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Piacenza, dal Medioevo alla «Primogenita» d’Italia: a Cives un tuffo nella storia con Daniela Morsia

morsia

“Il governo della città nella storia di Piacenza”. È iniziata con un “tuffo” nei secoli la seconda parte del corso di formazione Cives “Democrazia vs Autocrazia” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, organizzato in collaborazione con la diocesi di Piacenza-Bobbio e la Fondazione di Piacenza e Vigevano. Nella serata di venerdì 16 gennaio, Daniela Morsia, conservatrice dei Fondi antichi della Biblioteca Passerini Landi di Piacenza, ha ripercorso gli avvenimenti principali accaduti dal Medioevo fino all’inizio del Novecento, con particolare attenzione alla società e soprattutto al potere della città.

Il vescovo-conte

Con l’aiuto di alcune stampe “pescate” dagli archivi, la lezione di Morsia è partita dall’anno Mille, dall’esperienza del vescovo-conte Sigifredo: è da un prelato, infatti, che origina il processo che porta alla formazione del Comune di Piacenza. Il vescovo, all’epoca, aveva gli stessi poteri di un conte palatino, economici e giurisdizionali. Attorno ad esso si raggruppavano gli aristocratici che venivano a stabilirsi in città per partecipare alla vita delle istituzioni urbane. Negli anni del vescovo-conte, Piacenza conobbe un importante sviluppo e un’espansione verso nord, con la bonifica delle terre verso il Po e lo sfruttamento del fiume per la pesca. La città cresceva anche nel numero di abitanti: col processo dell’inurbamento, tanti si trasferivano dal contado al contesto urbano.

Dai consoli al podestà

Sempre in epoca medievale, c’è il secolo dei consoli (il XII) con la divisione tra potere esecutivo (in mano a quattro consoli) e legislativo (con la Concio Civium, o Parlamento, e il Consilium Civitatis, un’assemblea popolare). Rilevante, in quel periodo, l’azione di sottomissione del contado e il controllo delle grandi strade di comunicazione. Qualche anno dopo arrivarono i podestà, figure forestiere e quindi super partes, esperte di leggi, chiamate a dirimere i sempre più frequenti contrasti insorti tra le parti. Il podestà era il massimo organo del Comune, con funzioni amministrative, politiche e giudiziarie. Il potere legislativo era sempre suddiviso in Concio Civium e Consiglio “dei sapienti”: di quest’ultimo facevano parte cento consiglieri per ognuna delle sei porte della città (sant’Antonino, san Lorenzo, santa Brigida, Milanese, Gariverta e Nova). Dopo i podestà venne il “tempo del popolo” (XIII secolo): il podestà milanese Guido da Busto fu cacciato in seguito a un tumulto nel 1218, accusato dalla societas populi di sostenere troppo apertamente i milites.

Le signorie, la dominazione francese e il Regno d’Italia

Dal secolo successivo in poi arrivarono le signorie: prima i Visconti, poi gli Sforza e infine i Farnese. Nel XIV secolo Piacenza entrò nella storia dei centri urbani satelliti dello stato territoriale milanese. A cavallo tra XV e XVI secolo, con Clemente VII, la città entrò definitivamente nell’orbita pontificia: il papa nominava un governatore che aveva poteri supremi di sorveglianza e direzione sulle magistrature comunali, mentre il Comune nominava un podestà (o pretore) che aveva invece il potere giudiziario. Nel 1545, quando fu istituito da Paolo III Farnese il Ducato di Piacenza e Parma, Piacenza contava 26mila abitanti. Per l’epoca, era una città piuttosto grande. Dopo il cinquantennio borbonico (1749-1802), Piacenza cadde sotto la dominazione francese: nel 1806 si insediò il maire e le antiche magistrature comunali furono soppresse. In quegli anni, Piacenza conobbe importanti novità: una nuova organizzazione territoriale, la numerizzazione del centro storico e l’istituzione dello stato civile. Dopo il Congresso di Vienna, nel 1815, i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla furono assegnati all’imperatrice Maria Luigia. Con la piemontizzazione, e quindi l’estensione del Regno di Sardegna, Piacenza, a seguito di un plebiscito, fu la prima città ad annettersi a quello che sarebbe diventato il Regno d’Italia: da qui l’appellativo di Primogenita d’Italia.

Francesco Petronzio

Nella foto, Daniela Morsia a Cives.

Pubblicato il 17 gennaio 2026

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

    uslam


    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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