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Non solo posti letto: a Piacenza nascono «Casa Ida» e «Il Mandorlo»

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C’è un momento preciso in cui una difficoltà economica smette di essere un numero su un estratto conto e diventa un muro invalicabile: è quando viene meno il tetto sopra la testa. In una Piacenza che, come molte città medie, vive le contraddizioni di un mercato immobiliare sempre più rigido e di nuove forme di povertà “invisibile”, la diocesi ha scelto di rispondere non con proclami, ma con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno i nomi dolci e concreti di “Casa Ida” e ”Il Mandorlo”. Presentati ufficialmente nella cornice solenne della Sala degli Affreschi del Palazzo vescovile, questi due progetti non sono semplici dormitori. Sono, come ha sottolineato il vescovo mons. Adriano Cevolotto, dei “porti”. Luoghi di approdo temporaneo dove ripararsi dalla tempesta per poi riprendere il mare aperto con una bussola nuova.

“Casa Ida”: l’eredità di un cuore instancabile

Situata in via Taverna 43, Casa Ida è molto più di un condominio solidale. Il nome è un omaggio a Ida Filippi, figura storica del laicato piacentino, presidente dell’Azione Cattolica negli anni ’70 e ’80 e colonna portante della Caritas. Chi l’ha conosciuta ricorda una donna “di una fede vera, ma molto pratica”. Le sue nipoti, Mary e Alessandra Rapacioli hanno dipinto il ritratto di una donna che “combatteva per le cose giuste”, sempre pronta ad aiutare anche quando le sue stesse forze venivano meno. Oggi quella combattività si traduce in quattro monolocali e un bilocale destinati a donne lavoratrici con occupazioni precarie. È la risposta a quella fascia di popolazione spesso ignorata dal welfare tradizionale: persone che hanno un impiego, ma il cui reddito non è sufficiente a garantire le garanzie richieste dal mercato privato (cauzioni, contratti a tempo indeterminato). Qui l’accoglienza dura 18 mesi, un tempo congruo per stabilizzarsi, risparmiare e ricostruire la propria autonomia professionale e personale.

“Il Mandorlo”: la fioritura della speranza

A pochi passi dal Duomo, in via Vescovado 9, proprio all’interno del Palazzo vescovile, sorge invece “Il Mandorlo”. La scelta del nome non è casuale: nella tradizione biblica il mandorlo è il primo albero a fiorire, simbolo di una rinascita che vince l’inverno. Questa struttura di co-housing può ospitare fino a quattro nuclei familiari (per un totale di 16 posti), focalizzandosi su mamme con bambini che si trovano in situazione di precarietà abitativa. Vivere nel Palazzo vescovile ha un valore simbolico immenso: la Chiesa apre letteralmente le proprie porte di casa. Qui la condivisione degli spazi comuni non è solo un risparmio economico, ma uno strumento contro l’isolamento sociale. Le mamme possono aiutarsi a vicenda, creando quella “rete” che spesso è venuta meno nelle loro storie personali.

La sinergia con Fondazione Azimut e Caritas

Dietro a queste mura c’è un motore economico e organizzativo solido. La Fondazione Azimut, rappresentata dal dott. Pietro Coppelli, ha garantito il sostegno finanziario necessario per trasformare gli immobili in case accoglienti. “Il nostro scopo è combattere la povertà sostenendo chi si trova in difficoltà economica momentanea”, ha spiegato Coppelli. La gestione operativa è affidata alla Caritas diocesana, che garantisce non solo la manutenzione, ma soprattutto l’accompagnamento educativo. Non si riceve solo una chiave, ma si firma un “patto di accoglienza”. Gli operatori seguono ogni ospite nel disbrigo di pratiche burocratiche, nella ricerca di un lavoro più stabile o nell’iscrizione dei figli a scuola.

Il contesto: l’emergenza casa a Piacenza

Per capire l’importanza di questi progetti, bisogna guardare ai dati del territorio. Piacenza registra ogni anno centinaia di richieste per l’edilizia residenziale pubblica che rimangono inevase. Lo sfratto per morosità incolpevole è la causa principale della perdita dell’alloggio per molte giovani madri. In questo scenario, i 18 mesi offerti dalla diocesi rappresentano un “polmone temporaneo” vitale. In un’epoca di individualismo sfrenato, “Casa Ida” e “Il Mandorlo” sono la dimostrazione che la comunità piacentina sa ancora fare squadra. La lezione di Ida Filippi continua a dare frutti: la carità non è un’elemosina calata dall’alto, ma un luogo dove si può tornare a chiamare “casa” una stanza, in attesa che sorga un nuovo domani.

Marco Grisoli

Nella foto, un momento della presentazione dei due progetti abitativi; da sinistra, Mary Rapacioli, nipote di Ida Filippi, il vescovo mons. Adriano Cevolotto e il dott. Pietro Coppelli della Fondazione Azimut.

Pubblicato il 16 marzo 2026

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