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Il Vescovo ai sacerdoti:«padri non si nasce, lo si diventa»

ritiro preti e vescovo 

 
“Padri non si nasce, lo si diventa”. Che cosa dice San Giuseppe, nel suo essere padre di Gesù, ai sacerdoti di oggi? È la domanda che si è posto il vescovo mons. Adriano Cevolotto nell’incontro con i preti e i diaconi della diocesi all’inizio della Quaresima nell’incontro che ha avuto luogo nella chiesa cittadina di san Giuseppe Operaio.


Il grazie del Vescovo a sacerdoti e diaconi
La prima parola con cui si è aperto l’incontro è stato un grazie: “Desidero prima di tutto ringraziare il Signore per la vostra presenza, per il vostro ministero, vissuto con passione e dedizione”, in particolare per l’attività pastorale compiuta nel tempo della pandemia che ha messo e sta mettendo tutti alla prova.
Mons. Cevolotto ha espresso il suo grazie anche per l’accoglienza ricevuta in diocesi: “fin dall’inizio ho respirato sentimenti di vicinanza e di fiducia”. Ha poi invitato tutti a pregare perché Dio guidi il suo ministero ed egli possa esprimere paternità e fraternità.
L’intervento di mons. Cevolotto si è rifatto alla Lettera apostolica di papa Francesco “Patris corde” diffusa in occasione dell’anno dedicato a San Giuseppe.


Una paternità spirituale
Giuseppe - sintetizziamo il pensiero del Vescovo - vive una paternità non generata sul piano biologico ma spirituale, legata all’obbedienza della fede. Tutto ciò si esprime non nella fertilità biologica ma nella fecondità spirituale; così appare, ad esempio, nelle diverse tappe della sua vita di Giuseppe con la Sacra Famiglia, dalla fuga in Egitto con il successivo ritorno alla decisione di dimorare a Nazaret.
La paternità - la sua e la nostra - avviene attraverso un travaglio, non è mai indolore anche se è sul piano della fede. Il figlio - anche quando si tratta di una comunità a cui si è inviati - comporta una relazione segnata dalla fiducia: “il figlio non lo scegli tu”. Questa relazione non è però puramente formale, a Giuseppe Dio chiede di dare il nome al figlio; quindi, lui si lega a quel figlio ma non lo possiede, non è suo.


Vigilare sempre
Si vive la paternità spirituale, cioè generata dallo e nello Spirito Santo, - ha aggiunto il Vescovo -, se si resta ancorati fino in fondo al Signore. Quando invece si perde la percezione della propria paternità (mi sento padre?) e il gusto di esercitarla (sono felice di esserlo? mi dà pienezza?), occorre interrogarsi su dove si sta radicando la propria vita. Dio ci affida i “suoi” figli/e e una comunità “acquistati a prezzo del suo sangue”. Sul modo di vivere la paternità influiscono anche le fatiche del ministero e delle relazioni che tendono ad assorbire energie mettendo in crisi un operare nella logica della fede. Si diventa così preda di tensioni e sfiducia reciproca, di sentimenti di delusione e ira. Ci si oppone a questa logica con un attento discernimento spirituale: “è necessario vigilare e confrontarsi”.


Saper partire per un’altra comunità
Giuseppe a un certo punto del suo essere padre deve partire per l’Egitto con Maria e Gesù. Anche i sacerdoti - ha sottolineato il Vescovo - in certi momenti della vita sono chiamati a “partire per un’altra terra, un’altra comunità, un altro servizio”. Questo abbandono può essere vissuto come un lutto, un morire che interrompe relazioni spesso costruite con fatica. Si rivive la situazione di un padre biologico che lascia andare un figlio perché segua sua strada. Tutto ciò non è facile da vivere, soprattutto non si accetta di staccarsi da quel figlio, da quella comunità, e di vivere in quella precarietà che lascia a Dio di aprire strade nuove.


Dentro la comunità ma anche di fronte alla comunità
Si vive la paternità, come affermava Charles de Foucauld, nella vita nascosta di Nazaret, in mille azioni comuni e sempre uguali, espressioni però di una cura paterna: nella celebrazione, nella presidenza della comunità, nella gestione economica, nella testimonianza di vita, nelle relazioni. Nascono così legami profondi; un sacerdote diventa riferimento per situazioni di difficoltà, diventa padre che accompagna nelle tappe della vita.
La paternità - ha proseguito mons. Cevolotto - si esprime in tanti atteggiamenti della sfera affettiva: cordialità, vicinanza, dedizione, disponibilità, capacità di relazioni, condivisione di un cammino di sequela. Ma essere padri significa anche “stare di fronte”: “la guida, il responsabile è anche colui che assicura e garantisce l’oggettività, la normatività”.


L’autorevolezza del costruire insieme
Ciò però non vuol dire imporsi in modo autoritario, ma con l’autorevolezza del dialogo, della pazienza, del confronto equilibrato e della decisione. In questo campo il limite è assecondare ogni cosa (non guidando così la comunità) o usare, al contrario, un rigido comportamento autoritario che intimorisce e allontana.
“La nostra persona e il modo con cui ci relazioniamo - ha aggiunto il Vescovo - media tanto del Signore. Noi siamo un sacramento e attraverso la nostra umanità passa tanta esperienza di fede. È una grande responsabilità”.


Padri e anche figli e fratelli
I sacerdoti non sono soli nel vivere la paternità, ma la condividono con il presbiterio unito al Vescovo: “Noi non ci inventiamo presbiteri”. La paternità si lega quindi alla fraternità e alla figliolanza. “Noi rimaniamo figli, fino all’ultimo respiro, siamo fratelli, avendo lo stesso Padre che ci consegna l’uno all’altro”. Per questo occorre chiedersi: “io mi sento figlio di qualcuno (dei genitori, Vescovo, un padre spirituale)? Posso dire di vivere la fraternità con qualcuno in particolare (vale a dire un rapporto alla pari)?”.


Non legare le persone a sé
Mons. Cevolotto si è poi rifatto al romanzo “L’ombra del padre” del polaccoJan Dobraczynski, dedicato alla figura di Giuseppe.
La nostra paternità - ha detto - prende forza dall’amore di Dio, dallo Spirito Santo. Giuseppe ci insegna che non c’è spazio per il possesso, per legami che non siano casti, per una paternità che imprigiona e soffoca rendendo infelici. La nostra paternità deve rimandare ad una paternità più alta, quella di Dio. “La tentazione di legare a sé, quasi a colmare un vuoto che ci si ritrova dentro, è presente nella vita di noi preti. L’appropriarsi geloso, il non riuscire a gioire del bene fatto dagli altri, alimentare malcontento e mormorazioni, non di rado funzionali all’affermazione di sé. Non dobbiamo scandalizzarci di queste nostre povertà, ma neppure non possiamo rassegnarci. Padri non si nasce - ha concluso - ma lo si diventa”.

Pubblicato il 20 febbraio 2021

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