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Perché sui social uno racconta di sé

L’analisi di Jacopo Franchi, social media manager a Milano, autore del libro “Solitudini connesse”

Franchi EmanueleGamba

Jacopo Franchi, nato a Fiorenzuola d’Arda, 32 anni, ha iniziato la sua carriera a Parigi e lavora tuttora come social media manager a Milano. Ha tenuto conferenze e lezioni sui social in istituti di ricerca, università, associazioni e festival. È autore del blog www.umanesimodigitale.com.
All’inizio di quest’anno ha scritto il libro, presentato il 18 ottobre a Palazzo Galli della Banca di Piacenza, che s’intitola “Solitudini connesse. Sprofondare nei social media”. “Un’incursione nel nostro io e nel nostro noi al tempo della nuova psicosocialità algoritmica”.

Franchi— Da che cosa nasce il suo libro?
Ci sono tantissime persone che usano i social, si parla di quasi 35 milioni di persone registrate su Facebook solo nel nostro Paese e, come vediamo dalla cronaca, in questo momento c’è una sorta di malessere nei confronti di questi strumenti.
Attraverso il libro ho cercato di dare risposte non pro o contro i social, ma ho tentato di spiegare, con parole semplici, da dove deriva questa difficoltà di utilizzo dei social media.
Lo scopo del testo è quello di far capire come funzionano questi strumenti di comunicazione anche a chi non ha basi informatiche e conoscenze tecniche specifiche.

— Che cosa ci tiene legati ai Social?
Sicuramente tutto il tempo che abbiamo investito dentro di essi. Nei Social abbiamo inserito una parte della nostra vita. Tanti ricordi anche di persone che non ci sono più.
In secondo luogo i social hanno creato un nuovo modo di comunicazione, di relazione tra gli esseri umani. Ormai sembra quasi impossibile incontrare una nuova persona e non utilizzare i Social per raccogliere informazioni su di essa.
Consentono di accedere a notizie sulle persone che non sarebbero possibili ritrovare al di fuori di essi. Sono reti relazionali, ma anche informative, sono una sorta di motore di ricerca della conoscenza inespressa delle persone.

— Quali i pericoli in questo ambito?
Il pericolo più grande che avverto, oltre alla perdita di dati personali sensibili e l’utilizzo malevolo degli stessi, è confondere il rapporto sui Social con quello reale. L’esempio concreto è chi risponde in maniera aggressiva nei commenti sui post.
Se non conosciamo personalmente quelle persone con cui stiamo discutendo o litigando sui social, non abbiano la possibilità di verificare se sono sul nostro stesso livello oppure se sono persone non nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. Nella realtà, infatti, non discuteremmo mai con una persona che è in evidente stato di alterazione.
Quindi il rischio maggiore è quello di confondere il modo con cui le persone si presentano e quello che sono realmente.

Franchi conferenza– E gli aspetti positivi quali sono?
Innanzitutto collegare ad internet un numero straordinario di persone con l’accesso globale ad una rete di informazioni.
Altro aspetto positivo è creare relazioni, o meglio creare i presupposti per relazioni interpersonali.

Una terza cosa è la possibilità di conservare la memoria di una persona. Nei social la conservazione dei dati è uno strumento che consente di avere un ricordo che va oltre la propria fine. Si tratta di un’opportunità che aiuta a sopportare meglio quello che fa più paura della morte, cioè l’oblio.
Attraverso i social le persone che vivono attualmente potranno trasmettere quello che sono stati alle generazioni dopo di loro.

— Che dire dell’algoritmo, di cui tratta nel libro, che decide, nel Social che frequentiamo, cosa possiamo vedere e da chi possiamo essere visti in base alle preferenze che palesiamo?
L’ordine cronologico dei post che appaiono sul nostro Social è variato in base ad un algoritmo. È un ordine che non è cronologico né logico, ma appartiene a meccanismi che ci sono ancora oscuri.
Se poi non si ottengono abbastanza like, può scattare una ricerca di consenso, un metodo, una modalità di linguaggio che è distorsiva rispetto alla nostra normale. Si cerca di postare qualcosa di noi nel modo che pensiamo possa ottenere più “mi piace”, più interazioni nel breve periodo in modo che l’algoritmo possa rendere più visibile il mio post...
Siamo sui Social pensando di poter comunicare liberamente invece ci rendiamo conto che, se vogliamo raggiungere i nostri destinatari, dobbiamo alterare la modalità della nostra comunicazione in maniera distorsiva, oppure mettendo all’interno di essa frammenti di vita personale e intima che magari non pensavamo mai di condividere...

Riccardo Tonna

Pubblicato il 21 ottobre 2019

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