Menu
logo new2015 ok logo appStore logo googleStore

Si prevede un 2026 di cautela per le Pmi piacentine: fatturato stabile e poche assunzioni. L’indagine di Confapi

PAPARO PONGINIBBI

“Cautela” è la parola che descrive le aspettative delle piccole e medie imprese piacentine dal 2026. Dopo un 2025 segnato dall’aumento della produzione e del fatturato, l’imprenditoria piacentina “tiene”, aspettando che arrivino temi migliori. È questa, in sintesi, la fotografia scattata da Confapi Industria Piacenza, che ha condotto un’indagine congiunturale basata su un campione di 150 imprese associate. L’indagine è stata presentata alla stampa nel pomeriggio di venerdì 13 febbraio nella sede di via Menicanti dal presidente Giangiacomo Ponginibbi e dal direttore Andrea Paparo. “I dati restituiscono l’immagine di un sistema produttivo che non arretra, ma che ha piena consapevolezza del contesto in cui opera – ha sottolineato Ponginibbi – le imprese piacentine dimostrano capacità di tenuta, accompagnata però da un atteggiamento di grande prudenza nelle scelte per il futuro”.

Un 2025 in equilibrio

Il campione utilizzato per l’indagine è composto da 150 piccole e medie imprese piacentine, l’86% delle quali ha meno di 50 addetti e l’83% ha un fatturato sotto i dieci milioni. La composizione settoriale evidenzia una netta prevalenza della metalmeccanica, dell’impiantistica affiancate da edilizia, logistica, servizi e agroalimentare. “Parliamo di un campione che rappresenta fedelmente il nostro territorio: imprese piccole, manifatturiere, fortemente radicate e con margini di manovra limitati. È su questa struttura reale che vanno costruite politiche industriali e non su modelli astratti”, ha spiegato Paparo. I dati mostrati durante la conferenza stampa testimoniano un 2025 in sostanziale equilibrio, ma privo di una reale spinta espansiva. La produzione è aumentata nel 43% dei casi, nel 29% si è contratta e nel 28% è rimasta stabile. Il fatturato è cresciuto per il 42% delle Pmi intervistate, è calato per il 29% ed è rimasto stabile per un altro 29%. “Il 2025 conferma una buona capacità di resistenza – ha commentato il direttore – c’è una quota rilevante di imprese che cresce, ma si tratta spesso di aumenti contenuti, che non cambiano il quadro generale: il sistema resta in equilibrio, senza una vera spinta espansiva”.

Preoccupa il mercato interno

Malgrado i dazi statunitensi, per il 2026 l’elemento di maggiore incertezza resta il mercato interno: il 36% degli intervistati prevede una riduzione del fatturato, il 43% si attende una stabilità e solo il 21% ipotizza una crescita. “Il mercato interno resta l’anello debole – ha spiegato Paparo – oltre un terzo delle imprese prevede una riduzione del fatturato in Italia: è un dato che riflette la debolezza della domanda e la pressione sui consumi, soprattutto per le Pmi. L’export continua invece a svolgere un ruolo di stabilizzazione, ma non di traino: la maggioranza delle imprese prevede volumi invariati, segno che anche sui mercati esteri manca, al momento, una vera dinamica di crescita. E anche il portafoglio ordini è sostanzialmente stabile. La domanda non è scomparsa, ma non presenta segnali di rafforzamento: questo spiega perché molte imprese scelgano di attendere prima di assumere impegni più strutturali”.

Poche assunzioni nel 2026

La prudenza si ripercuote anche sull’occupazione: il 58% delle aziende esclude incrementi dell’organico, solo il 21% ipotizza nuove assunzioni e oltre l’84% prevede l’utilizzo di ammortizzatori sociali (strumenti ordinari e temporanei). “Solo una minoranza di imprese prevede nuove assunzioni – ha spiegato Ponginibbi – è un dato coerente con il quadro generale: le aziende difendono l’occupazione esistente, ma non vedono ancora le condizioni per ampliarla in modo significativo. Il ricorso agli ammortizzatori resta residuale, ed è un segnale positivo. Le imprese stanno reggendo l’urto senza fare ricorso a strumenti straordinari, ma questo non significa che il contesto sia privo di criticità. Anche gli investimenti non si fermano, ma sono selettivi e prudenti. Poco più di un terzo delle imprese investirà, principalmente per mantenere competitività ed efficienza. Non parliamo di espansione, ma di adattamento a un contesto complesso”.

Investimenti “cauti” e aumenti delle materie prime

Approccio cauto anche per gli investimenti: il 64% del campione non dichiara di averne in programma, mentre il restante 36% prevede nuovi interventi (di questi, il 58% per impianti e macchinari). Si preferisce attuare scelte mirate, orientate più alla tenuta dei margini e all’adattamento dei processi produttivi che a una crescita dei volumi. Sotto osservazione i costi di produzione: per oltre il 75% delle imprese, l’impatto dei prezzi dell’energia resterà entro il 10%. Maggiore preoccupazione per le materie prime: il 60% prevede un aumento nel 2026, con potenziali effetti significativi su margini e politiche di prezzo nel corso dell’anno. “Sul fronte energetico – ha spiegato il direttore di Confapi – la situazione appare sotto controllo per molte imprese, ma resta un elemento da monitorare anche piccoli scostamenti possono avere effetti rilevanti su margini già compressi. La vera preoccupazione riguarda le materie prime. Sei imprese su dieci ne prevedono un aumento dei costi nel 2026, con effetti diretti sulla redditività e sulla capacità di trasferire i rincari sui prezzi finali”.

Un anno di transizione

Il 2026 è visto, dunque, come un anno di transizione, caratterizzato da quattro aspetti: sistema solido (un tessuto piacentino che resiste), fase di attesa (orientata a difendere i livelli raggiunti), investimenti mirati (scelte selettive per mantenere competitività) e priorità chiara (gestione dell’incertezza più che crescita accelerata). “Il 2026 si apre come un anno di transizione in cui la priorità per le imprese resta la gestione dell’incertezza e il mantenimento della competitività, più che una crescita accelerata – ha concluso Ponginibbi – le aziende piacentine non rinunciano a investire e a innovare, ma chiedono stabilità, certezze e politiche industriali coerenti con la realtà delle Pmi. Senza questo, la prudenza resterà la scelta obbligata”. “Le aspettative per il 2026 – ha aggiunto Paparo – ci dicono chiaramente che le imprese non vedono ancora un punto di svolta, le previsioni di crescita e di calo si equivalgono, mentre prevale l’attesa. È un segnale di incertezza che non va sottovalutato”.

Francesco Petronzio

Pubblicato il 14 febbraio 2026

Nella foto, Andrea Paparo e  Giangiacomo Ponginibbi.

"Il Nuovo Giornale" percepisce i contributi pubblici all’editoria.
"Il Nuovo Giornale", tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Amministrazione trasparente