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Madre Emmanuel: «l’umiltà che salva, Dio è umile amore»

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"Siamo ormai alla terza settimana di Quaresima, incalza la settimana santa e spero che questa meditazione aiuti ad arrivarci con un cuore diverso". Così madre Emmanuel Corradini lo scorso 7 marzo ha introdotto ai fedeli nel monastero di San Raimondo la sua catechesi intitolata: "l'umiltà di Dio che salva, salva te stesso".

L’umiltà è vita vissuta

“L'umiltà viene comunemente considerata una virtù, ma in realtà è uno stato di vita vissuta - ha spiegato la religiosa -. Derivata dal latino «humus», «terra», la parola indica una condizione di abbassamento in cui ci si trova realmente terra a terra”.
“Perché è indispensabile vivere l'umiltà? Perché Cristo è umiltà, e se non ci abbassiamo non incontreremo mai Colui che con la sua umiliazione ha sconfitto il male e la morte - sottolinea -. Senza umiltà non si può credere, perché non è comprensibile alla nostra ragione che Dio si inginocchi davanti a noi. Non è concepibile alla ragione un Dio che possa aver sperimentato umiliazione, scherni, schiaffi. Ma è proprio questo il passaggio che dobbiamo fare: arrivare a credere in Colui che si è umiliato fino alla morte di croce, e per questo è stato esaltato da Dio. Non possiamo abbandonare Gesù sulla croce, ma se non viviamo l’umiltà la nostra fede e il nostro amore per l’altro sono deboli”.

L’umiltà cristiana

“Che cosa vuol dire cristianamente umiltà?” - riflette l’abadessa -, e ricorda San Benedetto, che nella Regola la descrive come il «superamento della dimenticanza». “Umiltà significa cioè superare quella condizione che porta l'individuo a dimenticare di essere una creatura, una persona, di non essere Dio. Si illude l'uomo convinto che la vita sia autonomia, emancipazione. Dobbiamo invece imparare a scoprire quel lato di Gesù mite e buono, che ci aiuta a comprendere il valore delle nostre vite quando ci apriamo al Suo amore.
“Come imparare allora l’umiltà? - prosegue -. ‘Imparate da me che sono mite e umile di cuore’, dice Gesù citato nel Vangelo di Matteo. Gesù definisce quindi il proprio cuore come il luogo in cui dimora e può vivere una vera relazione, dove il ‘tu’ dell’altro è preferito all’io. Dio ci chiama a vivere un rapporto di intimità con Lui, rivelandoci che l’umiltà è il suo essere persona viva, è nel cuore di Cristo che batte vivendo su di sé l'esperienza di umiliazione di ogni uomo. La differenza tra noi e i Santi sta proprio in questo: mentre noi quando veniamo sottoposti ad un’umiliazione ci disperiamo perdendo giornate intere a chiederci perché, i Santi la considerano un’esperienza d’intimità con Gesù, un’opportunità di sentirlo più vicino. Dobbiamo imparare a vivere l’umiltà per incontrare il cuore di Cristo”.

