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Cives. De Pascale: «I giovani sfondino le porte se vogliono cambiare le cose»

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Un’ampia riflessione sulla democrazia ha accompagnato l’incontro finale del corso di formazione Cives all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza: nell’assemblea conclusiva del 20 marzo gli studenti, che hanno partecipato a tutte serate del corso, hanno sollecitato i relatori con dubbi, spunti e richieste. A rispondere, moderati da Susanna Rossi e Francesco Perini, c’erano il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi e il vescovo di Piacenza-Bobbio mons. Adriano Cevolotto. In prima fila, i consiglieri regionali Luca Quintavalla e Lodovico Albasi, rappresentanti del mondo economico e sociale piacentini, autorità militari e civili della città e alcuni docenti dell’ateneo. L’incontro si è concluso con la consegna degli attestati di partecipazione.

Perché i giovani non hanno fiducia nelle istituzioni?

“Siamo in un momento di crisi della democrazia a livello globale e in una fase storica di scarsa partecipazione sociale e civile”, ha detto de Pascale ai giornalisti che lo hanno fermato prima dell’inizio della conferenza. “La democrazia si costruisce dal basso ma soprattutto nel confronto, partendo dall’ascolto dei ragazzi e delle ragazze e cercando di capire insieme perché non hanno fiducia in questo momento nelle istituzioni e nella possibilità che la partecipazione si trasformi in decisione e in qualità della vita. È una questione che deve interrogare chiunque ricopre un ruolo nella società, sia nelle istituzioni ma anche autorità morali e spirituali”. “Le Regioni – ha spiegato il governatore – vivono in questo momento una dinamica simile a quella europea: i poteri e le funzioni aumentano ma la partecipazione democratica è più bassa rispetto a quella delle elezioni comunali e nazionali. Questo deve interrogare perché quando partecipazione democratica e potere non viaggiano appaiati è pericoloso. Anche in una fase un po’ bulimica delle Regioni, predico sempre prudenza ai miei colleghi: prima di chiedere nuovi poteri, sarebbe bene che i cittadini guadagnassero fiducia nelle funzioni che già ricopriamo. L’Emilia-Romagna è anche la regione della partecipazione sociale e civile, del Patto per il lavoro e per il clima, di associazioni, sindacati e volontariato: ci sono tante altre forme oltre alla partecipazione elettorale in cui la democrazia vive e si sviluppa, ed è un patrimonio che dobbiamo difendere e portare nel futuro”.

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Nella foto, il vescovo Cevolotto durante l'intervento a Cives.

Anche i giovani devono impegnarsi

“Poter interloquire con i ragazzi è un onore – ha detto la sindaca Tarasconi – ma porta con sé un peso: bisogna stare attenti alle cose che si dicono e dare messaggi costruttivi e positivi per il futuro. I giovani sono coloro che prenderanno in mano le sorti del nostro paese: poter dialogare con loro e capire le loro opinioni aiuta anche persone come me, che temporaneamente hanno il ruolo che ricopro, a prendere decisioni più consapevoli. Troppo spesso le persone, soprattutto della mia generazione, prendono talmente tanto spazio che loro giustamente si stancano di sentire sempre le stesse cose. Per far sì che la loro voce emerga in modo più fermo, l’unico modo per loro è metterci l’impegno. È una cosa che richiede tempo, so che è chiedere loro molto. Ma in una sede come questa mi sento speranzosa perché questi giovani possano aiutarci e coinvolgere altri giovani”. Mons. Cevolotto ha parlato dell’esperienza di Cives, giunto alla 25esima edizione. “Con sorpresa ho incontrato questa realtà che credo sia un unicum a livello nazionale, quest’esperienza evoca la stagione delle scuole di formazione sociopolitica che purtroppo generalmente hanno visto la loro conclusione, per una serie di motivi. Il fatto che a Piacenza sia rimasta viva questa proposta ha un significato e un valore importante: offrire uno spazio di formazione seria che va oltre la tendenza sempre più diffusa di fermarsi ai luoghi comuni e di fare un accesso alle questioni mordi e fuggi con notizie social o di qualche sito, ma si pone l’obiettivo di formare una coscienza critica”.

