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Cingolani al PalabancaEventi: «Siamo i cinesi d’Europa»

Stefano Cingolani e Simone Bini Smaghi

“Gli italiani in questo primo quarto di secolo si sono rimboccati le maniche e hanno fatto davvero molto dando fiato al loro spontaneismo. In fondo, con tutto quel che è successo, con l’emergere di nuove potenze come la Cina, con l’ultima rivoluzione tecnologica, il Belpaese resta tra i primi dieci al mondo con il maggior prodotto nazionale lordo. Non era davvero scontato. Ma gli italiani avrebbero bisogno di un insieme di istituzioni e di politiche che favoriscano la trasformazione avviata, e di questo insieme fa parte uno Stato meno invasivo, meno burocratico, più piccolo e più efficace. Bisognerebbe ribaltare il detto attribuito a Massimo d’Azeglio, perché gli italiani ci sono, è l’Italia che bisogna fare”. Questa la conclusione dolce-amara a cui giunge Stefano Cingolani nel suo saggio “Mal di Stato-Il ritorno della mano pubblica nell’economia italiana” (Rubbettino Editore), presentato al PalabancaEventi di via Mazzini (Sala Corrado Sforza Fogliani) per iniziativa di Banca di Piacenza e Arca Fondi SGR.

Dopo l’intervento di saluto del vicedirettore generale (Area crediti) della Banca, Lodovico Mazzoni, l’autore (giornalista e scrittore, specializzato in politica estera ed economia, editorialista del quotidiano Il Foglio) ha illustrato il contenuto del libro rispondendo alle domande di Simone Bini Smaghi, vicedirettore generale di Arca Fondi SGR. «Perché ho scritto questo libro? Sono rimasto colpito dalla continua e progressiva espansione della mano pubblica nell’economia, con i governi che non esercitano solo un ruolo politico ma vogliono condizionare le scelte delle imprese e delle banche, dando indicazioni di come devono essere gestite. Una sorta di “restaurazione” che a mio parere non funziona ed è destinata al fallimento, ancor più in Italia».

Una “restaurazione” dove lo Stato agisce contemporaneamente da arbitro e giocatore, favorendo oligarchie politiche ed economiche. Cingolani individua tre date che hanno fatto da spartiacque al nuovo mal di Stato: l’11 settembre 2001 (crollo delle Torri Gemelle) «giorno in cui finisce la vulnerabilità degli Stati Uniti e a quel punto la sicurezza prende il sopravvento, in America e nel mondo intero, sia sulla libertà individuale sia sullo stesso benessere»; il 15 settembre 2008 (fallimento Lehman brothers) «quando si apre la più grande crisi finanziaria mondiale dopo quella del 1929 e la sicurezza economica (e politica) va al primo posto. È allora che la Cina si presenta al mondo come il nuovo motore della crescita e il nuovo modello di un sistema alternativo a quello americano e occidentale, un modello in cui lo Stato ha nelle sue mani il destino del popolo e in cui la politica prevale sulla legge»; la terza data è l’11 marzo 2020, quando l’Oms ha dichiarato lo stato di pandemia da Covid e «la sicurezza è diventata prioritaria al punto da ridurre, se non sospendere, la libertà di movimento e con essa altre libertà fondamentali. Il mito dello Stato e il primato della politica hanno preso la loro rivincita».

Poi, più di recente, sono arrivate le guerre «e Trump». Tutti choc che hanno fatto crescere la richiesta di protezione «ma questa, dove si deve fermare?», si è chiesto il giornalista sostenendo che ci deve essere un limite «per ritrovare un punto di equilibrio che è stato spezzato». Cingolani ha spiegato come l’epoca del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni «sia durata poco più di un decennio e il suo tramonto è cominciato quando gli equilibri in alcuni settori fondamentali dell’economia e della società sono stati decisi con logiche prevalentemente politiche: le fusioni bancarie del 2006-2007, il duopolio televisivo, le nomine ai vertici delle imprese rimaste nelle mani dello Stato».

Oggi in Italia le 58 grandi e medie imprese controllate dal Tesoro o dalla Cassa Depositi e Prestiti (della quale il Tesoro possiede l’82,77%) rappresentano il 15,4% del prodotto interno lordo, il doppio rispetto agli anni ’70 del secolo scorso, con una capitalizzazione pari a quasi il 28% di quella complessiva della Borsa di Milano. Impiegano 483mila addetti, il fatturato per dipendente è stato di 680mila euro. «Ma l’espansione dello Stato – ha osservato l’autore – va ben oltre, entra nelle banche, ha una vastissima base locale con le cosiddette società municipalizzate, gestisce naturalmente la distribuzione degli aiuti e dei sostegni pubblici attraverso la spesa pubblica, in particolare quella grande fetta oscura che sono i trasferimenti monetari». Tra quelli che Cingolani definisce “i tentacoli del Leviatano tricolore”, viene citato anche il golden power, «nelle mani del Governo ed utilizzato in modo eccessivo», come nel caso dell’operazione Unicredit-Bpm.

Da ultimo Stefano Cingolani ha posto l’accento sulla vivacità imprenditoriale del nostro Paese (nonostante lo Stato) che ci ha consentito di non venire stritolati dalla Cina. Come controvalore delle esportazioni siamo al quarto posto nel mondo insieme a Giappone e Corea perché, come diceva lo storico economico Carlo M. Cipolla, “continuiamo a fare cose belle che piacciono al mondo”. «Siamo i cinesi d’Europa» la deduzione, con doppia allusione, dell’editorialista de Il Foglio, che da buon giornalista ha fornito su un piatto d’argento il titolo dell’articolo.

Ai partecipanti è stata consegnata copia del volume e l’autore si è volentieri prestato al rito del firmacopia.

Pubblicato il 25 maggio 2026

Nella foto, Stefano Cingolani e Simone Bighi Smaghi,vicedirettore generale di Arca Fondi SGR.

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