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Veglia per i missionari martiri: Il limite attraversato dalla speranza

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Davanti alla chiesa di Santa Franca a Piacenza, un braciere ardente ha raccolto, il 24 marzo, i primi passi della Veglia di preghiera nella Giornata dedicata ai missionari martiri. Attorno alla fiamma, segno antico di presenza e di attesa, si sono levate preghiere e canti, come un respiro corale capace di attraversare il buio. Da lì è iniziato il cammino di riflessione sul mistero della vita e della morte, sotto il segno della speranza. Poi, lentamente, la celebrazione si è spostata all’interno della chiesa. Le luci, le voci, il silenzio: tutto ha contribuito a creare un clima raccolto, quasi sospeso, in cui il tema scelto, “La vita. Il limite attraversato dalla speranza”, ha trovato forma concreta nei volti e nelle storie.

Chiara: una fedeltà ostinata

A presiedere la veglia è stato il vescovo, mons. Adriano Cevolotto. Ma prima ancora delle sue parole, è stata una testimonianza a incidere nel cuore dei presenti: quella della dottoressa Chiara Castellani, medico e missionaria. La sua è una storia che ha il ritmo delle scelte definitive. Da scolara aveva deciso che sarebbe diventata medico missionario, e da allora - ha raccontato - non c’è stato giorno che non fosse illuminato da quella promessa. Dopo gli anni in Nicaragua, il Congo: Kimbau, una terra ferita, dove la vita sembrava avere meno valore e la morte più voce. Un ospedale semidistrutto, senza acqua né letti, malattie diffuse e la guerra come sfondo quotidiano. Eppure, proprio lì, Chiara ha costruito. Ha curato, operato, ristrutturato, raccolto strumenti e speranze. Fino a quel giorno del dicembre 1992, quando un incidente le cambiò per sempre la vita: il braccio destro amputato. Un limite improvviso, radicale, ma non definitivo. Dopo le cure in Italia, la scelta di tornare. “Non me la sono sentita - ha detto - di venire meno alle promesse”. Parole semplici, che contengono una fedeltà ostinata. Perché - ha aggiunto - i poveri non possono essere abbandonati: lo sono già abbastanza.
Oggi quell’ospedale è diventato un punto di riferimento per un territorio vastissimo. E il testimone è passato a una direttrice congolese, segno che la missione non è possesso, ma seme che cresce.
Nel suo racconto, la memoria si è allargata ad altri volti: missionari incontrati lungo il cammino, uomini e donne che hanno vissuto fino in fondo il dono di sé. Tra questi, anche l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, ucciso in Congo. Storie diverse, unite da una stessa logica: quella del Vangelo vissuto fino alle estreme conseguenze.

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Nella foto, Chiara Castellani.

Una fede che rimane

Su questa trama di vita si è innestata la riflessione del vescovo Cevolotto, che ha guidato l’assemblea dentro il racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro. Una pagina che non evita il dolore, ma lo attraversa. La morte - ha ricordato il presule - è il limite che segna l’esistenza umana. Un confine che sembra chiudere ogni orizzonte, comprimere la speranza nel breve respiro del tempo. È la stessa esperienza di Marta e Maria, che davanti alla tomba del fratello esprimono tutta la loro delusione: “Se tu fossi stato qui…”. Eppure, proprio lì, Gesù pronuncia una promessa che cambia lo sguardo: “Tuo fratello risorgerà”. Non una consolazione generica, ma una parola che interpella ciascuno: “Credi tu questo?”. Il cuore del messaggio è racchiuso in una dichiarazione decisiva: Gesù è “la risurrezione e la vita”. Non solo per un oltre lontano, ma già dentro il presente.
Da qui, l’invito del vescovo a una fede che non sia teoria, ma vita concreta. Una fede che “rimane”, che resiste nel tempo e nelle prove, che si traduce in fedeltà alla storia e alle relazioni. Essere uniti a Cristo - ha sottolineato mons. Cevolotto - significa stare dove Lui è: dentro le ferite del mondo, senza fuggire.

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Uscire dalle paure

E ancora: solidarietà sì, ma non con la disperazione. Gesù piange davanti alla morte di Lazzaro - ha detto il presule - , condivide il dolore, ma non si arrende ad esso. Così anche i credenti sono chiamati a portare i pesi degli altri senza perdere la speranza. Due, infine, i verbi che diventano - per mons. Cevolotto - programma di vita: “Vieni fuori” e “Liberatelo e lasciatelo andare”. Il primo è un appello a uscire dalle paure, dalle chiusure, dalle false sicurezze. Il secondo è una responsabilità affidata a tutti: aiutare sé stessi e gli altri a sciogliere i legami che impediscono di vivere pienamente.

Rendere il mondo un posto migliore

La veglia ha poi assunto un respiro universale con il ricordo, nella preghiera, di ogni missionario martire dell’ultimo anno, in tutti i continenti. Nomi, volti, storie consegnate al silenzio di Dio e alla memoria della Chiesa.
Al termine, un gesto semplice e simbolico: a ciascun partecipante è stata consegnata una busta con la scritta “Gente di primavera”. Dentro, semi da piantare e una frase ispirata a papa Leone XIV: “Lasciatevi trasformare per rendere il mondo un posto migliore”. Un invito che resta, oltre la veglia. Come quei semi: piccoli, nascosti, ma capaci - se accolti - di trasformare la terra. E forse anche la vita.

Riccardo Tonna

Nelle foto, il Vescovo e i fedeli alla veglia di preghiera dedicata ai Missionari Martiri svoltasi nella parrocchia di Santa Franca.
Pubblicato il 26 marzo 2026

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