L’Italia è ancora cristiana? Quattro testimonianze unite da una fede concreta

Una Chiesa più piccola, forse, ma più essenziale. Più povera di numeri, ma più ricca di testimonianze vive… È il filo rosso che ha attraversato la serata “L’Italia è ancora cristiana? Oltre la crisi: storie di fede viva”, svoltasi il 5 febbraio nella parrocchia del Corpus Domini, in via Farnesiana 24 a Piacenza, promossa dal settimanale Il Nuovo Giornale.
Ritorno all’essenziale
A guidare l’incontro è stato il giornalista Andrea Dossena, che ha orientato la riflessione partendo da parole tanto profetiche quanto attuali: quelle pronunciate nel Natale del 1969 dal giovane teologo Joseph Ratzinger, allora ai microfoni di una radio tedesca, molto prima di diventare Papa Benedetto XVI. Una diagnosi lucida, quella di Ratzinger, su una crisi non solo numerica, ma soprattutto spirituale della Chiesa: «Dalla crisi emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi». Una crisi che, paradossalmente, può diventare occasione di ritorno all’essenziale: la fede in Gesù Cristo, vissuta in piccoli gruppi, nei movimenti, in una minoranza capace di rimettere al centro preghiera e testimonianza. In questa prospettiva si è inserito anche il recente intervento di alcuni Uffici diocesani (Migrantes, Ecumenismo e dialogo interreligioso, Scuola) sulla presunta islamizzazione di Piacenza, che ha ribaltato il punto di vista: «Il pericolo non viene tanto dall’esterno, quanto dall’abbandono della fede da parte di tanti battezzati». Più che temere minacce esterne, la sfida è interrogarsi sulle fragilità interne alla comunità cristiana. La serata ha preso corpo attraverso quattro testimonianze, diverse per storia e vocazione, ma unite da una fede concreta, incarnata nella vita.
Il bisogno di una fede viva
Anay Anselmi, insegnante, educatrice e pedagogista specializzata in disabilità, ha raccontato l’esperienza del Cammino di Santiago, vissuto nel 2022, e del recente Giubileo della Speranza con i giovani della diocesi. Un cammino che è stato riscoperta personale e spirituale, ma soprattutto esperienza di incontri. «Si parte sulle proprie gambe – ha raccontato – ma si scopre presto di non essere soli». Lungo la strada, tra silenzi e condivisioni, emerge una fede che si trasmette per contagio, attraverso relazioni autentiche. Particolare l’attenzione ai giovani: non hanno bisogno - ha detto - di proposte superficiali, ma di una fede viva, credibile, vissuta dentro comunità capaci di accogliere le loro domande, anche quelle più scomode. Al centro, la misericordia di Dio, come chiave di ogni percorso.
Risvegliare domande radicali
È poi intervenuto Nicola Sabba, marito, padre, accompagnatore spirituale e impegnato nella pastorale giovanile. La sua storia – e quella della moglie Amanda – parla di una conversione adulta, avvenuta in Inghilterra, che ha cambiato radicalmente la loro vita. Da lì, quasi senza pianificarlo, è nato il percorso “La Grazia in Missione” e, successivamente, il progetto “Ragazzi in Missione”, che ha portato gruppi di giovani in India, nel Rajasthan. Due settimane che hanno lasciato segni profondi: lo shock culturale, l’incontro con missionari che donano la vita agli ultimi, il confronto tra l’abbondanza occidentale e la gioia di chi possiede poco. Un’esperienza capace di orientare scelte di vita e di risvegliare domande radicali sul senso dell’esistenza.

Dare una famiglia a chi non ce l’ha
Profondamente concreta e spiazzante è stata la testimonianza di Lodovica Ghezzi, sposata con Mauro Carioni, che insieme hanno accolto l’invito di don Oreste Benzi a “dare una famiglia a chi non ce l’ha”. Così è nata, a Caorso, la casa famiglia “Santa Lucia”, attiva dal 1993. Una storia fatta di accoglienze difficili, di ragazzi feriti, di rabbia e di dolore, ma anche di una maternità vissuta nella quotidianità più reale, lontana da qualsiasi immagine idealizzata. «Non una famiglia da Mulino Bianco», ha detto con semplicità. Tra i tanti episodi raccontati, l’arrivo proprio quella mattina di una giovane donna egiziana con la figlia neonata: segno che l’accoglienza non è mai un capitolo chiuso, ma una chiamata che si rinnova ogni giorno.
Aprirsi al mondo
E’ seguito l’intervento di padre Rapacioli, originario di Morfasso, medico, ex atleta di kickboxing e oggi alla guida del Pontificio Istituto Missioni Estere, con circa 400 missionari nei cinque continenti. La sua riflessione ha ruotato attorno al tema del radicamento: l’opposto dell’idea romantica del missionario sempre in movimento. Viaggiare, sì, ma avendo un centro, una terra, un popolo a cui appartenere. La differenza decisiva - ha sottolineato - è tra chi parte per necessità e chi per scelta. E solo chi è radicato può davvero aprirsi al mondo senza perdersi.
Storie diverse, dunque, ma unite da un messaggio comune: la crisi può diventare un passaggio fecondo. Forse l’Italia è meno cristiana nei numeri, ma la fede – quando è vissuta, condivisa e incarnata – continua a generare vita. Anche, e forse soprattutto, nelle periferie dell’esistenza.
Riccardo Tonna
Pubblicato il 6 febbraio 2026


