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Come si vince
la stanchezza

Dal Vangelo secondo Marco (6,30-34)
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù
e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello
che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli,
in un luogo deserto, e riposatevi un po’».
Erano infatti molti quelli che andavano e venivano
e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono,
e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla,
ebbe compassione di loro, perché erano come pecore
che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

La nostra vita e la Parola
vg18lu24Il pastore. Gesù quando si ritrova le folle sulla riva del lago e le guarda, vede che sono pecore senza pastore: la sua non è una visione molto ottimistica e rassicurante. Questa espressione l’aveva usata nel passato il profeta Michea che era stato chiamato dal re di Israele e da quello di Giuda prima di una importante campagna militare perché facesse una profezia ottimista sulla battaglia che sarebbe iniziata. Al contrario di tutti gli altri profeti, molto più piacevoli da ascoltare, Michea dice: “vedo tutti gli Israeliti vagare sui monti come pecore che non hanno pastore”.
Come dirà anche Giuditta ad Oloferne, un popolo che non ha pastore può essere condotto via senza che un cane abbai. Probabilmente all’uomo di oggi che è convinto di essere autonomo e autosufficiente, che ha la percezione di essere libero e capace di decidere di sé, l’immagine del pastore e del gregge risulta abbastanza antiquata e suscita insofferenza. Ma la preoccupazione di Dio per il suo popolo è proprio che abbia un pastore: a Mosè, alla fine della sua vita, il Signore indica Giosuè perché “li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore”. La storia di Israele testimonia quanto sia difficile trovare pastori secondo il cuore di Dio perché se il pastore è più disorientato del gregge o ha delle preoccupazioni e delle priorità che pongono al centro il proprio io è un bel disastro. Di fatto tutta la monarchia di Israele è un sostanziale fallimento in questo senso. Si tratta quindi di trovare un pastore che sia tale. Per questo Gesù dirà “io sono il buon pastore”.
La compassione. Le folle che Gesù trova nel luogo dove aveva pensato di far riposare i suoi discepoli tornati dalla missione sono folle affamate (tanto è vero che Gesù appena dopo darà loro da mangiare) e stanche. Sono più stanche dei discepoli che erano tornati dalla missione dove erano andati senza borsa né bisaccia. I discepoli tornano stanchi tanto che Gesù li vuole far riposare, ma la loro è una stanchezza diversa da quella delle folle. I discepoli hanno trovato qualcuno che li ha inviati, le folle sono composte da uomini talmente soli che corrono per precedere Gesù là dove pensano che possa attraccare.

C’è una stanchezza che fa parte della missione, ma ce n’è una molto più preoccupante, quella di chi è costretto a correre perché ha nessuno che lo guidi, nessuno che abbia compassione di lui, nessuno che abbia a cuore la sua vita. È la stanchezza di chi non trova che gente che ti usa e ti sfrutta per il suo guadagno, di gente che è così ammalata che invece di portarti alle sorgenti della vita ti fa precipitare nel baratro più oscuro. Dobbiamo ammettere che nessun uomo si può proporre come pastore sicuro e affidabile: il vero pastore, l’unico è Cristo, è l’unico che ha la vera compassione. Il vero segreto è forse accettare la chiamata a far parte del suo gregge.
Don Andrea Campisi

Pubblicato il 18 luglio 2024

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