Celebrazione ecumenica: fiamme che uniscono

È stata la luce dei ceri, la sera di mercoledì 21 gennaio, nella basilica di Sant’Antonino a Piacenza, a illuminare la preghiera. Una luce di unità, invocata nella Celebrazione Ecumenica della Parola, uno degli appuntamenti centrali della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si svolge, nella Chiesa, dal 18 al 25 gennaio. Il tema scelto per l’edizione 2026 – «Uno solo è il corpo, uno solo lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Ef 4,4) – ha fatto da filo conduttore a un momento intenso di ascolto e di comunione, inserito nel calendario di iniziative promosso dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, diretto dal diacono permanente Emanuele Vendramini. Accanto al vescovo di Piacenza-Bobbio, mons. Adriano Cevolotto, erano presenti rappresentanti delle Chiese ortodosse e della Chiesa metodista attive sul territorio diocesano. La celebrazione, accompagnata dai canti del coro della cattedrale, si è aperta con un gesto significativo: l’accensione dei ceri, uno per ciascuna Chiesa presente. Fiamme diverse, accese una accanto all’altra, a ricordare che la pluralità non spegne la luce, ma la moltiplica.
La luce che scaccia l’oscurità
La Parola di Dio è risuonata in tre brani, affidati poi al commento di tre voci diverse. Mons. Cevolotto, per la Chiesa cattolica, ha guidato l’assemblea in una riflessione sul senso del digiuno, partendo dalla tradizione biblica fino alla svolta profetica di Isaia. Il digiuno, ha spiegato, non è solo astensione dal cibo, ma scelta morale, opera di giustizia, impegno concreto a ricostruire fraternità. È il rifiuto della voracità che divora relazioni e comunità, per nutrirsi invece di una “fame più alta”: quella di giustizia, di prossimità, di luce. Nel cuore della meditazione del vescovo è emersa l’immagine di una luce che scaccia l’oscurità non con giudizi o parole dure, ma attraverso gesti di fraternità. Ogni rottura del legame fraterno, ha ricordato, introduce nell’ombra; ogni atto di giustizia, invece, rende la persona una “presenza luminosa”, capace di riflettere nel mondo la luce stessa di Cristo. Luce e acqua, nelle parole di Isaia, diventano così segni di una vita nuova, di un nutrimento che va oltre il pane e apre a un “cielo nuovo”.
L’unicità della Chiesa
A proseguire la riflessione è stato il pastore metodista Stanislao Calati, che ha posto al centro della sua meditazione proprio il brano della Lettera agli Efesini scelto come tema della Settimana di preghiera. L’esortazione dell’apostolo Paolo a custodire l’unità dello Spirito nel vincolo della pace è risuonata come un appello attuale e urgente. Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza: i “sette uno” elencati da Paolo diventano il fondamento di una Chiesa chiamata a vivere l’unità non come conquista, ma come dono già presente nella stessa realtà di Dio. Calati ha insistito sulla natura divina di questa unità: Dio è uno, Cristo è uno, lo Spirito è uno, e la Chiesa, pur nella diversità delle sue membra, è chiamata a riflettere questa unicità. La pace, ha sottolineato, non è un sentimento astratto, ma un impegno concreto: portare i pesi gli uni degli altri, praticare la pazienza, custodire il “centro” della fede, per rendere visibile al mondo la speranza del ritorno del Signore e dell’avvento del suo Regno.
Credere nella luce
Il terzo commento, affidato a pope Theodore della Chiesa ortodossa rumena di Piacenza, ha riportato l’assemblea al Vangelo di Giovanni e al grande simbolo della luce. Gesù Cristo, ha ricordato, è la luce del mondo, la seconda persona della Santa Trinità che si è fatta carne per la salvezza di tutti. Credere nella luce significa vivere secondo la verità di Cristo, seguire i suoi comandamenti, lasciarsi trasformare dal suo insegnamento. Nelle parole del pope è emersa anche la bellezza dell’umiltà divina: Gesù che, dopo aver parlato, “si ritirò senza farsi notare”. Un Dio che non impone, ma si dona; una luce che non acceca, ma invita. Da qui l’appello alla pazienza, alla cordialità, alla mitezza, virtù che rendono possibile, anche solo per un istante, l’incontro con la luce della verità. Un istante, ha ricordato, può bastare a cambiare uno sguardo, un cuore, una vita…
La condivisione della luce
La celebrazione si è conclusa con preghiere, canti e un gesto che ha reso visibile quanto era stato annunciato: la condivisione della luce. Dai ceri accesi, simbolo delle Chiese presenti, ogni fedele ha attinto la fiamma per accendere il proprio lume. Una luce passata di mano in mano, senza dividersi, come segno di una speranza che non si consuma. Nella basilica di Sant’Antonino, il 21 gennaio, dunque l’unità non è stata solo invocata, ma raccontata, vissuta e accesa.
Riccardo Tonna
Nella foto, la celebrazione ecumenica nella basilica di Sant'Antonino.
Pubblicato il 23 gennaio 2026
Ascolta l'audio


