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Mons. Pierangelo Sequeri: «L’alba della risurrezione nel crepuscolo della morte».

sequeri al collegio alberoni

La conferenza tenuta da mons. Pierangelo Sequeri per la giornata di formazione dei preti, diaconi e seminaristi, è stata un momento di riflessione impegnativa e nello stesso tempo gratificante. Perché ascoltare un maestro di teologia apre prospettive, allarga gli orizzonti, induce a pensare in maniera nuova a certi temi.

I temi escatologici riguardanti la vita futura, la vita del mondo che verrà, per Sequeri hanno subito una evaporazione negli ultimi decenni. La constatazione di partenza del suo discorso è che con il catechismo tradizionale non si apre un orizzonte escatologico. Parliamo poco della vita eterna. Per rilanciare il tema Sequeri propone di considerare l’analogia del grembo della madre. Come siamo nati a questa vita, con sorpresa assoluta, così nasceremo di nuovo. E come la prima nascita, segnata dal passaggio drammatico dal grembo della madre al mondo, è stata per noi entusiasmante e ha segnato una esperienza assolutamente nuova, così sarà la seconda nascita, che passa attraverso la soglia della lacerazione della morte, alla vita definitiva. Si apre però un orizzonte diverso, sottolinea Sequeri, non una vita prolungata all’infinito, ma un ambiente pieno di creatività, di novità, un luogo luminoso ed esaltante. Questo tema l’abbiamo appiattito pensando di proporre, nella descrizione della vita futura, la contemplazione eterna di Dio.

La pedagogia delle parabole

Anche il tema del giudizio è evaporato. Sequeri propone di tornare, per esempio, alla pedagogia delle parabole, di spiegare in forma poetica, che la salvezza avverrà per grazia e non per meriti. La logica che propone le parabole è altra rispetto al comune modo di pensare. Sono state dette per i farisei, per coloro che avevano codificato la salvezza in codici etici e legali da osservare. Ma al di fuori di questo ambiente, fa notare Sequeri, il comportamento di Gesù è altro quando incontra le persone. Il giudizio di Dio non sarà un tribunale. Sarà più simile all’incontro con la Samaritana, dove c’è la presa di coscienza esatta di chi si è in quel momento per favorire però un’apertura al mistero di Gesù, a Cristo che parla. Saremo giudicati da uno che ci offre un amore incondizionato che però non ci cade addosso ma che esige accoglienza e riconoscimento. La nostra libertà sarà coinvolta nel nostro giudizio che viene onorata da Dio con un vero rapporto e non con una sentenza inappellabile.

Secondo l’analisi di Sequeri, con l’al-di-là abbiamo avuto un rapporto di tipo metafisico. Mentre la componente affettiva non è stata minimamente interessata. La vita eterna è l’orizzonte di una “affezione”. E’ venuto a mancare il coinvolgimento affettivo. Che esista un Assoluto non mi cambia la vita. Ma che questo Assoluto si mostri come affezionato a me, interessato alla mia condizione, coinvolto pienamente con il mio destino, questo cambia il modo di pensare l’Assoluto perché è accompagnato da un sentire diverso. Oggi viviamo il dramma del “vuoto affettivo” di Dio a cui occorre urgentemente porre rimedio.

Dio gode della felicità altrui

L’esempio di S. Anselmo è esemplare. Una volta dimostrata l’esistenza di Dio, S. Anselmo si chiede come mai riesce a pensarlo ma non a sentirlo. Se ha trovato Dio nel pensiero come mai non riesce a sentirlo nella propria sensibilità? Si apre dunque una nuova ricerca nella seconda parte del Proslogion, il capolavoro di S. Anselmo, poco frequentato dai critici, che conduce ad una specie di “dimostrazione affettiva” di Dio, fino a pensare la relazione con Dio, definitivamente compiuta, nella visione beatifica, dove il sommo gaudio e la beatitudine perfetta consiste nel gioire della felicità altrui. Dio gode della felicità delle creature, della quale non ha nessuna necessità. Così l’uomo partecipa alla grazia di questa felicità di Dio attraverso l’emozione che avvolge il godimento della felicità altrui. Si supera così una visione della beatitudine eterna, non più proporzionata solo al proprio essere e alla propria realizzazione, ma come puro godimento della felicità altrui.

Così quando un credente riesce a vivere nell’agape di Dio, e provare quella gioia della felicità altrui, sta sperimentando “affettivamente”, e quindi sensibilmente, il mistero di Dio e ne intuisce la sua perfezione ontologica.

"Generato non creato”

Così, con un ritorno al tema Dio, Sequeri insiste sulla “generazione” e su questa categoria rivisita il Concilio di Nicea. “Generato non creato” affermano i Padri niceni a proposito del Figlio, definizione che è entrata nel Credo. E’ questo il lascito straordinario, inevaso e forse anche rimosso, della singolare riflessione di Nicea sull’Essere di Dio. Senza generazione non c’è né Padre né Figlio. Il Padre viene definito dall’alterità del Figlio, che non è una sua replica – insiste Sequeri anche a proposito della nostra nascita – e il Figlio viene definito dall’alterità del Padre che non è mai un altro sé, ma un altro da-sé. Ma senza generazione non c’è neppure lo Spirito Santo, che procede dalla generazione che definisce il Padre e il Figlio e non si riduce a nessuno dei due. L’amore di donazione di cui è fatto Dio, precisa Sequeri, non può ritornare semplicemente su se stesso. Si apre ad una ulteriore alterità, quella dello Spirito. Così si evita il cortocircuito di pensare ad un Dio Assoluto, autosufficiente, che può amare solo se stesso. Ma questo è evidentemente una caricatura di Dio.

P. Nicola Albanesi CM

 Pubblicato il 2 febbraio 2026

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