Manuel Ferrari

Direttore Uffici beni culturali ecclesiastici della diocesi di Piacenza-Bobbio

Nella foto, il conferimento della cittadinanza onoraria a mons. Ponzini nel settembre 2017 da parte dell'Amministrazione comunale di Compiano:  a Isola, frazione di Compiano, mons. Ponzini ha avuto i natali.
Presente anche una delegazione dell’Amministrazione comunale di Piacenza.

Pubblicato il 7 settembre 2021

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