Nel buio la luce: la Statio Quaresimale di Fiorenzuola

La chiesa Collegiata di Fiorenzuola è immersa nel buio, quando il 17 marzo, inizia la Statio Quaresimale della diocesi di Piacenza-Bobbio, presieduta dal vescovo Adriano Cevolotto: una tappa di preghiera che intreccia Vangelo e vita, fede e realtà, luce e ombra. Nel silenzio si sono alternate tre testimonianze. Tre voci provenienti da luoghi di confine: la guerra, il carcere, il disagio sociale. Parole vere, fragili, che nel buio risuonano come richiami umani e universali. A intervallarne il ritmo, la lettura del Vangelo di Giovanni sull’episodio del cieco nato: un uomo immerso nelle tenebre che incontra Gesù e, grazie a Lui, torna a vedere. Quando il racconto evangelico si conclude, la luce torna a riempire la Collegiata. È un momento breve ma denso: gli occhi dei presenti si riabituano alla chiarità, come se quell’atto fisico fosse il simbolo di un’altra luce, quella interiore, che la preghiera tenta di risvegliare.
La vista come sfida spirituale
Nella sua meditazione, mons. Cevolotto ha proseguito il fil rouge delle Stazioni quaresimali di quest’anno: il dialogo tra corpo e spirito, tra fisicità e simbolo. Dopo aver affrontato il tema della sete e dell’acqua, è ora la vista il centro della riflessione. “Vedere – ha sottolineato il vescovo – non è scontato”. L’uomo nasce cieco, in un certo senso, e la vita è un continuo esercizio di sguardo. Le imperfezioni della vista fisica – miopia, daltonismo, presbiopia – diventano allora metafora delle nostre cecità interiori, dei limiti e delle opacità che impediscono di cogliere la verità delle cose e la presenza di Dio. Il mondo, ha spiegato, può apparire estraneo oppure familiare: dipende dalla qualità del nostro sguardo. “Chi o cosa – ha chiesto – ci impedisce di vedere bene? Le nostre resistenze, l’avversione, il buio dentro, la pretesa di avere risposte immediate...”.

Gesù, luce del mondo
Nel cuore della sua meditazione, il Vescovo ha richiamato la figura dei “Giudei” del Vangelo, incapaci di riconoscere il miracolo del cieco guarito e più preoccupati di spiegare le cause della cecità che di accogliere la luce. È l’immagine di una cecità spirituale che non deriva dal peccato, ma lo genera: “Restare nel non vedere significa restare lontani da Dio”. Ma la luce non si impone: si offre. Gesù stesso, dice mons. Cevolotto, “è la luce del mondo, venuto per guarire la vista del cuore”. La sua presenza non solo schiarisce la realtà, ma trasforma lo sguardo: chi crede, comincia a vedere come Lui. Dalle testimonianze - ha sottolineato il vescovo - è emersa una conferma viva: quella di un detenuto che, nella Messa in carcere, ha riscoperto una “sorgente di libertà e di vita”. È l’esperienza della luce che attraversa il buio più fitto.
Il gesto e la luce
Al termine della meditazione, l’assemblea ha compiuto un gesto simbolico profondo: il vescovo e i sacerdoti hanno imposto le mani sugli occhi dei fedeli. Non un rito teatrale, ma un invito concreto a lasciarsi toccare dallo sguardo di Dio, a chiedere luce per tornare a vedere se stessi, gli altri, il mondo, con cuore limpido. Le preghiere e i canti hanno scandito la parte finale della liturgia, in un crescendo che ha condotto alla benedizione conclusiva. Della Statio di Fiorenzuola è rimasta viva un’immagine: la comunità che, dopo il buio, cammina nella luce.
Riccardo Tonna
Pubblicato il 19 marzo 2026
Nelle foto, la Statio quaresimale in Collegiata a Fiorenzuola.
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