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Donata Horak: la libertà dell'uomo non limita la potenza di Dio

horak

“La fede non è qualcosa che scorre accanto alla vita, non è una «dotazione» altra da noi”. Si apre con questa premessa la riflessione di Donata Horak, teologa, docente di diritto canonico allo Studio teologico del Collegio Alberoni e alla Scuola diocesana di formazione teologica di Piacenza e insegnante di Religione al liceo Gioia. In dialogo con Elena Camminati, Horak è stata ospite del terzo e ultimo incontro del ciclo “Dialoghi sulla fede” organizzato dalla Camoteca, giovedì 1° dicembre.
“Non sapendo quando l’alba verrà lascio aperta ogni porta che abbia ali come un uccello oppure onde, come spiaggia”: sono i versi di Emily Dickinson a suggerire la soluzione al dilemma “Cosa stiamo attendendo? In cosa speriamo?”; Donata Horak invita dunque a rivedere la mentalità con cui spesso ci si approccia alla fede, che non è “un pacchetto di privilegi”, come suggerisce Elena Camminati, “Dio non fa sconti – precisa Horak – avere fede non ci mette al riparo: tutti, nel mondo, abbiamo lo stesso destino. Dio agisce, è all’opera, ma non dobbiamo pensarlo come un ‘tappabuchi’, che appare magicamente e risolve al posto nostro i problemi. Perciò noi apriamo le porte, in modo da far entrare l’alba quando arriverà, senza sapere quando e come arriverà”.

Marta di Betania: la fede oltre il dolore

“La libertà dell’uomo non limita la potenza di Dio – chiosa la teologa – così come Dio non interviene sulle responsabilità dell’uomo. Dietrich Bonhoeffer, teologo tedesco, notava che spesso le persone parlano di Dio quando la conoscenza umana è arrivata alla fine o quando le forze vengono a mancare. Non bisogna ricordarsi di Dio solo nella debolezza, ma nella forza; non pensiamo a Dio solo davanti ai nostri limiti, piuttosto riportiamo Dio al centro del villaggio. Noi crediamo nell’incarnazione, ma la fede nella resurrezione non è la soluzione al problema della morte: la nostra sarà una morte vera e irrisolvibile, ma coltiviamo la fiducia perché l’abbiamo messo al centro della nostra vita e non solo ai margini”.
L’episodio di Marta di fronte alla morte di Lazzaro, raccontato nel vangelo di Giovanni, è la dimostrazione: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà. (…) Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”.
“La professione di fede di Marta – afferma Horak – è la più importante fra quelle contenute nelle Scritture. Dopo l’episodio di «rianimazione», Lazzaro è morto come tutti devono morire. Dio non ha fatto sconti, eppure Marta, di fronte al dolore, non smette di avere fede, anzi, la conferma”.

Siamo creature, entità in divenire

Nella seconda lettera ai Corinzi san Paolo scrive che “siamo sempre pieni di fiducia e sappiamo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore. Camminiamo nella fede e non ancora in visione”. “È questa la nostra condizione – spiega Horak – la fede non consente di avere visioni chiare sul futuro, la nostra esistenza comincia con l’esilio. Se fossimo rimasti nel ‘giardino’ non avremmo conosciuto la vita, per cui possiamo andare dappertutto ma non tornare in quel giardino. Parlare di fede è parlare della nostra vita in esilio. Nella poesia  Città vecchia Umberto Saba incontra una prostituta, un marinaio e un bestemmiatore, per poi dire «sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore»: tutta questa vita pulsata ha a che fare con le dinamiche della fede. La parola «creatura» in latino è il participio futuro del verbo «creare», sottintende un divenire: non siamo mai entità finite”.
“Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali”.
A pronunciare questa frase è Zarathustra nel proemio di Nietzsche: nelle stesse righe il personaggio afferma che “Dio è morto”. “Come può un passo del genere diventare un riferimento teologico? – prosegue Horak – A morire è quel dio che dice di mettersi al riparo, invece di aprire le porte. Bonhoeffer invece ci insegna a restare fedeli alla Terra, perché è lì che Dio si rivela. Dio è il Signore della Terra  così com’è, non di una Terra ideale ‘come dovrebbe essere’, e ama noi per quello che siamo”.

Da sabato 3 dicembre alla Camoteca, che ha sede presso il Seminario vescovile di via Scalabrini, prenderà il via il servizio di prestito.

Francesco Petronzio

Nella foto, Donata Horak ed Elena Camminati.

Pubblicato il 3 dicembre 2022

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