Tra silenzio e preghiera, nella Via Crucis uno sguardo alla Terra Santa

È partita nel silenzio raccolto della chiesa delle Teresiane a Piacenza, riaperta per l’occasione, la Via Crucis cittadina del Venerdì Santo, svoltasi la sera del 3 aprile e presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto. Alle 20.45, sullo Stradone Farnese, si è acceso un cammino di fede che ha unito luoghi e storie diverse, cucendo insieme il dolore della Passione con quello, attuale, di un mondo ferito dalla guerra. Dieci stazioni, dieci tappe segnate non solo dal racconto evangelico, ma anche da altrettanti luoghi della carità: un itinerario che ha voluto incarnare la sofferenza di Cristo nelle fragilità quotidiane della città. Dalla Casa del clero “Cerati” di via Torta alla Casa delle Suore della Provvidenza per l’infanzia abbandonata, dall’Istituto Madonna della Bomba fino alla Casa di riposo “Immacolata di Lourdes” sul Pubblico Passeggio. Infine, l’approdo al Centro Caritas “Il Samaritano”, in via Giordani, dove la processione si è conclusa attorno a una croce nel cortile della struttura.
Il peso della croce della guerra
Un corteo composto ha attraversato le vie, accompagnando la croce tra preghiere e letture. Il ritmo lento delle stazioni ha scandito il racconto delle ultime ore di Gesù. Non solo memoria liturgica, ma riflessione viva: il tema della guerra e della pace ha attraversato ogni tappa, intrecciandosi con le parole del vescovo.
“Il peso della croce della guerra è avvertito in tante parti del mondo - ha ricordato mons. Cevolotto - ma le sofferenze e le lacrime hanno tutte la stessa dignità”. Un invito a non mettere in competizione il dolore, ma a lasciarlo diventare seme di riconciliazione.
La Via Crucis negata
Il legame con la Terra Santa è stato il filo rosso della serata. Proprio mentre a Piacenza la Via Crucis prendeva forma, da Gerusalemme arrivava la notizia che lì non si era potuta celebrare. “Noi stasera abbiamo sfilato anche per Gerusalemme - ha detto il vescovo al centro Samaritano - e per ogni luogo dove la Via Crucis non si è potuta tenere, ma è stata vissuta comunque”. A rendere ancora più concreta questa connessione, la lettura di una lettera-testimonianza giunta da Taybeh, in Cisgiordania, proposta dal vicario generale don Giuseppe Basini. Parole dense di sofferenza e speranza, che hanno dato voce a una comunità cristiana provata: “Anche se siamo sfiniti, anche se viviamo nella paura, non perderemo la speranza”.
Durante il cammino, le invocazioni si sono fatte più intense davanti alle immagini di un mondo ferito: “Quale orrore vedere i bambini morire tra le macerie”, ha pregato il vescovo, chiedendo misericordia e giustizia. E ancora, un appello rivolto a Maria perché “i capi religiosi non giustifichino mai la violenza in nome di Dio”.

La croce tra chi vive ai margini
Nel momento della morte di Cristo, la riflessione si è allargata alla solitudine contemporanea: “Quanta gente muore sola anche oggi”, un pensiero che ha attraversato i luoghi visitati, segnati dalla fragilità - anziani, bambini, persone vulnerabili. La conclusione al “Samaritano” ha raccolto il senso dell’intero percorso: una croce piantata nella quotidianità, tra chi vive ai margini. Qui, attorno a quel segno essenziale, i fedeli hanno pregato e affidato le sofferenze del mondo.
Al termine, anche un gesto concreto: la raccolta di offerte per la Colletta a favore della Terra Santa, risorsa fondamentale - come ricordato dallo stesso don Basini - per sostenere le comunità cristiane nei luoghi più colpiti.
Una Via Crucis che non si è fermata alla rievocazione, ma ha attraversato la città e il presente, trasformando le strade di Piacenza in un cammino condiviso di dolore e speranza.
Riccardo Tonna
Pubblicato il 6 aprile 2026
Nelle foto, alcuni momenti della Via Crucis guidata dal vescovo Cevolotto.


