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Cattolici ed ebrei: riscopriamo la Bibbia

ebrei

“Realizzerò la mia promessa” è la frase del libro di Geremia, al capitolo 29, oggetto della riflessione nella Giornata di dialogo tra ebrei e cristiani, svoltasi il 3 aprile, all’Istituto delle Figlie di Gesù Buon Pastore a Piacenza. L’incontro, previsto a gennaio, ma rinviato per la pandemia, è stato moderato dalla giornalista Barbara Sartori e ha visto la presenza del vescovo mons. Adriano Cevolotto, del rabbino di Bologna rav Alberto Sermoneta, collegato da remoto, e del biblista don Paolo Mascilongo, parroco di San Sisto.

Lettura complementare della Bibbia

Si è vissuto un pomeriggio all’insegna della cordialità fra ebrei e cristiani, scandito dalla musica del coro Col Hakolot della comunità ebraica di Milano, diretto dalla maestra Pilar Bravo e accompagnato al violino da Carlos Verduga Rivera. I canti della tradizione ebraica hanno intervallato i vari interventi e aiutato a cogliere meglio le considerazioni proposte dai relatori.
“Ascoltiamo due voci che interpretano la stessa pagina biblica”. Così il Vescovo ha introdotto i lavori, sottolineando la stima reciproca fra le due religioni che guardano alla scrittura in modo diverso, ma complementare. “La pagina di Geremia detta anche “Lettera agli esiliati” - ha aggiunto - ci presenta una promessa da riscoprire che non è la negazione della fedeltà di Dio”.

Cercare la pace nell’esilio

Il profeta Geremia è stato descritto da Alberto Sermoneta come colui che vive la tragedia della distruzione di Gersulamme e la deportazione a Babilonia. Il libro si divide in due parti: in una c’è il rimprovero al popolo ebraico che si allontana dalla Torah, e dall'altra c’è la consolozazione, la rassenerazione degli ebrei durante l’eslio.
“In questo brano si possono leggere - sintetizziamo le parole del rabbino – alcuni messagi di Dio come l’incoraggiamento a ritrovare se stessi perché il periodo di “diaspora”, cioè di dispersione e allontanamento dalla terra di Israele, durerà a lungo. L’invito poi a cercare la pace nel luogo dell’esilio intessendo rapporti sociali per trovare miglioramento. Infine il riscatto da parte divina nei confronti del suo popolo che consente agli ebrei di ritornare nella terra di Israele.

Rimanere in terra straniera

Per i cristiani è inprescindibile - ha sottoliineato don Mascilongo - il riferimento alle radici ebraiche ed anche papa Francesco ci ricorda che la Chiesa si arrichisce con l’Ebraisno. In questo brano di Geremia - per il biblista cattolico - si evince un chiaro messaggio ai deportati di Babilonia di moltiplicarsi, di rimanere, di fare figli. Moltiplicatevi è il verbo usato anche nel libro della Genesi al capitolo della creazione dell’uomo, poi dopo il diluvio è il verbo della benedizione per far rinascere Israele. Quindi è evidente come gli ebrei devono rimanere in terra straniera senza nessuna ostilità.

Analogie con il presente

“Inoltre la pagina di Geremia - ha affermato don Paolo - ha delle analogie con il presente tempo di pandemia, un periodo non scelto, non voluto e come gli esiliati ebrei, dobbiamo guardare con occhi diversi questa epoca che stiamo vivendo. Un’altra riflessione, per i cattolici, è che oggi si sente la nostalgia del passato quando le Chiese erano piene. Occorre però, aiutati dal libro di Geremia, guardare diversamente questa situazione e costruire positivamente anche se le condizioni sono completamente mutate”.

Riscoprire la Bibbia

Nel complesso, dalle parole dei relatori, è emerso un messaggio di speranza perché l’esilio non dura per sempre e il Signore interviene sempre. Un invito quindi a lavorare positivamente anche se apparentemente non si vedono risulati. Infine l’appello a leggere e studiare la Bibbia, uno scrigno di insegnamenti da riscoprire sempre di più.

Riccardo Tonna

Pubblicato il 4 aprile 2022

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