«Islamizzazione di Piacenza», l'intervento della diocesi

Sostenere che sia in corso una “islamizzazione” di Piacenza pare proprio una provocazione volta ad alimentare paure. La realtà è molto più complessa e non può essere svilita con slogan ad effetto. Storicamente si sono sviluppate nella nostra realtà settori produttivi che hanno attratto persone, lavoratori che svolgessero mansioni non più “gradite” dai piacentini. Queste persone che contribuiscono al PIL e allo sviluppo economico della nostra provincia hanno evidentemente una storia, una cultura, una lingua, una religione (così come i nostri nonni o parenti che sono andati a lavorare in Belgio, Argentina, Svizzera o Francia), portavano le loro tradizioni e la loro cultura. Se poi l’indagine (o presunta tale) è finalizzata ad individuare il pericolo da cui guardarsi, molto probabilmente non è la presunta islamizzazione la causa dei veri problemi che ci assillano come della qualità dell’aria, dell’emergenza abitativa, della precarietà sempre più diffusa che genera problematiche sociali in un clima di crescente incertezza per il domani. Diciamo che c’è una precarizzazione di Piacenza, questo è il vero tema. Ma se nell’intenzione degli autori c’è una preoccupazione religiosa, che vede nell’Islam (ammesso che ne esista uno solo) un pericolo per i nostri valori cristiani, non da adesso il pericolo è l’abbandono di tanti battezzati dalla fede cristiana e dalla sua visione della vita. Se la tradizione cristiano-cattolica deve essere trasmessa nel suo valore anche socio-politico più che preoccuparsi di eventuali pericoli esterni, ci si deve interrogare su quelli interni. Non è una consolazione se il fenomeno non interessa solo la nostra città e provincia.
Esula dalla nostra conoscenza ogni valutazione di schieramento politico di questa comunità ma quello che registriamo piuttosto sono i segni di questa comunità di voler essere parte del nostro tessuto (partecipazione ai tavoli promossi da varie istituzioni cittadine e disponibilità al dialogo ed all’ascolto). L’annuncio del Vangelo, oggi, ha una sola via: il dialogo, che non è assolutamente concessione a qualsivoglia iniziativa contro le leggi nostro Paese, ma volontà di ricerca di una convivenza pacifica. Sorprende poi che ci si sorprenda di fronte ad iniziative in ambito scolastico di conoscenza dei loro ambienti e della loro fede. C’è solo un modo per abbattere i pregiudizi ed è quello di una conoscenza cordiale e rispettosa. Le nuove generazioni vivono giornalmente negli ambienti di vita la compresenza di persone di altra cultura e religione. Una situazione che è data e che deve essere vissuta per le opportunità presenti in essa.
Va colto inoltre come un segnale importante che l’iter di riconoscimento dello statuto di Moschea al Centro di via Caorsana si sia concluso con una amministrazione di centro destra: c’è quindi un cammino in atto che, vincendo pregiudizi e paure, costruisce una convivenza all’insegna del rispetto e del dialogo. In questo modo si può sperare di dare vita ad una comunità multietnica, culturale e religiosa. Non significa che non ci siano questioni aperte, problemi normativi e processi di appartenenza da completare. Ma l’intelligente pragmatismo che contraddistingue questa città e questo territorio saprà trovare le strade per far crescere questa città nel confronto, sapendo che gli uni sono necessari agli altri.
Claudio Ferrari, direttore Ufficio diocesano Scuola
Padre Mario Toffari, direttore Ufficio diocesano Migranti
Emanuele Vendramini, direttore Ufficio diocesano
per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso
Pubblicato il 10 gennaio 2026



