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Benasayag: «I giovani non possono essere valutati in base all’efficacia, devono sperimentare la vita»

cives

“Le nostre società trattano male i giovani, pretendono che imparino solo cose utili, trascurando le proprie affinità elettive. Ma un giovane che cresce così, nel futuro, sarà destrutturato e incapace a relazionarsi con gli altri”. È l’analisi di un mondo che va sempre di corsa, che misura le persone in base alla produttività e chiede sempre di più. Un occidente che, forse, ha dimenticato la dimensione dell’individuo, confondendolo con la macchina. La lezione di Miguel Benasayag a Cives è una lucida presa di coscienza della società di oggi e dell’incapacità dell’individuo di cambiarla. La speranza è data dalla finitezza delle risorse del mondo, che costringeranno l’uomo alla sobrietà e a “emanciparsi dai falsi bisogni”.

Chi è Miguel Benasayag

Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, ha aperto la terza parte di Cives, corso di formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che si svolge in collaborazione con la diocesi di Piacenza-Bobbio e la Fondazione di Piacenza e Vigevano, che ha ospitato nel suo auditorium l’incontro del 6 febbraio. La serata ha rappresentato anche la prolusione del Laboratorio di mondialità consapevole, che proseguirà a braccetto con Cives fino al 20 marzo. Nato nel 1953 a Buenos Aires da una famiglia ebrea di origini francesi, da giovane Benasayag studiò medicina e militò nella guerriglia guevarista dell’Esercito rivoluzionario del popolo. Fu arrestato tre volte durante la dittatura militare, torturato e imprigionato per quattro anni. Nel 1978 fu liberato grazie alla doppia nazionalità argentina e francese e si trasferì a Parigi. A Cives ha parlato della “democrazia nell’epoca della complessità”.

“Difendiamo i giovani da una società che vuole misurarli”

“La democrazia non è una forma – ha detto Benasayag – ma una dinamica che può prendere forme diverse. Da un po’ di tempo si è svuotata di senso, i centri di potere non sono più parlamenti e governi ma ambienti macroeconomici. In Italia, però, a differenza della Francia e di altri paesi, sono ancora molto forti i corpi intermedi, la Chiesa e la cooperazione”. Il filosofo argentino ha condannato le pretese della società nei confronti delle nuove generazioni. “Questo comportamento, seppur in buona fede, è contro i giovani. Noi li dobbiamo difendere. Non possono essere valutati in base a un’efficacia o a una produttività. Così non possono intraprendere il proprio cammino, sperimentare la vita. Pensiamo di proteggerli, ma in realtà facciamo l’esatto contrario. La mancanza di trasmissione è uno dei problemi della democrazia”, ha osservato.

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“Abbiamo tutto senza sforzo, ma ci perdiamo il desiderio”

“La differenza tra l’uomo e la macchina non è quantitativa – ha sottolineato – ma noi non esistiamo per funzionare bene o male. Questo modo di vivere e di consumare non funziona, siamo schiavi di una dinamica per cui possiamo avere tutto senza sforzo, ma lo sforzo è la parte fondamentale del desiderio, che viene completamente escluso. Se tagliamo il cammino, incorriamo in due trappole: da un lato perdiamo la parte dell’azione e della condivisione e dall’altro dimentichiamo che spesso fissare un obiettivo è un alibi per metterci in cammino. Anche la politica, quando cade nella demagogia e promette tutto a tutti, commette un errore. E invece di sognare, confidiamo che un capo risolva tutto. Non possiamo scegliere in che epoca vivere, l’unica scelta che abbiamo è assumere o non assumere la realtà in cui siamo. Per cui, recuperiamo la potenza di agire e rendiamoci conto che siamo capaci, senza sperare in qualcun altro che poi ci deluderà”.

“La religione non è l’oppio dei popoli”

Benasayag vive tuttora a Parigi. “I francesi – ha spiegato – sono fanatici del laicismo e guardano i credenti dall’alto in basso. È la peggiore attitudine. Dentro questo protagonismo sociale, il rapporto tra cattolicesimo e islam è impossibile. Chi è convinto di non credere non può capire il credente. Per me la religione non è l’oppio dei popoli ma un fatto culturale molto forte, la peggiore delle credenze è credere che non ci sia niente”.

Oggi non c’è un sogno comune?

Una donna seduta in prima fila ha preso la parola nella fase del dibattito. “Quando nel 1946 a Piacenza fu fondata una cooperativa (quella dell’Infrangibile, nda) avevo sei anni. All’epoca – ha ricordato – c’era una gioia e una volontà di fare insieme, credenti e atei, guidati da un sogno comune. Oggi quel sogno non c’è, siamo allo sbando, viviamo alla giornata. Si parla solo al presente come se si vivesse solo un attimo, senza pensare al futuro”. Benasayag ha risposto che dall’interno gli italiani fanno fatica a vedere la ricchezza che hanno. “Se restiamo intrappolati nel vecchio paradigma che impone di pensare al presente in base al futuro, oggi non funziona. La sfida, parafrasando sant’Agostino, è vivere un presente del futuro, del passato e del presente: il futuro è quello che costruiamo qui e ora, dobbiamo abitare questo presente. Questa vita non deve essere vista solo come una croce, assumiamola con la gioia di vivere. Cerchiamo modi di vivere in cui non siamo più valutati per un’efficacia mercantile”.

“Costruiamo le ragioni per sognare”

Il modello che viene proposto da una certa classe dirigente, secondo Benasayag, è inquietante. “La società che sta costruendo Elon Musk non è possibile, questi potenti delirano se pensano di poter vivere su Marte o di cambiare la base corporea per fare un uomo «transumanistico». Per anni ho fatto la resistenza armata, chi voleva Pinochet almeno sognava un mondo possibile. Oggi forse è peggio di allora. Noi siamo al corrente del disastro minacciato, ma non riusciamo a tirare fuori la mano dal fuoco”. E ha concluso: “Mi oppongo a quegli intellettuali che godono nel catastrofismo. Non dobbiamo essere ottimisti a prescindere, ma costruire ragioni concrete per permetterci di sognare ancora”.

Francesco Petronzio

Nelle foto, l'incontro con i relatori e il pubblico presente.

Pubblicato il 7 febbraio 2026

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

    uslam


    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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