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“Sono presidente, ma tre persone su quattro non mi hanno votato”

“Chi è dentro i palazzi deve aprire le porte, ma serve anche una generazione che esce dal sentimento della rabbia e dell’indignazione e si sente pronta a buttare giù le porte a spallate per cambiare le cose”. Sulla partecipazione democratica, Michele de Pascale ha ricordato che alle elezioni regionali del 2024 è stato eletto presidente con il 56,7% dei voti, con un’affluenza del 46,4%. “Quando giro per l’Emilia-Romagna sono consapevole che tre persone su quattro non mi hanno votato, ma sono altrettanto consapevole che devo governare anche nell’interesse di chi non mi ha votato, che non ha condiviso il mio progetto”. Sollecitato sui commerci internazionali e sull’opportunità di aprire nuovi canali, il presidente della Regione ha detto che “è essenziale avere rapporti commerciali con l’Africa, nel tempo abbiamo privilegiato gli scambi est-ovest dimenticando la nostra storia di relazioni nord-sud”. E ha riflettuto sui commerci con paesi guidati da leader autoritari. “Non so se possiamo rinunciare a relazioni con tutti i paesi non perfettamente democratici – ha detto – dobbiamo decidere quali sono per noi i valori non negoziabili, ai quali non rinunciamo, e sulla base di quelli avere una capacità di dialogo, perché oggi ci troviamo a confrontarci con un mondo complesso. È lecito parlare con i dittatori? Non è semplice rispondere, ma chi banalizza sbaglia: non esistono risposte semplici a domande complesse”.

“La democrazia non può rincorrere il consenso”

Il vescovo mons. Cevolotto ha affrontato la questione dell’integrazione. “È assurdo parlare di islamizzazione – ha osservato – al contrario, dobbiamo cogliere questa presenza come un’occasione per ripensare le nostre relazioni. Con le diseguaglianze alimentiamo un sistema di cui siamo tutti vittime: se non assicuriamo il diritto alla casa, non possiamo lamentarci di un disagio che si crea nella società e nelle nostre vite. Solo una logica di corresponsabilità ci può aiutare a dare vivibilità a uno spazio o a un’intera città”. Entrando più nello specifico nel tema del corso, mons. Cevolotto ha detto che “la democrazia, che vive di consenso, non può rincorrere il consenso. Se un amministratore è al servizio, può anche capitare che il suo servizio non venga riconosciuto e quindi non verrà più eletto. È un discorso che non vale solo per i politici”.

“Giovani, sta a voi migliorare la democrazia”

“La nostra democrazia non è perfetta – ha evidenziato la sindaca Tarasconi – ma siamo a buon punto: ognuno può dare il proprio contributo e si può impegnare”. Se molta gente non va più a votare, secondo la prima cittadina di Piacenza, gran parte della colpa è dei politici e di un “dibattito urlato, di scontro e difficilmente di merito”. “La democrazia concede il diritto di esprimere la propria opinione, ma c’è un limite a cosa si dice e a come lo si dice. Saremo mai abbastanza maturi per affrontare un dibattito nel merito, senza polemiche inutili? Dipende da voi giovani fare in modo che la nostra democrazia migliori. Partecipare è bellissimo, ma non significa lasciare un commento sui social”. “Quando la campagna elettorale è finita, bisogna iniziare a lavorare insieme, come fecero i nostri padri costituenti. Ci riuscirono perché noi italiani abbiamo la capacità di reagire nelle difficoltà e nelle emergenze, anche se abbiamo idee opposte. Ma quando la pancia non è vuota è più difficile lavorare insieme. Molte politiche di welfare non portano consenso, eppure siamo chiamati a metterle in pratica e continueremo a farlo. Oggi spesso l’io prevale sul noi: l’accoglienza va bene, ma non vicino a casa mia. Credo che in questa città, oggi, ci sia la congiunzione astrale giusta, una comunanza di intenti che può consentirci di lavorare insieme e bene”.

Francesco Petronzio

Pubblicato il 21 marzo 2026

Nelle foto, il gruppo dei relatori e degli studenti che hanno partecipato a Cives.

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

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    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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