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«L’Onu può sopravvivere al Board of peace, ma serve una riforma democratica»

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“Il Board of peace presenta diversi contrasti con norme imperative del diritto internazionale, è difficile ipotizzare la tenuta di questo strumento”. È il punto di vista di Mariangela La Manna, docente di diritto internazionale all’Università Cattolica, ospite del corso di formazione Cives e del Laboratorio di mondialità consapevole nella serata di venerdì 20 febbraio. “È discutibile che si possa considerare un’organizzazione internazionale vera e propria”, dice. Ma l’Onu, secondo La Manna, potrebbe sopravvivere anche stavolta perché l’ha già fatto in passato, quando l’indipendenza ottenuta dalle ex colonie fece aumentare gli stati membri, le cui rivendicazioni causarono una crisi tra Nazioni unite e Usa.

Riformare l’Onu: c’è una prospettiva

“È opportuno che l’Onu sopravviva, o e meglio pensare a ipotesi alternative?” si chiede La Manna. L’organizzazione necessiterebbe di una riforma del Consiglio di sicurezza, dice. “Nei decenni scorsi è stato possibile nascondersi dietro ai successi delle azioni del Consiglio di sicurezza per celare la scarsa democraticità, ma oggi non è possibile. Bisogna prendere la situazione di petto e pensare a una riforma prima che Onu venga travolta”. Prospettive di riforma, spiega La Manna, ci sono già. “A settembre è stato adottato un documento importante, il Pact for the future, che contiene misure per il rafforzamento democratico delle strutture”. I fallimenti dell’Onu, secondo la docente, sono dovuti anche alla distanza temporale tra i contesti storici della fondazione e di oggi. “L’Onu nasce dopo la Seconda guerra mondiale, lasciandosi alle spalle gli orrori della Germania nazista, con l’obiettivo di preservare le generazioni future dal flagello della guerra. Col tempo, la memoria del momento fondativo è svanita e con essa anche la paura”.

Rapporti tesi tra Usa e Onu

I rapporti fra Usa e Onu non sono ottimi in questo periodo storico. Gli Stati Uniti, spiega La Manna, sono in ritardo nei pagamenti delle quote. Se questa situazione dovesse perdurare fino al 2027, il paese a stelle e strisce perderebbe il proprio diritto di voto in Assemblea Generale, mettendo a rischio anche il proprio ruolo nel Consiglio di sicurezza. E poi c’è il Board of peace voluto da Donald Trump, che ne sarà presidente a vita (anche dopo la fine del mandato da presidente Usa), in cui “tutto si svolge in assenza di trasparenza”. “I rapporti sono tesi – prosegue La Manna – con gli Usa che accusano alcuni stati membri con campagne denigratorie”.

Quattro possibili scenari, tutti negativi

La Manna elenca quattro possibili scenari futuri per l’Onu. “Gli studiosi non sono molto ottimisti, le previsioni fatte da giuristi, politologi e intellettuali non lasciano presagire nulla di buono”. La prima possibilità è quella di una “possibile corruzione da parte di uno o più stati membri, che porterebbe l’Onu a dimenticare l’obiettivo di perseguire i propri fini complessivi e a farsi portatrice delle istanze di una parte”. La seconda è “l’abbandono dell’organizzazione, che gradualmente perderebbe importanza”. La terza è la “trumpizzazione dell’Onu, ossia l’adesione alla retorica e al sistema valoriale propugnato dal movimento Maga con una rimodulazione delle priorità e delle modalità e quindi l’adozione di politiche restrittive sull’asilo, un approccio reazionario al cambiamento climatico e l’abbandono di obiettivi di sviluppo”. La quarta, in antitesi, è la “frattura totale, con uno scontro tra Usa e Onu”.

Fallimenti e successi dell’Onu

I fallimenti dell’Onu, per Mariangela La Manna, sono ad esempio “l’invasione dell’Ucraina con una violazione conclamata del divieto di uso della forza previsto dalla Carta”. Ma anche “la guerra civile siriana e la guerra di Gaza, tra i più grandi fallimenti delle Nazioni unite”. E poi “la guerra jugoslava e l’incapacità di prevenire il genocidio di Srebrenica”. La storia ha registrato, tuttavia, anche alcuni successi dell’organizzazione. “L’amministrazione territoriale in Kosovo – ad esempio – con un ente accompagnato da Onu e Ue verso l’autonomia e la capacità di costituirsi come stato. Avrebbe potuto ripetersi quanto successo alla popolazione bosniaca, ma grazie all’Onu non è accaduto”.

Francesco Petronzio

Pubblicato il 22 febbraio 2026
Nella foto, Mariangela La Manna a Cives.

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

    uslam


    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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