San Francesco e noi

Poi la superiora ha fatto riferimento a San Francesco, a ottocento anni dalla morte. “Tutta l'umanità trepidi e il cielo esulti quando sull'altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo: il figlio del Dio vivo. Guardate, fratelli, l'umiltà di Dio e aprite davanti a Lui i vostri cuori, umiliatevi anche voi perché siate esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga Colui che tutto a voi si offre”.
“Dobbiamo imparare a riconoscere Gesù in un pezzo di pane, nelle sembianze più umili - esorta -. Ma prima di cercare l’umiltà negli altri dobbiamo trovarla dentro di noi. Scopriremo stanze interiori che non abbiamo mai aperto: quelle dell'umiltà, della generosità, del silenzio, della pace. Ci sono, ma continuiamo a lasciarle chiuse perché al mondo non piacciono. Sotto la grazia dell'eucarestia dobbiamo invece schiuderle a poco a poco, per permettere a Gesù di essere vivo dentro di noi. Lo stesso San Francesco non è diventato umile in un solo momento. Uomo potente, voleva essere cavaliere, calpestava i lebbrosi; fino a quando si è trovato in prigione e tutte le sue elucubrazioni sono finite nel nulla. Fino a quando è stato riscatto dal Padre, e il suo abbassamento gli ha permesso di ritornare a vivere. Francesco quindi si rialza e nella sua conversione bacia il lebbroso. Ma questo gli è stato possibile grazie e a seguito del suo incontro con il crocifisso di San Damiano e con l'eucaristia, un’esperienza questa che lo ha salvato dalle derive eretiche di quel tempo”.
“Noi oggi sbandiamo perché non ci affidiamo al crocifisso - ha osservato l’abadessa -, in un momento tragico della storia le chiese non si riempiono, non si invoca la potenza di Dio. Preferiamo restare in balia dei potenti e di ciò che dicono giornali e televisioni. Impariamo invece a fermarci davanti ad un crocifisso come ha fatto Francesco, e lasciamoci guardare. È questa l’ascesi che dobbiamo compiere per trasformare il nostro cuore superbo in cuore mite e umile, dilatato dell'inesprimibile dolcezza dell'amore: una conversione all’amore di Cristo e alla compunzione del cuore a cui ci esorta il tempo di Quaresima”.

Dio è umile amore

“Dio è amore - scrive il teologo Romano Guardini ricordato da madre Emmanuel -, ma nell’amore c’è qualcosa che non percepiamo immediatamente ed è l’umiltà: Dio è un umile amore, ricordarlo ci aiuta a vivere. E l’umiltà non procede dal basso all’alto ma dal maggiore all’inferiore, guardandolo con rispetto. Gesù entra in noi che di fronte a Lui non siamo niente per la grandezza della sua umiltà”.
“Il culmine dell’umiltà di Dio è proprio nella Passione di Suo Figlio Cristo Gesù - continua -, che non fu mai geloso della propria natura divina ma apparso in forma umana umiliò sé stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce. L’umiliazione di sé riassume l'atteggiamento di umiltà interiore con cui Gesù ha vissuto la Passione: pregando, abbandonandosi, chinando il capo. Chi usa il male non si accorge che così facendo permette a Dio di rivelare l’anima invisibile dell’amore, che nonostante tutto continua a scorrere nella Storia”.
“Quando vivremo la Settimana Santa e soprattutto il Venerdì Santo, guardando il crocifisso ci troveremo allora faccia a faccia con il volto di Dio e con l’amore che l’ha portato ad essere lì. Non passiamo velocemente - ha raccomandato la madre in chiusura-, fermiamoci e restiamo a guardare perché accada il miracolo dell’incontro, per sentirci perdutamente amati. Solo all’altezza della croce, solo a quei chiodi possiamo appendere le nostre paure e le nostre debolezze perché vengano consegnate al Padre.

Micaela Ghisoni

Pubblicato l'11 marzo 2026

Nella foto, l'incontro in San Raimondo guidato da madre Emmanuel Corradini.

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  • In Cattedrale è stato ricordato il beato Secondo Pollo

    pollo

    Lunedì 26 dicembre il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha presieduto la messa in Cattedrale a Piacenza nella memoria del beato Secondo Pollo, cappellano militare degli alpini. Vi hanno partecipato i rappresentanti delle sezioni degli Alpini di Piacenza e provincia e i sacerdoti mons. Pierluigi Dallavalle, mons. Pietro Campominosi, cappellano militare del II Reggimento Genio Pontieri, don Stefano Garilli, cappellano dell'Associazione Nazionale degli Alpini di Piacenza, don Federico Tagliaferri ex alpino e il diacono Emidio Boledi, alpino dell'anno nel 2019.
    Durante la Seconda guerra mondale, il sacerdote parte per la zona di guerra del Montenegro (Albania), dove trova la morte il 26 dicembre dello stesso anno, colpito da fuoco nemico mentre soccorreva un soldato ferito. 
    Originaio di Vercelli, fu beatificato il 24 maggio 1998 da papa Giovanni Paolo II. 

    Nella foto, il gruppo degli Alpini presenti in Cattedrale con il vescovo mons. Adriano Cevolotto.

    Pubblicato il 27 dicembre 2022

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